giovedì 13 agosto 2020

Fiaba estiva: Fiume e vento

 Torno a scrivere sul blog dopo quasi due mesi. Segnalo che ieri su L'Indiscreto è uscita questa mia fiaba "Fiume e vento", che parte da una rondine e la segue quando si trasforma in due esseri umani e nel loro destino attraverso le vite.

https://www.indiscreto.org/fiume-e-vento/?fbclid=IwAR2ZSfCgR_wMx8-14F7TnxX0YNgw0VRaKJaOSsBpaE71MAZPhZJS9tPalFw

Segnalo anche "Casa di Corvi" della poetessa peruviana Blanca Varela, tradotta da Myra Jara Toledo per Nuovi Argomenti. Parla dell'amore fra una madre e un figlio, attraverso il corpo che nutre e lega e che infine il figlio abbandona per vivere la sua vita:

http://www.nuoviargomenti.net/poesie/blanca-varela-casa-di-corvi/

sabato 20 giugno 2020

Dischi e poesia: una mia recensione a un bell'album e un'anticipazione su Repubblica

Succedono varie cose oggi.

Intanto - su Nazione Indiana recensisco il bel disco di Lorenzo Del Pero, Dell'amore animale, dell'amore dell'uomo, dell'amore di un Dio (VREC/Audioglobe 2019), uscito a dicembre. Ci pensavo da un po', ma non era semplice trovare le parole, perché l'opera è intensa e non lascia certo indifferenti. In un panorama dove troppo spesso si resta sulla superficie c'è ancora chi non teme l'affondo della lama. In se stesso, prima di tutto. Si può leggere qui:

https://www.nazioneindiana.com/2020/06/20/nella-sofferenza-che-io-trovi-lessenza-su-dellamore-animale-dellamore-delluomo-dellamore-di-un-dio-di-lorenzo-del-pero/

Poi - sulla Bottega di Poesia di Repubblica, a cura di Gilda Policastro, escono alcuni miei versi anticipatori di un libro che spero veda la luce nel 2021. Ringrazio e spero sia di buon auspicio! Ecco:







mercoledì 10 giugno 2020

Il viaggio - tradurre Mary Oliver

Un giorno infine hai saputo
cosa dovevi fare, e hai iniziato,
sebbene le voci attorno a te
continuassero a urlare
i loro cattivi consigli –
sebbene l’intera casa
iniziasse a tremare
e tu sentissi la vecchia morsa
alle caviglie.
“Guarisci la mia vita!”
gridava ogni voce.
Ma non ti sei fermata.
Sapevi quello che dovevi fare,
sebbene il vento si intrufolasse
con le sue dita aspre
fin nelle fondamenta
sebbene la loro malinconia
fosse terribile.
Era già abbastanza
tardi, e la notte selvaggia,
e la strada piena di rami
caduti e sassi.
Ma a poco a poco,
come hai abbandonato le loro voci,
le stelle hanno iniziato a bruciare
attraverso gli strati di nuvole,
e c’era una voce nuova
che lentamente
hai riconosciuto come la tua propria,
che ti ha teneva compagnia
mentre progredivi sempre più a fondo
nel mondo,
determinata a salvare
l’unica vita che potevi salvare.


The Journey

One day you finally knew
what you had to do, and began,
though the voices around you
kept shouting
their bad advice--
though the whole house
began to tremble
and you felt the old tug
at your ankles.
"Mend my life!"
each voice cried.
But you didn't stop.
You knew what you had to do,
though the wind pried
with its stiff fingers
at the very foundations,
though their melancholy
was terrible.
It was already late
enough, and a wild night,
and the road full of fallen
branches and stones.
But little by little,
as you left their voices behind,
the stars began to burn
through the sheets of clouds,
and there was a new voice
which you slowly
recognized as your own,
that kept you company
as you strode deeper and deeper
into the world,
determined to do
the only thing you could do--
determined to save
the only life you could save.

Mary Oliver

giovedì 28 maggio 2020

Per Richiamare lo Spirito dal suo Vagare in Terra sui Suoi Piedi Umani


di Joy Harjo

Posa quel sacchetto di patatine, quel pane bianco, quella bibita.

Spegni il cellulare, il computer, e il telecomando.

Apri la porta, poi richiudila dietro di te.

Fai un respiro offerto da venti amichevoli. Viaggiano per la terra raccogliendo essenze di piante purificatrici.

Restituiscilo con gratitudine.

Se canti questo darà al tuo spirit un passaggio fino alle orecchie delle stelle e ritorno.

Riconosci questa terra che si è presa cura di te da quando eri un sogno che piantava se stesso nel desiderio dei tuoi genitori.

