mercoledì 19 settembre 2018

La comunità che viene. Prima edizione: Il Racconto



La comunità che viene 

Il Racconto. Prima edizione: 22 settembre – 14 ottobre 2018

Lacomunità che viene è un festival diffuso che si svolgerà a Pistoia, interessando soprattutto le aree periferiche e collinari, fra la fine di settembre e la metà del mese di ottobre.  Gli incontri, i laboratori, gli eventi avranno come tema principale il racconto di esperienze comunitarie e inclusive, a partire dallo sguardo artistico sui territori e su coloro che vi risiedono o si trovano a transitarvi. Il nome è ispirato dall’omonimo libro di Giorgio Agamben e, come in quel testo prezioso, si riferisce a una comunità libera, aperta. Una comunità in attesa di essere, eppure già viva e presente. Come associazione Palomar abbiamo pensato questo festival quale naturale evoluzione di Leggere la città, radicandolo tra i luoghi dove già si porta avanti un lavoro di tessitura sociale e culturale, grazie ai patti di collaborazione per la gestione e manutenzione dei beni comuni. Per questo abbiamo scelto di cominciare dalla periferia urbana delle Fornaci, realtà complessa e abitata da anime diverse, per poi spostarci verso la Valle delle Buri, fra i paesi di Santomoro, Iano e Baggio, i cui patti territoriali si centrano proprio sulla cultura. Crocevia scelto è invece il Circolo Arci Bugiani, dove si porta avanti una proficua interazione con il quartiere e le scuole. Abbiamo chiesto ad artisti e operatori pistoiesi di unirsi a noi, per le “comunità transitorie”, ovvero i momenti laboratoriali dedicati a ragazzi e adulti, per lavorare e giocare insieme. Come saranno le nostre comunità? Intanto ci mettiamo in cerchio a immaginare e ascoltare, ci mettiamo in cammino per esplorare, preparando il terreno di accoglienza per l’umano qualunque che viene, con la sua storia e il suo sogno, portatore di un dono.   

domenica 26 agosto 2018

I cavalli

Ho pensato a questa poesia, oggi. Scritta da un poeta scozzese, Edwin Muir (1887-1959), immaginando la vita dopo una guerra nucleare. Quell'antica amicizia perduta è il legame fra gli umani e gli "strani cavalli" riapparsi una sera nel silenzio che segue la rovina. Forse non sarà l'ideale arcaico e rurale a fermare i conflitti e certo non demonizzo i progressi della tecnologia. Ma qualcosa in me sa bene che sono certi legami oltre le parole, certi incontri che ci ricordano da dove veniamo, una dimensione semplice, di cooperazione per la sopravvivenza, a portarci in salvo.

I CAVALLI
traduzione di Anna Maria Robustelli

Appena dodici mesi dopo
la guerra dei sette giorni che mise a dormire il mondo,
di sera tardi arrivarono gli strani cavalli.
Ormai avevamo fatto un patto con il silenzio,
ma i primi giorni era tutto così immobile
che ascoltavamo il respiro e avevamo paura.
Il secondo giorno 
le radio vennero meno; girammo le manopole; nulla.
Il terzo giorno una nave da guerra ci oltrepassò, diretta a nord,
corpi morti ammucchiati sul ponte. Il sesto giorno
un aereo si tuffò nel mare. Dopo
nulla. Le radio mute;
e rimangono ancora negli angoli delle cucine,
e stanno, forse, accese, in un milione di stanze
in tutto il mondo. Ma ora pure se parlassero,
se all'improvviso riparlassero,
se a mezzogiorno in punto una voce parlasse,
non ascolteremmo, non le lasceremmo riportare
quel vecchio mondo malvagio che ha inghiottito rapido i suoi figli
in un sol boccone. Noi non lo rivorremmo.
A volte pensiamo alle nazioni addormentate,
avvolte nel loro cieco impenetrabile dolore,
e allora il pensiero ci confonde per quanto è strano.
I trattori sono sparsi per i campi; di sera
sembrano viscidi mostri marini accucciati in attesa.
Li lasciamo arrugginire dove sono:
"Si sgretoleranno e diventeranno altra polvere".
Ai buoi facciamo tirare gli aratri arrugginiti,
da tanto in disuso: siamo arretrati
ben oltre la terra dei nostri padri.

