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domenica 6 dicembre 2020

Le cose che dice il cielo


Ieri ho fatto una passeggiata per le stradine interne fino all'ufficio postale e poi al supermercato per alcuni oggetti. Avere un torrente accanto fa sentire che non si è mai lontani da dove si deve essere, che scorriamo comunque, indipendentemente da quanto ci accade. Questo è l'Ombrone, che ha per me i ricordi di un'altra esistenza, quando venivo da queste parti a far visita a un amico che non c'è più e che abitava proprio dopo il ponte di Pontelungo. Quante vite in poche decine di anni. E come riescono a restare, modificandosi e sostando nei significati che attribuiamo al presente.




Sono giorni difficili. Uscire e camminare alleggerisce, a volte si riesce a guardare il cielo, altre si cerca di stare come un albero, immobile e paziente, in attesa che qualcosa passi, cambi, ma non possediamo la lungimiranza e la costanza degli alberi. Stamani ho scritto questa poesia pensando agli abeti che in questo periodo di solito entrano nelle nostre case, pensando a come dovrebbero essere nel pieno dell'inverno.


L’albero è verde sotto la neve 
l’inferno finisce, le parole 
escono prima 
della loro comprensione 

ciò che non va al cielo si incaglia 
sotto la lingua, resta per anni nel suolo. 

Non avere spazio abbastanza 
per stendere i nodi nella corteccia 
non avere pelle abbastanza 
per far scivolare il dolore. 
Entra sempre da qualche parte 
un occhio, un taglio nel polso 
e crepa le fessure. 

La mente fa buio troppo presto 
esiste, tuttavia, e non è silenzio. 
Ogni cosa sbagliata non diventa 
radice nel tempo, ogni ramo è stracciato 
dai venti. Soprattutto se lo ami. O credi 
di amare. 

Una volta mi sono distesa nell’acqua 
senza cercare la riva e questo era vero. 
Era il fondo di un pozzo, ha spaccato 
i vetri sul pavimento. Ho smesso 
di camminare. L’albero 
ha scosso il suo riflesso – 
è fermo, laggiù.


Poi, nel pomeriggio, sono uscita per portar via la spazzatura e il cielo era di questo colore. Come se parlasse e in effetti parla. Siamo disabituati alla sua lingua. 




giovedì 4 ottobre 2012

Arte e spettri: i luoghi incantati di Louise Robinson

(Precedentemente apparso su Metromorfosi di dicembre 2008)
 
Nella rete è possibile esplorare la geografia intera del pianeta vagando tra lingue diverse, diari, articoli, con il solo movimento delle dita sulla tastiera. In questa mappa ricchissima fioriscono stanze di Alice, dove lo spazio si restringe e si espande in creature bizzarre, paesi e stagioni immaginarie in cui possiamo trasferirci mentalmente, come nei libri e nell’arte migliori,  almeno per un po’. Durante uno di questi viaggi è apparso nella luce dello schermo il sito di Art&Ghosts dell’artista inglese Louise Robinson, che nelle sue opere  unisce tecnica del collage, arte digitale, illustrazione evocando personaggi e luoghi sospesi tra il sonno e la veglia.  Case coniche di vetro colorato in paesaggi innevati, figure proiettate sulla carta da parati, capelli che crescono in ragnatele e visioni nebulose, bambine fatate dal carnato perfetto e l’espressione triste ritratte in panorami invernali, insieme ai loro compagni animali – piccole guide in terre incantate. Gli oggetti familiari sono dislocati in una natura eterea: con la loro presenza sembrano invitare lo spettatore a prendere posto tra loro, trasformarsi. Così nei rami azzurri confusi nella neve risuona la musica di un vecchio grammofono; una casa sorge dall’acqua di un lago rosato al tramonto;  l’accesso alla foresta è una porta con tanto di lampioncino, guardata da due alti conigli.  L’arte della Robinson si nutre dell’inquietudine e della bellezza più autentica delle fiabe in cui il magico è sempre ad un soffio dal mondo degli spettri, ma anche dell’esperienza onirica, dove viviamo scorporati, immersi nelle immagini che fluiscono seguendo un tempo interiore finché il risveglio non ci restituisca un senso.
 
Milk House


(Milk House) Sulla panchina siedono le ombre dell’anno, guardano il bianco dell’orizzonte. Nel nord le case sono di nebbia e latte, con un fuoco e coperte colorate dietro la finestra. Non ci sono porte, poiché la porta è il sogno. Puoi seguirne le tracce, come di animale uscito dall’acqua, dal muschio sottostante.  Ascolta – la solitudine non fa rumore.


Ermine Snow

 


giovedì 9 febbraio 2012

Nel gelo siberiano



Cinciallegra stordita dal freddo, ospite di Pontevecchio a Torri, tra i monti dell'Appennino tosco-emiliano.
Fotografia di Benedetta Matteoni.