Lascia che i tuoi mocassini ti portino all’accampamento dei guardiani che ti conoscono da prima del tempo, che saranno di là dopo il tempo. Siedono davanti al fuoco che esiste senza tempo.

Lascia che la terra stabilizzi il suo insicuro nervosismo postcoloniale.

Sii rispettoso dei piccoli insetti, degli uccelli e delle persone animali che ti accompagnano.
Chiedi loro perdono per il male causato da noi umani.

Non preoccuparti.
Il cuore conosce la via sebbene possano esserci grattacieli, autostrade, posti di blocco, soldati armati, massacri, guerre, e quelli che ti disprezzeranno perché disprezzano se stessi.

Il viaggio può richiederti ore, un giorno, un anno, anni, centinaia, migliaia e anche di più.

Sorveglia la tua mente. Senza preparazione potrebbe fuggire e destinare il tuo cuore all’immenso banchetto umano allestito dai ladri di tempo.

Non avere rimpianti.

Quando troverai la via per il cerchio, per il fuoco tenuto acceso dai custodi della tua anima, sarai il benvenuto.

Devi purificarti con cedro, salvia, o altre piante di guarigione.

Recidi i legami col fallimento e la vergogna.

Lascia andare il dolore che trattieni nella mente, nelle spalle, nel cuore, e giù fino ai piedi. Lascia andare il dolore dei tuoi antenati per far strada a coloro che si dirigono nella tua direzione.

Chiedi perdono.

Chiedi aiuto a coloro che ti amano. Questi aiutanti assumono molte forme: animale, elemento, uccello, angelo, santo, pietra, o antenato.

Richiama il tuo spirito. Può essere intrappolato in angoli e pieghe di vergogna, giudizio, e abuso umano.

Devi chiamare così da invogliare il tuo spirito a fare ritorno.
Parlagli come faresti con un bambino amato.

Accogli il tuo spirito che torna dal suo vagabondaggio. Può tornare in pezzi, in frantumi. Radunali insieme. Saranno felici di essere ritrovati, dopo essersi persi così a lungo.

Il tuo spirito avrà bisogno di dormire un po’ dopo che lo avrai lavato e gli avrai dato vestiti puliti.

Ora puoi dare una festa. Invita tutti coloro che sai che ti amano e ti sostengono. Lascia uno spazio per coloro che non hanno altro posto dove andare.

Rendi omaggio, e ricorda, fai discorsi brevi.

Poi, devi fare questo: aiuta il prossimo a trovare la sua strada nel buio.


For Calling the Spirit Back from Wandering the Earth in Its Human Feet


Put down that bag of potato chips, that white bread, that bottle of pop.

Turn off that cellphone, computer, and remote control.

Open the door, then close it behind you.

Take a breath offered by friendly winds. They travel the earth gathering essences of plants to clean.

Give it back with gratitude.

If you sing it will give your spirit lift to fly to the stars’ ears and back.

Acknowledge this earth who has cared for you since you were a dream planting itself precisely within your parents’ desire.

Let your moccasin feet take you to the encampment of the guardians who have known you before time, who will be there after time. They sit before the fire that has been there without time.

Let the earth stabilize your postcolonial insecure jitters.

Be respectful of the small insects, birds and animal people who accompany you.
Ask their forgiveness for the harm we humans have brought down upon them.

Don’t worry.
The heart knows the way though there may be high-rises, interstates, checkpoints, armed soldiers, massacres, wars, and those who will despise you because they despise themselves.

The journey might take you a few hours, a day, a year, a few years, a hundred, a thousand or even more.

Watch your mind. Without training it might run away and leave your heart for the immense human feast set by the thieves of time.

Do not hold regrets.

When you find your way to the circle, to the fire kept burning by the keepers of your soul, you will be welcomed.

You must clean yourself with cedar, sage, or other healing plant.

Cut the ties you have to failure and shame.

Let go the pain you are holding in your mind, your shoulders, your heart, all the way to your feet. Let go the pain of your ancestors to make way for those who are heading in our direction.

Ask for forgiveness.

Call upon the help of those who love you. These helpers take many forms: animal, element, bird, angel, saint, stone, or ancestor.

Call your spirit back. It may be caught in corners and creases of shame, judgment, and human abuse.

You must call in a way that your spirit will want to return.

Speak to it as you would to a beloved child.

Welcome your spirit back from its wandering. It may return in pieces, in tatters. Gather them together. They will be happy to be found after being lost for so long.

Your spirit will need to sleep awhile after it is bathed and given clean clothes.