E poi, quella sera
di tarda estate arrivarono gli strani cavalli.
Udimmo un lontano scalpitio sulla strada,
un tambureggiare che si incupiva; si interruppe, riprese
e all'angolo si trasformò in un tuono profondo.
Vedemmo le teste
caricare come un'onda selvaggia e avemmo paura.
Avevamo venduto i cavalli al tempo dei nostri padri
per comprare trattori nuovi. Ora ci sembravano strani
come favolosi destrieri istoriati su uno scudo antico
o illustrazioni in un libro di cavalieri.
Non osavamo avvicinarci. Eppure essi aspettavano,
ostinati e timidi, come se fossero stati mandati
da un antico comando a cercare noi
e quell'arcaica amicizia da tempo perduta.
All'inizio non avevamo pensato
che fossero creature da possedere e usare.
Tra di loro c'erano una mezza dozzina di puledri
venuti alla luce in un punto selvaggio del mondo distrutto,
eppure nuovi come se fossero venuti dal loro Eden.
Da allora tirano i nostri aratri e portano i nostri pesi,
ma quella schiavitù libera penetra ancora i nostri cuori.
La nostra vita è cambiata; la loro venuta ha segnato il nostro inizio.

Testo originale

THE HORSES


Barely a twelvemonth after
The seven days war that put the world to sleep,
Late in the evening the strange horses came.
By then we had made our covenant with silence,
But in the first few days it was so still
We listened to our breathing and were afraid.
On the second day
The radios failed; we turned the knobs; no answer.
On the third day a warship passed us, heading north,
Dead bodies piled on the deck. On the sixth day
A plane plunged over us into the sea. Thereafter
Nothing. The radios dumb;
And still they stand in corners of our kitchens,
And stand, perhaps, turned on, in a million rooms
All over the world. But now if they should speak,
If on a sudden they should speak again,
If on the stroke of noon a voice should speak,
We would not listen, we would not let it bring
That old bad world that swallowed its children quick
At one great gulp. We would not have it again.
Sometimes we think of the nations lying asleep,
Curled blindly in impenetrable sorrow,
And then the thought confounds us with its strangeness.
The tractors lie about our fields; at evening
They look like dank sea-monsters couched and waiting.
We leave them where they are and let them rust:
'They'll molder away and be like other loam.'
We make our oxen drag our rusty plows,
Long laid aside. We have gone back
Far past our fathers' land.

And then, that evening
Late in the summer the strange horses came.
We heard a distant tapping on the road,
A deepening drumming; it stopped, went on again
And at the corner changed to hollow thunder.
We saw the heads
Like a wild wave charging and were afraid.
We had sold our horses in our fathers' time
To buy new tractors. Now they were strange to us
As fabulous steeds set on an ancient shield.
Or illustrations in a book of knights.
We did not dare go near them. Yet they waited,
Stubborn and shy, as if they had been sent
By an old command to find our whereabouts
And that long-lost archaic companionship.
In the first moment we had never a thought
That they were creatures to be owned and used.
Among them were some half a dozen colts
Dropped in some wilderness of the broken world,
Yet new as if they had come from their own Eden.
Since then they have pulled our plows and borne our loads
But that free servitude still can pierce our hearts.
Our life is changed; their coming our beginning.


lunedì 30 luglio 2018

domenica 1 luglio 2018

I tarocchi e la perdita. Affrontare il dolore attraverso gli arcani

Sono stata via qualche giorno in una casa immersa nella campagna senese, verso San Galgano. 


Ho avuto tempo per stare nella quiete, all'aperto, a leggere e scrivere e anche riordinare un po' di idee su quanto accaduto in questi ultimi e difficili mesi. Io e il mio compagno abbiamo portato con noi Ariel, il cucciolo di gatto che si è aggiunto alla nostra famiglia. Ho deciso di chiamarlo come lo spirito shakespeariano della Tempesta, spirito d'aria e di fuoco che spero lo protegga. Il nome senz'altro gli si addice. 



Si sono mescolati l'abbazia di San Galgano e il cielo a cui si apre; l'arcangelo Michele che, oltre ad apparire al giovane Galgano, si manifesta ovunque ci siano fate e creature soprannaturali all'opera; la spada confitta nell'eremo di Montesiepi, che per me è soprattutto il Seme di Spade, lucente, netto, inequivocabile, decisivo in ogni suo arcano; la necropoli di Malignano, a lato della strada, nei cui ipogei mi sono avventurata. Nel buio, nella frescura là sotto, l'immaginazione sente sempre qualcosa o qualcuno muoversi, sospirare, anche solo un ragno sulla sua tela. 


Mi sono seduta nel primo pomeriggio al tavolino nel prato, mentre Ariel giocava fra i fiori facendo esperienza del mondo fuori, e ho scritto in un altro modo di quanto mi accompagna dalla morte del mio Serafino, andatosene ad aprile per una malattia che non dà scampo. Ho scritto di cosa mi resta di lui usando le carte dei tarocchi, emerse una a una dalla memoria. Lasciare andare, mi sono ripetuta, lasciare andare. Quante volte nella mia vita? E più lascio andare più mi crescono dentro coloro che ho avuto accanto.