Now you can have a party. Invite everyone you know who loves and supports you. Keep room for those who have no place else to go.

Make a giveaway, and remember, keep the speeches short.

Then, you must do this: help the next person find their way through the dark.


Joy Harjo

lunedì 25 maggio 2020

Nei miei sogni si alza l'acqua

Ho letto questi sogni nella puntata di  Sàivu - survival kit, di pochi giorni fa, che può essere ascoltata qui:

www.fangoradio.com/shows/saivu/#sogni


Li trascrivo. Dall'ultimo sogno, non ho più avuto immagini chiare e memorabili.

22 dicembre 2019 

Nel sogno la casa si apre su una scogliera vasta e piatta sul mare. Bambine scandinave giocano con un elefante delle dimensioni di un cucciolo di cane. La madre delle bambine ci scorta fra due pareti ripide di roccia. Trollstigen, bisbiglio. Le rocce si spaccano verso il cielo come cocci. La madre dice che lì nidificano aquile e oche selvatiche a diverse altezze. Le vediamo volare calme, risalendo i venti. 

2 gennaio 2020 

Siamo cinque orfani in un villaggio su un’isola remota. Ci avviciniamo a una casa che si affaccia direttamente sull’acqua, alta fino alle finestre. Entro da una finestra sul lato che poggia a terra. Ci sono persone e mi affretto a uscire per paura di essere scambiata per un ladro. Appaiono famiglie in vacanza. Io sono il fratello maggiore che racconta la nostra storia. 

26 gennaio 2020 

Le case nel bosco divengono tende e caverne. Sono una bambina che abita presso il sentiero. È inverno e cade una pioggia leggera. Devo trasferirmi poiché il mio tempo qui è quasi finito, ma non so da dove iniziare a rimettere le mie cose. Sull’altro lato del sentiero vi sono piccoli bozzi comunicanti nella pietra. Qualcuno si immerge nell’acqua gelida e così faccio io. Una delle pozze è più grande di quanto appaia, si incunea nella roccia scavandola in una caverna. Dico a quelli che si tuffano di fare attenzione perché questo è un luogo di orsi polari. Nel buio, sulla parete di roccia, vedo la sagoma del muso di un orso che mi guarda. È reale o è solo una maschera? Se qualcuno cade nell’acqua verrà sbranato. Ho evocato l’orso con un messaggio. 

12 marzo 2020 

Io e mia madre usciamo a fare una passeggiata nel bosco, anche se lei dice che non dovremmo a causa del virus. Insisto fiduciosa. Siamo da qualche parte nei pressi di Santomoro, ci troviamo a un bivio in una radura: una via conduce alla città, l’altra risale la collina. Nello spazio erboso ci viene incontro un enorme cinghiale. Ho paura, ma non posso mostrarlo, perché è stata mia la decisione di venire qui. Se resterò ferma e quieta l’animale non mi farà nulla. Mentre si avvicina il suo corpo si allunga e deforma: mostra sul dorso segni di pneumatici, come se un veicolo gli fosse passato sopra. Mi annusa. Sembra infastidito, ma non mi aggredisce. Mia madre è da qualche parte, di lato, ma non riesco a vederla. L’animale mi trasmette la sua forza primitiva: ci sono rabbia, terrore, libertà. 

10 aprile 2020 

Le mie sorelle mi mandano fotografie di loro insieme ad alcune amiche nel bosco a Torri. Alcune delle ragazze indossano le mascherine. All’imbrunire mi ritrovo anche io in montagna. Sono nel mezzo di un grande spiazzo sterrato. Davanti a me sale ripido un sentiero di ghiaia che porta al mio posto preferito. Mi raggiungono le mie sorelle e ci inerpichiamo tutte e tre per la via. In cima c’è solo uno scoglio di roccia sporto sull’acqua che ha inondato tutta la valle. Un corvo passa rasente. “Eppure non è ancora il mare”, dico. Nell’acqua ondeggiano casolari e paesi abbandonati. Dobbiamo abbandonare in fretta questo luogo. Ritorniamo nel bosco e ci sentiamo al sicuro. In uno strano locale, al centro di un cortile di pietra fra gli alberi, ci servono una ricca colazione. 