Dopo la perdita di Serafino ho ordinato un mazzo, The Everyday Witch Tarot, non particolarmente ricercato, ma con una caratteristica che mi ha attratto. La strega, disegnata su quasi ogni carta, è accompagnata da uno o più gatti e il gatto che appare con più frequenza è nero. Non è l'unico mazzo con gatti neri che ho, ma quelle carte mi hanno ricordato una quotidianità perduta eppure ancora presente. Fra tutte mi sono fermata a lungo sul Giudizio, cosa niente affatto inusuale per me, che accolgo sempre a questo arcano maggiore con sollievo. Qui la strega e il gatto se ne vanno  insieme spensierati, suonando la melodia del risveglio, inventando una nuova primavera. Siamo io e lui, mi sono detta. Un giorno lo saremo di nuovo e lì, in quel sentiero nel ventesimo arcano, lo incontrerò. Intanto però devo vivere,  tornare come posso alla leggerezza. Proseguire. Questa è la parola che mi conduce alla carta successiva, l'Otto di Coppe del Mary El, forse il mazzo di carte che più sento affine, nel quale spesso mi rifugio.


Il bambino dagli occhi profondi indossa la pelle del leone della prima fatica di Ercole, è pronto a mutare, ad andare altrove con un passo che non teme, perché l'animo resta veritiero e innocente. Non si viaggia col cuore offuscato - ogni viaggio richiede pulizia, richiede di fare di noi stessi, e di quanto abbiamo più caro, una protezione. Il bambino mi parla: "Tu sei cambiata, anche se sei sempre la stessa, con le tue convinzioni, la tua ostinazione. Accetta il mutamento e che quello che hai amato e ami prenda posto da un'altra parte". A volte le partenze sono solo un modo diverso di stare dove si è. Il manto del felino è anche l'affetto ricevuto dall'animale straordinario che è vissuto con me. Ma varrebbe questo per ogni altra perdita - umana, felina, canina. Devo prepararmi per attraversare, mentre anche le anime che lasciano il corpo attraversano. Devo entrare nel Sei di Spade, affidarmi al mio vecchio amico traghettatore e scoprire, forse, che se si liberasse dal cappuccio e mi rivolgesse uno sguardo, non sarebbe altro che uno specchio davanti a me.


Scelgo due delle versioni più classiche, dal Llewellyn e dall'Anna K., mi accingo ad andare ancora di là, trovare l'opposta riva, che inizia dentro e non fuori. Andare è imparare che il mondo è interiore quanto esteriore, che tutto viaggia con noi. Partiamo, gettiamo un ultimo sguardo, come nella poesia di Yeats (Under Ben Bulben, ricordi?), i cui versi sono scritti sulla sua tomba a Drumcliff:

Cast a cold Eye
On Life, on Death
Horseman, pass by!
Getta uno sguardo freddo/sulla Vita, sulla Morte/ Cavaliere, passa oltre! Come tutti i cavalieri del mazzo dei tarocchi, chi con lentezza, chi con ferocia. 

Non temere la perdita, non temere l'imbarazzo se ti viene da piangere, non temere la miseria che viene dal dolore, seppure invisibile agli altri - non temere. Stai. Un messaggio formidabile e dignitoso che io ritrovo nel Cinque di Denari del Mary El, dove l'uomo nudo, un rinunciante, un ramingo dai capelli intrecciati come liane e serpi indica in se stesso un mondo completo, una ricchezza ignota che è risorsa. Perché la lunga lezione della perdita non è il crollo della Torre (Arcano fortissimo nella mia vita, ma che non sento rilevante qui), ma la Temperanza, l'Angelo che entra perfino senza invito, il messaggero, che insegna la coesistenza di male e bene, il loro nutrirsi a vicenda. Ancora il Mary El e la sua tigre nuotatrice, che trattiene e modella l'onda avversa, ne è temprata e non ruggisce, ma, come il bambino dell'Otto di Coppe, mi guarda. Io resto davanti alle onde e so che mi immergerò, non farò riempire per troppo a lungo dal pianto come una Regina di Coppe che non riesce più a commuoversi, perché satura fino all'insensatezza.

Soprattutto non farò tutto da sola. Se non riuscirò - confiderò nelle stelle. La Stella. Dopotutto sono un'acquariana e la Stella è nel mio destino con la sua ferma fiducia che anche la pietra possa fiorire. Ve n'è una in particolare che mi chiama, una Stella della vita ordinaria, terrena. Nel mazzo di Poppy Palin, The Everyday Enchantment Tarot, la Stella è al collo di una bambina che appare, provvidenziale, nella devastazione di un incendio che richiama la tragedia recente della Grenfell Tower a Londra, così come ogni momento cupo della nostra storia umana, ogni volta in cui ci chiediamo: "Perché sta succedendo?". 

La bambina porta acqua ed è scalza, senza paura. "Afferrami", dice."Afferra la mia mano tesa. Non ti libero dal dolore, ma tu puoi guardare in alto, lasciarlo respirare".  

giovedì 4 gennaio 2018

Il listone

Cento libri non in ordine di importanza. Libri che mi hanno segnato, che indicano delle svolte, che hanno rilevanza per le cose che penso, faccio e scrivo.  
- Non necessariamente i più belli che ho letto, per esempio il più bel libro di Dickens per me è Grandi Speranze, ma per altri motivi non è quello che ho scelto 
-spaziando in qualsiasi genere; un libro solo per autore (circa - ho barato su Carroll e Barrie, ma quasi nessuno se ne accorge). Sono sicura che ce ne sono almeno altrettanti che protestano, specialmente fra i fumetti, visto che qui ne ho messo solo uno, ma insomma, eccoli:

1. William Butler Yeats, The Complete Poems
2. Giacomo Leopardi, I canti
3. Elizabeth Bishop, The Complete Poems
4. Selma Lagerlof, Il viaggio meraviglioso di Nils Holgersson
5. Nelle Harper Lee, Il buio oltre la siepe
6. Hans Christian Andersen, Fiabe
7. Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie & Attraverso lo specchio
8. Virginia Woolf, Le onde
9. Angela Carter, La camera di sangue e altre storie
10. Michael Ende, La storia infinita
11. Margherita Guidacci, Le poesie
12. BhagavadGita (a cura di A.M.Esnoul)
13. I vangeli gnostici (a cura di L. Moraldi)
14. Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò
15. Susan Sontag, Sulla fotografia
16. Robert Hertz, La preminenza della destra e altri saggi
17. Janet Frame, Un angelo alla mia tavola
18. Stig Dagerman, Il viaggiatore e altri racconti
19. Johan Turi, Vita del lappone
20. Vasco Pratolini, Cronache di poveri amanti
21. J.M. Barrie, Peter Pan nei giardini di Kensington – Peter Pan e Wendy
22. Charles Dickens, Canto di Natale
23. Emily Bronte, Cime tempestose
24. Filippo Tuena, Ultimo parallelo
25. Zbigniew Herbert, Rapporto dalla città assediata (poesia)
26. Simone Weil, L’ombra e la grazia
27. Carlo Collodi, Pinocchio
28. Giorgio Caproni, Tutte le poesie
29. Emily Dickinson, Tutte le poesie
30. Werner Herzog, Sentieri nel ghiaccio
31. Tove Jansson, Magia d’inverno
32. Amelia Rosselli, L’opera poetica
33. Antonella Anedda, Notti di pace occidentale (poesia)
34. Fratelli Grimm, Fiabe
35. Truman Capote, A sangue freddo
36. Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamazov
37. Aldo Busi, Seminario sulla gioventù
38. Robert Louis Stevenson, A Child’s Garden of Verses
39. Jack London, Il richiamo della foresta
40. Carlo Ginzburg, I benandanti
41. Neil Gaiman, Sandman 
42. Philip Pullman, Queste oscure materie (trilogia)
43. Marc Bloch, Apologia della storia
44. Soren Kierkegaard, La malattia mortale
45. Astrid Lindgren, Pippi Calzelunghe
46. Maya Angelou, Io so perché l’uccello in gabbia canta
47. Robert Kirk, Il Regno segreto
48. Rudyard Kipling, I libri della jungla
49. Mircea Eliade, Lo Sciamanesimo e le tecniche arcaiche dell’estasi
50. Robert Burton, The Anatomy of Melancholy
51. J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit
52. E.M. Forster, The Celestial Omnibus and other stories
53. Frances Hodgson Burnett, Il giardino segreto
54. Franz Kafka, Quaderni in ottavo
55. Margaret Atwood, Eating Fire. Selected Poetry
56. Osip Mandel’stam, Viaggio in Armenia
57. Antonio Lobo Antunes, Trattato delle passioni dell’anima
58. Anne Carson, Glass, Irony and God
59. Martin Millar, Latte, solfato e Alby Starvation
60. Ted Hughes, Birthday Letters
61. Sylvia Plath, The complete poems
62. Christina Georgina Rossetti, Goblin Market and Other Poems
63. Charlotte Bronte, Jane Eyre
64. Louise Gluck, L’iris selvaggio (poesia)
65. Joris-Karl Huysmans, Lâ-bas
66. Leonora Carrington, Il cornetto acustico
67. Flannery O’Connor, Il cielo è dei violenti
68. Bruce Chatwin, Le vie dei canti
69. William Faulkner, Mentre morivo
70. Dante Alighieri, Divina Commedia
71. Gianni Rodari, Favole al telefono
72. Jeanette Winterson, Why be happy when you could be normal?
73. Margo Lanegan, Tender Morsels
74. James Stephens, La pentola dell’oro
75. Guido Morselli, Dissipatio H.G.
76. Etty Hillesum, Diari
77. Helen Macdonald, H is for Hawk (io e Mabel)
78. Snorri Sturloson, Edda
79. René Girard, La violenza e il sacro
80. Agota Kristof, Trilogia della città di K.
81. William Shakespeare, Macbeth
82. Wallace Stevens, Il mondo come meditazione (poesia)
83. Tomas Transtroemer, Poesia dal silenzio
84. Alice Oswald, Dart (poesia)
85. Franco Buffoni, Il profilo del rosa (poesia)
86. Fabio Pusterla, Bocksten (poesia)
87. Nikolaj Gogol, Le anime morte
88. H.D. Thoreau, Walden ovvero Vita nei boschi
89. T.S. Eliot, The waste land (poesia)
90. John Millington Synge, The Playboy of the Western World and Other Plays
91. Giuseppe Verga, I malavoglia
92. Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza
93. Marina Cvetaeva, Dopo la Russia
94. Piero Martinetti, Pietà verso gli animali
95. Hans Henny Jahnn, Tredici storie inospitali
96. Cormac McCarthy, Suttree
97. Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale
98. Knud Rasmussen, Il grande viaggio in slitta
99. Susan Eloise Hinton, I ragazzi della 56ma strada
100. Christopher Isherwood, Un uomo solo