16 aprile 2020 

Converso sulla riva con un uomo e una donna sulla sessantina, vestiti in abiti da lavoro. Davanti a noi c’è una grande imbarcazione attraccata. La spiaggia termina a sinistra in un casamento. La donna ha occhi penetranti e una folta chioma riccia che ingrigisce. L’uomo assomiglia a un marinaio con barba e occhio ceruleo. Parliamo come vecchi amici, ma loro non sono comuni esseri umani: sono due divinità marine dimenticate. Oggi si vendicheranno. Nell’acqua bassa vediamo un animale. È vivo, non riesce a rialzarsi dalle onde. Temo che affoghi. Sembra un cucciolo d’orso bruno. Chiedo aiuto alle due persone-spirito e l’onda si ferma, permettendomi di trarlo a riva. Non è affatto un orso, ma un cane labrador, macchiato di petrolio. Dall’imbarcazione si affacciano due uomini e una donna che confermano di averlo gettato in mare: speravano fosse morto fra le eliche del motore. Io rispondo che per loro è finita. Ridono. Corro verso il casamento, saltando dentro uno dei terrazzi. È una casa di riposo per anziani. La donna-dea entra nell’acqua, si libera dai vestiti, è possente e aumenta di dimensioni. Conosco il suo nome: “Frise! Frise!”, le urlo. “Il cane”. La Dea guarda l’uomo rimasto a riva che riesce a lanciarmi la povera bestia sul balcone: è spaventata e ha qualcosa di feroce. Frise cresce e con lei cresce il mare. 

19 aprile 2020 

Dopo un viaggio rocambolesco mi ritrovo con mio padre su uno stretto litorale di scoglio e spiaggia con alle spalle le montagne. Il mare cresce fra gli scogli ed è impensabile tornare indietro via terra. Sugli scogli arrivano a posarsi stormi vari. Non c’è quasi più spazio per muoversi o camminare, non possiamo cadere in acqua. Qualcuno dice che siamo a Baratti, ma siamo invece in un confine estremo dell'Artico europeo durante l'inverno. Si posa accanto a noi uno stormo di gru. Sono cinque e molto grandi. A seconda della luce sembrano persone. Danzano all’unisono, liberando le luci polari che illuminano la via d'uscita. Ora c’è mia madre accanto a me. Vediamo una strada nel bosco, che scende verso la valle. Ai suoi lati alte conifere cariche di neve. 

29 aprile 2020 

Un tronco si alza davanti a me. È un albero nella foresta amazzonica. Vorrei scalarlo e lui oscilla, piegandosi e lasciandomi salire. In quel momento si sporge oltre la selva, fino al mare. Va alla deriva con me a cavalcioni: il mare è l’Artico ed è dicembre. Scivolo di sera fra scogli e isolette dove sono radunati vari sami nel costume tradizionale. Stanno festeggiando. Ci sono piccole luci. È molto bello qui. A un certo punto isole e persone scompaiono: non c’è più terra in vista, il mare si fa oceano calmo e profondo. Il tronco è completamente staccato dal suolo. Va a picco. Io devo nuotare e trovare una sponda nell’acqua gelida. Devo svegliarmi per non perdere il cielo.

domenica 3 maggio 2020

Sciamani siberiani


Quest'estate volevo finalmente viaggiare in Russia, verso la Siberia. Come meta mi ero prefitta l'Altai su cui tornerò, ma una delle speranze è anche muovermi più a nord e a est, verso le regioni e i popoli principali della cultura sciamanica, repressa durante il regime stalinista e riemersa in seguito, grazie anche a festival, iniziative e a una certa fascinazione tutta occidentale per lo sciamanesimo quale pratica di guarigione. Lo sciamano in realtà è un mediatore, spesso un mediatore fra persone diverse, ovvero appartenenti a popoli, categorie e specie diverse, siano essi umani, animali, elementi, rocce, vegetali, spiriti. Ingraziarsi, bandire, portare pace, chiedere perdono, cercare alleati - in una conoscenza animistica del mondo. 

Quando a gennaio cercavo informazioni per una mappa ideale di viaggio, mi sono imbattuta in questo video sugli sciamani degli Altai, che è ancora fra i miei preferiti: What the shamans are silent about. L'aria piovosa, il fiume Katun, e l'Altai come la porta leggendaria verso il divino. "Il fiume Katun è santo per me, quando lo vedo mi sento come se vedessi Dio, qualcosa di sacro". Dice uno degli abitanti. E lo sciamano spiega che non si può dire cosa sia uno sciamano se prima non si dice cosa è l'anima. Ciò su cui gli sciamani tacciono è forse questo infine, l'anima non trascendente della terra. 