sabato 30 dicembre 2017

Da Santomoro, dalla Valle delle Buri

Qual è il potere della poesia? Qui condivido questo speciale video dedicato al Viaggio dell'Eroe dalla tv locale, TVL. Forse il potere della poesia è ricordarci che la nostra fragilità è una forza, quando ci uniamo.

E condivido anche questo articolo, questa storia che ho scritto non solo a nome mio - anzi soprattutto a nome del paese dove abito, per difendere la nostra scuola, la scuolina Lo Scoiattolo, vero cuore della comunità. Il 2018 sarà un anno di lotta, ma anche d'amore.
http://www.reportpistoia.com/agora/item/54894-la-bella-fiaba-dello-scoiattolo-di-santomoro-che-rischia-di-essere-cancellata.html

giovedì 26 ottobre 2017

Articoli, cose in giro e 47 Ronin per Pistoia

Sono stati giorni densi di scritture varie questi! Oltre, naturalmente, alla preparazione per Halloween qui a Santomoro e a casa mia. Intanto è di due giorni fa questo mio scritto sugli albi illustrati, apparso con varie immagini su Nazione Indiana: Belve, mostri e scatole di cartone. L'incontro con l'altro nei libri illustrati per l'infanzia. 

Poi ci sono questi due pezzi usciti su ReportPistoia che raccontano un po' di impegno sociale e voglia di condividere. Qui parlo dei miei due anni di attività dentro il Circolo Arci le Fornaci. Qui invece c'è il resoconto di una splendida domenica, lo scorso 22 ottobre, nei Giardini di Monteoliveto: Il mondo è di tutti. Liberi tutti! di cui inserisco anche una delle immagini dal retro dei volantini.


E infine il link a questa nuova realtà collettiva che sta nascendo, al momento presente con una pagina su facebook:
https://www.facebook.com/47RoninPistoia/

martedì 3 ottobre 2017

Nella brughiera - un ricordo dell'estate

In questa densissima estate sono riuscita a ritagliarmi qualche giorno per il mio viaggio in solitaria nei miei soliti posti a nord-ovest. Sono andata nella Cornovaglia interna, a Bodmin Moor, che gode per lo più di turismo interno, altra cosa a deporre a suo favore oltre la bellezza. E ho camminato. Dal mio B&B nei pressi di St.Cleer, mi sono avventurata verso alcune mete prefissate e fin dove mi portavano i piedi. Il primo pomeriggio non sono dovuta andare lontano, raggiungendo le Golitha Falls e camminando dentro il bosco lungo il torrente Fowey, noto per essere una dimora della lontra. 

Il rumore forte dell'acqua di cascata permette molte cose, come parlare ad alta voce, per esempio, sentendosi in perfetta solitudine.


Il giorno seguente, dopo una bella colazione inglese vegetariana, praticamente il pasto quotidiano, sono andata a Minions, camminando lungo la strada per qualche miglio, incontrando pecore e mucche al pascolo, mentre mi avvicinavo al sito megalitico, alla struttura semi-deserta del Visitor Centre e al Cheesewring Tor.