Poi c'è questa perla. Un breve film documentario girato dall'antropologo Andrei Golovnev presso il fiume Pegtymel e la regione dei Chukchi, che si trova oltre il Circolo Polare Artico. Sono illustrate le tradizioni, il rapporto con la natura e l'uso dell'amanita muscaria per ottenere visioni, testimoniato dalle molte pitture rupestri che rappresentano il fungo come una persona di piccole dimensioni, riconoscibile grazie a tratti antropomorfi e al cappello. 
Ne parla sul suo sito in un articolo Giorgio Samorini
https://samorini.it/archeologia/asia/uomini-fungo-asia/pegtymel/

Qui sotto il film e il link al sito dove si trova:
https://www.cultureunplugged.com/documentary/watch-online/festival/play/2443/Pegtymel



venerdì 1 maggio 2020

Danza delle gru (un sogno)


Sogno di mari, scogliere, approdi artici. Dopo un viaggio rocambolesco mi ritrovo su uno stretto litorale di scoglio e spiaggia, con alle spalle alte montagne. Il mare cresce fra gli scogli ed è impensabile tornare indietro attraverso i monti. Sugli scogli arrivano a posarsi stormi vari. Sono in trappola insieme ad altri compagni, ma non sono preoccupata. Il paesaggio davanti a me è un estremo dell'Artico europeo durante l'inverno. Si posa accanto a noi uno stormo di gru. Sono cinque e molto grandi. A seconda della luce sembrano persone. Danzano, liberando le luci polari  che illuminano la via d'uscita. Vediamo una strada nel bosco, che scende dietro di noi verso la valle e il ritorno.



La danza gioiosa delle gru è legata al labirinto di Cnosso secondo Plutarco, che la chiama geranos: viene eseguita a Delo dai sette ragazzi e dalle sette ragazze liberati da Teseo, ripetendo i movimenti sinuosi del filo di Arianna. Nel sogno le gru-persona indicano il sentiero, sottile come un filo e lo fanno muovendosi armonicamente, all'unisono. Da loro nasce un luogo.

Le gru danzano poi a Kullaberg, ne Il Viaggio Meraviglioso di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf per un evento speciale che raduna ogni anno tutti gli animali. Per l'occasione si stabilisce una tregua e tutti sospendono la caccia. 
Penso infine alle migrazioni, a quella terra di Scizia, nell'Asia continentale da cui secondo Aristotele le gru viaggiavano verso le paludi del Nilo. Labirinto, luce nel cielo, danza di persone che sono sia gru che antenati umani. Una mappa onirica che affonda in simboli personali e in miti antichi.


La danza mi ha anche riportato alla mente altri due esempi, molto distanti: le danze dei dervisci, che ruotano fino a raggiungere la trance, senza cadere e così toccando il divino oltre loro stessi; e i cinque movimenti della serie THE OA, dove servono appunto cinque danzatori. Grazie ai cinque movimenti è possibile trascendere letteralmente: lasciare questa dimensione e questo corpo, per viaggiare in altre, recuperando tutte le possibili versioni di noi stessi nel tempo. L'Angelo Originale (the OA, appunto), porta questa rivelazione mentre viaggia accompagnata sia da fratelli amici che dal fratello-ombra, il suo persecutore. 


Chissà come questo sogno si relaziona alla pandemia e ai miei molti altri sogni di mare che si alza verso di noi, di inverno che scompare o di animali che portano segni profondamente umani in loro. Sono davvero nel labirinto o questo si disegna piuttosto nei miei gesti? Scendendo per il crinale, fra le grandi conifere, la neve dai rami fa un ponte. Tutto è calmo al risveglio.

mercoledì 29 aprile 2020

Nella mezzaluce della pioggia (ancora)


"Ogni elemento della natura ci insegna che se una cosa muore è per fare spazio a un'altra", scrive Henry David Thoreau nel diario del 24 ottobre 1837. Torno al mio posto nel bosco, il paese non resta mai troppo lontano. Piove appena. Camminare quando è appena piovuto e il cielo è basso, grigio, quasi disfatto intorno, è forse la passeggiata che preferisco. Primavera e autunno si toccano in questa pioggia. Procedo lungo la Bure lasciandomi dietro le case, supero la quercia ancora esile, ma in fiore, che abbiamo piantato a settembre scorso, salgo sul ponte di legno restaurato e sono di là. Un di là che è ancora molto "di qua": l'attività umana è ben presente. C'è il campo delle api, con tutte le casette, c'è, poco oltre, il bozzo di Bengasi dove fare il bagno - o almeno un tuffo. Mi fermo solo pochi istanti a salutare. E continuo fra le capanne di attrezzi, i burali, cioè gli orti, in questa mescolanza abitata, fra selvatico e coltivato.


La radura si apre sulla destra. C'è un vecchio metato in abbandono, che ho fotografato molte altre volte: guardo dal mio solito rifugio, seduta su una pietra accanto alle mura. L'erba è alta. Penso a certi miti amazzonici per cui sono gli alberi a tenere su il cielo, impedendogli di cadere. Eppure la pioggia lo disfa in un'intimità. L'ho scritto, lo ripeto per provare a dirlo con efficacia. Giriamo sempre intorno al solito punto, in un avvicinamento fra la mente e il mondo. Quando vengo qui, la solitudine è buona ed è come entrare in uno dei miei sogni migliori. Il rumore dell'acqua è ovunque. La Bure che non mi abbandona. Penso al gatto che ho perduto due anni fa, al suo corpo sepolto nell'orto, al suo spirito ovunque. Non si tratta più solo di amore e del dolore connesso. Penso allo sguardo dell'animale. Così misterioso, pacifico, selvaggio. A volte mi sembra di vedere come lui. E tutti i luoghi sono uno. Si radunano nel prato tutti i posti che ho chiamato casa. 


Ancora Thoreau, 19 marzo 1842: "Quando cammino nei campi di Concord, e rifletto sul destino della stirpe anglosassone, e sulle energie inesauribili di questo nuovo Paese a volte dimentico che quella che adesso è Concord un tempo era Musketaquid, e che la stirpe americana ha avuto lo stesso destino. Dappertutto, nei prati, nei campi di mais e di grano, la terra è disseminata di resti di una stirpe del tutto scomparsa, come se fosse stata calpestata su quella stessa terra. Trovo utile ricordare l'eternità che mi precede quanto quella che mi seguirà. Dovunque vada, ripercorro le tracce degli indiani. Raccolgo da terra un dardo che hanno lasciato cadere ai miei piedi, e, se penso al mio destino, mi ritrovo sul loro stesso percorso, calpesto quel che fu il loro focolare e dalle sue braci estraggo gli strumenti, semplici ma indistruttibili, per la capanna e la caccia. Ogni volta che pianto il mio granturco nello stesso solco che così a lungo fornì loro un raccolto, non faccio che cancellare parte del loro ricordo".

Qui non abbiamo un genocidio così prossimo e ancora in atto, come quello dei nativi sul suolo americano. Non trovo antiche frecce sulla mia via. Incontro resti d'altro tipo, di vite dismesse, anche se ancora presenti, come il metato stesso, come la traccia circolare del falò impressa nel terreno al centro della radura, ma anche come, se mi metto in ascolto, la presenza di tempi inconoscibili, che hanno fatto quest'erba, l'hanno conosciuta diversa, che hanno visto creature fragili e incostanti avvicendarsi. I luoghi ricordano. Indossano la loro memoria. Decifrarli senza reperti tangibili è una sfida che si pone all'occhio e all'udito. All'immaginazione. Come sarò ricordata nei luoghi? Come arriverò a chi camminerà o striscerà o forse, se ci sarà acqua nuoterà, dove ora io siedo?

"Chi tratta i suoi pensieri come materia, e sa costruire opere che deliziaranno le generazioni future, è lui a possedere l'energia vitale più grande e rara (6 maggio 1858)".


A questo vagare da ferma, ma nel bosco, si accompagna la rilettura recente de I salici di Algernon Henry Blackwood, scrittore inglese del primo novecento, esoterista e membro della Golden Dawn. La trama, narrata in prima persona, racconta di due amici in viaggio sul fiume Danubio, che si fermano a campeggiare su un'isola mentre l'acqua monta e diviene impraticabile. L'isola è abitata dai salici.

"La sensazione d'inquietudine che emanava quest'isola, ricoperta da un milione di salici, colpita dal vento forte, e circondata da acque profonde, colpì entrambi, credo. Non battuta dall'uomo, quasi sconosciuta all'uomo, era distesa sotto la luna, lontano dall'influenza umana, sul confine di un altro mondo, un mondo alieno, un mondo dominato dai salici e dalle anime dei salici".

Qualcosa di ostile alla presenza umana si muove nell'isola e non può essere placato, ma nemmeno ridotto alla forza degli elementi o di divinità più o meno antropomorfiche. Gli esseri, la trama degli esseri, che mostrano la loro intelligenza viva senza mai rivelarsi, è del tutto sovrannaturale.