Un po' di pioggia e poi il vento che aumenta quando si sale sulla collina, si lascia il verde della brughiera per il granito, ci si ricorda che questa era tutta una miniera e che il lavoro della natura è indissolubilmente legato a quello dell'umano nella costruzione del paesaggio. C'è ancora l'entrata dell'abitazione di Daniel Grumb, che venne qui a vivere per non pagare le tasse.



E poi c'è il Tor, in alto, anzi molti Tor, bastioni di vento e roccia, il mio mondo elfico che emerge e mi dice che è vero. Mi siedo qui, come ho fatto tante volte quando viaggio per queste terre, a mangiare una mela e lasciare che i pensieri vadano dove vogliono.



Dopo una tazza di chai nella Tea-room che è anche il piccolo negozio del paese, mi rimetto in cammino per il Siblyback Lake - ancora quattro miglia, deviando dalla strada della mattina. Mi piacciono i laghi, forse perché non ho mai avuto una vacanza al lago, mi piace l'idea di acqua contenuta, di grande polla limpida e riflettente sotto il cielo, di specchio, forse anche di limite, perché puoi camminare intorno a un lago, come non si può certo fare con l'oceano. E più semplicemente penso a tutti i pond londinesi dei parchi, che mi hanno fatto compagnia nei miei anni inglesi.



Ci sono molti adolescenti che, tolta la muta per il windsurf, si infilano maglioni leggeri e jeans e vengono al Café dove sono seduta a osservare. Qualche tenda, qualche visitatore occasionale, qualcuno che porta in giro il cane. Mi viene l'attacco di una poesia che scriverò poi dopo, in un altro contesto. Forse questa è una preparazione. Perché il giorno dopo devo raggiungere IL LUOGO, quello più ambito durante questo viaggio minuscolo. Lo dico subito - non è la bellezza, la fama, nemmeno le leggende, che mi portano qui. La mattina dell'ultimo giorno mi incammino: andata e ritorno saranno circa venti chilometri, devo salire, raggiungere un punto disperso nel centro della brughiera di Bodmin, dove si trova un laghetto, il Dozmary Pool sulla Dozmary Hill. Perché ci incapricciamo di un posto, quale bussola si orienta in noi e ci guida? Come se già, in realtà, sapessimo. Ecco la mia bussola mi ricordava che non potevo ripartire senza andare lì. Trovo il sentiero per la collina di Dozmary quasi per caso, anche se il padrone del B&B mi ha spiegato nel dettaglio la strada. Ci sono alcune leggende posticce che raccontano sia la dimora della Dama del Lago, ma è troppo isolato e lontano dagli altri luoghi arturiani e da Tintagel. Secondo un'altra storia è senza fondo, una bocca per l'inferno, ma in realtà si è spesso prosciugato in assenza di piogge. Il fatto è che si preannuncia nella mia immaginazione come un luogo solitario, epifanico, perfetto. Non incontro nessuno, tranne una mucca con i suoi vitelli.



Poi mi sdraio nell'erba umida, per fortuna giro con un telo nello zaino e resto lì dove inizia l'acqua. Questo posto mi assomiglia e non so perché, ma so che è lì che deve arrivare la poesia, mi serve un'altra lingua per starci dentro.



Dozmary Pool

Tutto è detto da un foro nel terreno.
C’è un lago nella mente, l’estate si scioglie sui bordi
di quando ero bambina.

Il cielo cade sull’acqua senza rumore
conversano l’erba e il bestiame.

Non sono mai stata qui. L’albero
avanza al contrario nel sottosuolo, ma è chiaro come allora
si avvera un riparo dal timore.

Viaggio via dal paese dei grandi
così strano e senza soffrire
perde se cresce,  perde mostri, pezzi, paure

e perfino la gioia di non arrivare, dell’estinguersi
in un lento esplorare.

Viaggio via dalla lingua parlata
dentro una leggenda infantile, la pellicola
dove il tempo si imprime quasi selvaggio e ostile.

Si estraggono volti dalla brughiera come il rame
e il granito dalle cave, hanno pelli di vento, inumane.

Sulla collina non s’incontra una dama.
Non c’è spada o strada per l’altro mondo

acqua senza fondo in questo stagno -
non c’è fata di giunchi o di fili di ragno,  nel sole

una faccia bestiale, un occhio bovino e l’altro irreale
luce di fango e di squame – devi accecarti per vedere.

sabato 23 settembre 2017

Racconti, libri e il senso di meraviglia con cui inizia l'autunno

Ieri è ufficialmente iniziato l'Autunno, la mia stagione preferita. Fra le cose che accadono di questi tempi, oltre ai colori del cielo, delle foglie e della natura che mutano e sembrano rannicchiarsi su di noi, come su un grande focolare, oltre alle zucche del mio orto ormai quasi pronte e all'aria che preannuncia - si spera! - castagne!, accade che torni ad acquistare libri per la Biblioteca di Santomoro. Ho appena scritto un post sul blog del Centro Sociale al riguardo, che si può leggere qui:

http://santomorocentrosociale.blogspot.it/2017/09/lautunnno-e-la-biblioteca-nuovi.html

Quello che non dico è la gioia che ho provato nel trovare The Tiger Who Came to Tea di Judith Kerr tradotto in italiano (nel settembre 2016! un anno e non me ne ero accorta): Una tigre all'ora del tè. Quando l'ho visto in libreria a Firenze mi sono emozionata, ho dovuto stringerlo forte a me prima di andare alla cassa e mi sono venute le lacrime, perché si sa che sono una piagnona.



Questo momento epifanico e di pura meraviglia per la bambina che rimango nel tempo si è accordato benissimo all'uscita del mio racconto su IO SONO QUI, l'esperienza laboratoriale condotta a Camerino tra giugno e luglio 2017, per un progetto del Ministero dell'Istruzione sulle zone terremotate. Ne parlo come al solito su Nazione Indiana, a questo link:

Per ora è tutto: mi preparo per il fine settimana, per la Corsa dei bambini in paese che quest'anno abbiamo ribattezzato STRASANTOMORINA e per qualsiasi grossa Tigre voglia venirmi a bussare, anche se troverà molto tè e poco "Cibo per tigri" nella mia dispensa.

giovedì 21 settembre 2017

SOGNI & OMBRE. Laboratorio di tarocchi e immaginazione


A cura di Cecilia Lattari e Francesca Matteoni

La luna, i sogni, il mondo della fiaba, il bambino interiore, la poesia sono al centro del secondo corso “Sogni e Ombre”, basato sull’uso intuitivo e creativo dei tarocchi e delle immagini. 
Lavoreremo ogni mese sulla luna piena e il suo simbolismo legato alla stagione; scriveremo versi e piccoli testi ispirandoci alle carte; entreremo nella dimensione del sogno notturno, quale memoria di sé, altro-mondo, reinvenzione del reale, protezione e presagio; infine incontreremo in forma di fiaba, ricordo, esperienza presente il bambino in noi, quale parte attiva, capace di stupore, fiducia e perfino carica di aspetti oscuri, troppo spesso rimossi in una visione molto comune ed edulcorata dell’universo infantile.
Quattro temi ricorrenti per un calendario di nove incontri, ognuno autoconclusivo. La serata di presentazione è gratuita e aperta a tutti.

Il laboratorio si svolge di mercoledì in orario serale, 20.45 – 23.00, presso la libreria Les Bouquinistes.

PROGRAMMA
27 settembre, ore 21.00 Introduzione
4 ottobre MOONBOARD Luna di Ottobre
11 ottobre SCRITTURA
18 ottobre DREAMWORK
25 ottobre BAMBINO INTERIORE
8 novembre MOONBOARD Luna di Novembre
15 novembre SCRITTURA
22 novembre DREAMWORK
29 novembre BAMBINO INTERIORE
6 dicembre MOONBOARD Luna di Dicembre

Costi: 200 euro, corso completo; 170 euro corso completo per chi ha frequentato il corso precedente; 25 euro, incontro singolo

giovedì 7 settembre 2017

Preghiera agli animali morti e ai ruscelli

di Mariasole Ariot

Cavallo bianco dei miei anni minori

porta il mio corpo muto nel tuo recinto.

Gatta con gli occhi d'edera
hai partorito tre cuccioli e me : ricordami.

Lucia, tartaruga di terra
ché la tua corazza sepolta, senza testa, sia oggi la mia casa.

Cippi nella Corsica dei maiali
la madre che ti ha impiccato ora è ferma, tu proteggimi.

Nell'argine del Tribolo ci siamo fermati
a pregare per chi non c'è più, gli animali morti sono sette.

Nell'argine del Tesina ho trovato una tana di conigli
mi sono seduta accanto, vi ho aspettato a lungo.

Nell'argine dell' Adige ho visto un pescatore cieco,
il suo cane ora è morto: preghi per me.

Ruscelli che cedete l'acqua dalla fronte della montagna
apritemi la bocca piano: riempitemi fino alla nuca. 

martedì 5 settembre 2017

hamonveg: Settembre Nero

hamonveg: Settembre Nero


Parzialmente stremato raggiungo il quarantaseiesimo anno di vita in una città che si spegne, un po’ alla volta come le fottute candeline, dove si può morire giovani nella sterpaglia di ferragosto -  l’ultimo avamposto - dove chiude anche l’ultimo avamposto accogliente e prosperano le stamberghe esose del centro isterico; dal suo cuoricin borghese, ripulito, hanno cacciato i tossici, gli orazi e i mattarelli, ma lasciato il puzzo di piscio dei nuovi presentabili ubbriaconi, stendendo occasionale, un manto d’erba posticcia, dove non morirà nessuno, ma qualcuno vomiterà negroni nel puzzo di piedi puliti.