Dirà l'amico svedese del narratore:

"Tutta la mia vita," disse, "sono stato pienamente cosciente di un'altra regione - in un certo senso non del tutto separata dal nostro mondo, ma comunque del tutto diversa - dove accadono incessantemente cose grandi, dove entrano in attività forze immense e spaventose, impegnate in compiti enormi se paragonati alle piccolezze terrene; la nascita e la caduta delle nazioni, le sorti degli imperi, il destino degli eserciti e dei continenti: è tutta polvere in confronto. Per compiti enormi intendo l'avere a che fare direttamente con l'anima, e non indirettamente con più espressioni dell'anima..."
"Tu pensi," disse, "che si tratti dello spirito degli elementi, e io pensavo che forse potessero essere gli dei. Ma ora ti dico che non è nessuna delle due. Queste sarebbero entità comprensibili, perché hanno relazioni con gli uomini, che sia per venerazione o per i sacrifici, mentre questi esseri che sono con noi ora non hanno assolutamente nulla a che fare con la specie umana, ed è una pura casualità che il loro spazio venga in contatto con il nostro in questo posto".

Senza alcun desiderio di sperimentare il terrore, è quel segreto non addomesticabile, quanto non può essere pronunciato perché non ha nome nelle lingue conosciute, che permane nei margini, nello spazio che all'improvviso può coglierci di sorpresa a causa del suo vuoto o dell'altro - un insieme di fantasmi e resti tangibili, che formano lo strato resistente sotto ogni paesaggio. Penso sia lì che per un po', prima di raggiungerci, si annidano le storie. Devono fare paura, all'inizio. Devono mantenere la loro memoria imprendibile, anche quando dette, per vivere. Mi alzo e lascio il metato alle spalle. Vado verso verso il paese. Le cose mi guardano, distrattamente.


Doomsquad, When the Dead Become Infants


Le citazioni provengono da:
Henry David Thoreau, Io cammino da solo. Journal 1837-1861. Traduzione di Mauro Maraschi, Piano B Edizioni
Algernon Henry Blackwood, I salici. Traduzione di Francesca Cavallucci, ABE Editore

mercoledì 22 aprile 2020

Coyote nel Buio, Ricordare i Coyote


(Per la Giornata della Terra ho tradotto questa poesia sul segreto, sugli animali che non sono animali, sulle persone che sono le loro storie di animali, sul pantano dove si raccolgono bacche e si torna a credere al mondo. A me ha fatto bene, mi sono sentita a casa). 


Coyote nel Buio, Ricordare i Coyote

La più buia delle cose
mi venne incontro nel buio.
Era solo una faccia
e un paio di denti
che non tenevano parole,
sebbene sentissi un alito salato
esalare nella mia direzione.
Una volta, in un autunno da tempo trascorso,
ero inginocchiata
nel pantano dei mirtilli rossi
e udii, in quel posto solitario,
due voci che scendevano la collina,
e mi eccitò
la concessione di questo segreto,
ovvero che i coyote, mentre camminano insieme
parlano fra di loro,
perché, pensai, cos'altro poteva mai essere?
E sebbene ciò che poi emerse
furono due giovani donne, di sicuro su due gambe
e completamente all'oscuro della mia presenza,
le loro lingue svelte di giovani donne
che raccontavano e rispondevano,
e sebbene sapessi
di aver creduto a qualcosa di non vero, probabilmente,
fu comunque meraviglioso crederlo.
Ed è rimasto con me
perché un dono, una volta dato è dato per sempre.
Sembravano calme e felici,
quelle due fanciulle del selvatico
da cui abbiamo -
chissà fino a che punto furioso e patetico -
bandito noi stessi.

Mary Oliver

COYOTE IN THE DARK, COYOTES REREMBERED

The darkest thing 
met me in the dark.
It was only a face
and a brace of teeth
that held no words,
though I felt a salty breath
sighing in my direction.
Once, in an autumn that is long gone,
I was down on my knees
in the cranberry bog
and heard, in that lonely place,
two voices coming down the hill,
and I was thrilled
to be granted this secret,
that the coyotes, walking together
can talk together,
for I thought, what else could it be?
And even though what emerged
were two young women, two-legged for sure
and not at all aware of me,
their nimble, young women tongues
telling and answering,
and though I knew
I have believed something probably not true,
yet it was wonderful
to have believed it.
And it has stayed with me
as a present once given is forever given.
Easy and happy they sounded,
those two maidens of the wilderness
from which we have—
who knows to what furious, pitiful extent—
banished ourselves.

Mary Oliver



martedì 21 aprile 2020

Pandemic Playlist (3)


Mad Season, Wake Up


Nick Cave & the Bad Seeds, Let Love In

Low, Cut

Screaming Trees, Nearly Lost You

Bill Callahan, All Thoughts Are Prey to Some Beasts

Patti Smith, Dancing Barefoot


David Bowie, Lazarus

Smashing Pumpkins, Crestfallen

Rolling Stones, Wild Horses

lunedì 20 aprile 2020

Giorno di pioggia: luoghi dal tempo sognato

Santomoro, Chiesa di San Silvestro, oggi dalla mia finestra

La pioggia mi riporta sempre a una dimensione intima, dove ciò che di solito sta nascosto può fluire tranquillo, senza paura. Dovrebbe esserci una stagione apposita per lei, la stagione della pioggia, che si ripete attraverso i mesi e fa il cielo vicino. Scatto la solita fotografia dalla finestra, verso la chiesa di San Silvestro e là dietro la Bure che si addentra nella boscaglia. 

Penso ai sogni della notte prima e a quelli di molte altre notti, dove mi trovo in luoghi di fatto totalmente estranei nella veglia, ma familiari nel sogno, che ripetono nomi a me cari - Appennino, Maremma, regioni dell'Artico europeo, scogliere britanniche o irlandesi. Continuando a rientrare in questi sogni è come se fossi uno di quegli spiriti di cui Yeats scrive in Una Visione, che non riescono ancora a staccarsi dalle cose terrene e sognano indietro. 

Nel SOGNARE INDIETRO lo spirito è costretto a rivivere di continuo gli eventi che più lo avevano commosso; non può esserci niente di nuovo, ma i vecchi eventi spiccano in una luce che è fioca o vivida secondo l'intensità della passione che li aveva accompagnati.

Ai miei sogni si accompagnano parole precise:

protezione
disarmo
sorellanza
nord
spirito
animale
luogo

perché nei sogni tornano animali che sono persone, che erano qualcosa d'altro nella vita giornaliera e di solito mi conducono o si trovano in luoghi impervi che dovrebbero spaventarmi, come scogliere ripide sul mare e solo una striscia piana fra le rocce su cui tenermi in equilibrio, ma invece mi proteggono: arriva sempre una madre o una sorella a mostrarmene un lato sconosciuto. Quelle scogliere, quei monti mi disarmano e solo così io posso appartenere a loro oltre i sogni e la veglia. Il cinghiale mi viene incontro, ma non mi aggredisce. Le gru che danzano sono persone di luce. Il mio caro vecchio lupo malmesso mi annusa con timore. I gatti mi osservano, mai troppo distanti, su quel confine che unisce i mondi.

Nei sogni io ho memoria. Mi ricordo dei segreti, della lingua inventata con cui comunichiamo davvero con tutte le persone piccole dentro di noi: la nostra infanzia, il futuro, le creature nascoste negli anfratti, fra i libri, nelle soffitte o nei vecchi cantieri, nel nord o nei deserti color carminio. Persone della nostra immaginazione che provocano inquietudine solo all'inizio - poi stupore, familiarità. Sei piccola, mi dicono. Come i popoli che spariscono. Come quei lapponi di cui hai scritto nelle poesie, trasformando un popolo reale nel vagheggiamento di una bambina di sette anni e poi restituendoli all'Artico.  Sei disarmata. E chi è disarmato ha un potere che la maggioranza non vede: accetta di stare nell'ombra. Sa che il più grande dei pericoli è ignorare che il disarmo è una condizione globale. Chi si disarma diviene custode del tempo sognato e quel tempo è un luogo, il buon luogo dell'utopia. Il luogo dove ci si mette in ascolto delle migrazioni degli alberi attraverso le radici, gli smottamenti del terreno, le avventure aeree dei rami. Il luogo dove le strade si svuotano e le mura proiettano fantasmi. Penso a questo tempo-luogo che tiene le mie poesie quando funzionano come incantesimi non per mutare il mondo, ma per vederlo. Impararne le mappe.


Visby, dicembre 2019, Baltico all'imbrunire

Penso che mi mancano i luoghi in questa pandemia, più che le persone. Mi manca anche solo pensare di poter viaggiare liberamente verso nord, di andare nel Dartmoor, di recarmi a Torri nel mio Appennino Pistoiese e far visita a quei faggi che so io, o di perdermi un'altra volta ancora nei colli marchigiani o di camminare sul litorale maremmano. Mi manca non fare nulla per pomeriggi domenicali, a giro per Londra, in una certa libreria di Kentish Town o seduta con la musica nelle orecchie presso il Cafè di Brockwell Park. Mi manca perfino il sudicio dell'Arno sotto il ponte di Santa Trinita. Ma nessuno di questi luoghi mi manca quando sogno e tornano uno. E, per strano che sembri, non mi mancano nemmeno quando vado a trovare il torrente della Bure e parliamo, qua dove abito. Lei mi consola e mi sembra sempre che sappia di tutti i miei posti. 

Forse quando la pandemia finirà andrò a nord e a est. Dove volevo viaggiare quest'estate, nel verde dell'Altai. Sognerò ancora più forte e camminerò più lenta.