Parzialmente stremato da una battaglia persa, a sostegno di un personaggio immaginario, un barone rampante, un visconte dimezzato, un empatico sbagliato, un sindaco filosofo, per ritrovarmi in una città che irride ora orgogliosa i compassionevoli, argomentando occhiuta con leggi, regole, dottrine alla mano e faccine serie serie ufficiali e d’ordinanza, qui non si scherza, qui non si danza! finalmente se stessa: maligna con chi ama, amorevole coi maligni, che taglia le gomme alle bici dei disperati, che multa i misericordiosi, che chiama stronzi che galleggiano dei ragazzi neri in piscina, che sull’odio non trova meglio da fare che ufficialmente tacere, timidamente disapprovare…

E di là dal guado secco non trovano di meglio da fare che meaculpa, iniettati di conformismo e addestrati, i mancini residui ormai ambidestri, questi giovani già anziani: è una carriera come un’altra, cavalcare le ovvie posizioni del reazionario, combattere guerricole elettorali a furia d’obiezioni. 

Levati quella faccia e quegli occhialini, ipsterino in carriera. Lavati il viso. Levati il viso: diventa teschio che ride. diventa la morte che ti circonda. la morte dei tossici. la morte dei quartieri e dei parchi svuotati e posti sotto stretta sorveglianza. diventa le occasioni mancate. diventa l’accoglienza irrisa, il prete insultato. diventa il nero. diventa lo stronzo che galleggia. diventa il porco mediatico politico che ci usa per la sua notorietà di merda. diventa il nero. diventa il buio delle onde dove affondano le zattere dei dannati. diventa il buio di una cittadella spenta e inospite. diventa il filosofo insultato perché colto. diventa provinciale. diventa razzista. diventa la notte che cala come una condanna a cinque anni di reclusione in una farsa, diventa il fascio di buio che ci avvolge. 

diventa ciò che sei: la controparte passiva che giustifica l’attivismo dei regressori.
mostrati in pieno buio, con chiarezza per quel che sei: una sagoma.

Nessuna sorpresa: a noi è toccato il fascismo globale. è toccato, dicevo: come in sorte? ma mi darò di stronzo! non c’è sorte nelle scelte svogliate, nell’aver permesso che accadesse, nell’aver accettato in silenzio, lasciato passare, lasciato dire, aver dato per scontato, nel pensare il diritto, acquisito, nell’opportunismo elettorale che tacita il senso di giustizia, che non parla di immigrati e campi rom per non perdere voti. e la pugnalata giunse inattesa, volti e luoghi familiari, fuoco amico, fuoco che cammina contro di me…
smantellare da sinistra articoli diciotto, intanto. smantellare da sinistra, fare guerre da sinistra, aiutarli a casa loro sempre ,da sinistra. fertility day da sinistra: a noi è VOLUTO il fascismo globale e mal voluto, mezzo gaudio; a noi ora tocca rincorrere il conformismo, l’ordine che taglia teste e piedi fuori norma, la normalizzazione forzata, la sicurezza, la vigilanza, il paese normale, la città normale, la concretezza di lapide e il pratino posticcio, il taglio dell’erba puntuale, il decoro urbano, il rigor mortis. Ora si morirà di nascosto oppure in casa. 
  
ecco la città buia dei patrioti che amano così tanto l’italia da vivere all’estero per non pagare le tasse; eccoli la i solidali prima con gli italiani, ma da casa d’altri per usare un concetto a lor caro: in Estonia magari, ma loro non sono immigrati: che siano cervelli in fuga? Il cervello è il primo che fugge in questa demenza artificiale; a loro il futuro: ai latitanti, ai furbi, agli azzeccagarbugli, ai ripuliti che smessi i feticci del ventennio ora giocano a democrazia- a noi toccherebbe fargli il verso per restare quel che siamo; abbiamo spento gli indiani metropolitani, cacciato Jeff, chiuso il campeggio e il free market, demolita ogni spontaneità e perso Jesus, perso irrimediabilmente, come si perde l’anima - e nessuno sa più dov’è…

Parzialmente stremato arrivo alla quarantaseiesima girata di sole senza figli evviva, ma senza soldi cazzo, in una città che si spegne, come a soffiare su una candela per volta, un negozio, un locale, un servizio, una persona. chi scappa e chi muore, chi vive e chi resta - soffiano sulle candele prima di spartirsi la torta; una per una, nella notte. rimane quell’odore dolciastro di cera bruciata. siamo più ricordi che futuro: ecco perché siamo un buco nero.