giovedì 26 ottobre 2017

Articoli, cose in giro e 47 Ronin per Pistoia

Sono stati giorni densi di scritture varie questi! Oltre, naturalmente, alla preparazione per Halloween qui a Santomoro e a casa mia. Intanto è di due giorni fa questo mio scritto sugli albi illustrati, apparso con varie immagini su Nazione Indiana: Belve, mostri e scatole di cartone. L'incontro con l'altro nei libri illustrati per l'infanzia. 

Poi ci sono questi due pezzi usciti su ReportPistoia che raccontano un po' di impegno sociale e voglia di condividere. Qui parlo dei miei due anni di attività dentro il Circolo Arci le Fornaci. Qui invece c'è il resoconto di una splendida domenica, lo scorso 22 ottobre, nei Giardini di Monteoliveto: Il mondo è di tutti. Liberi tutti! di cui inserisco anche una delle immagini dal retro dei volantini.


E infine il link a questa nuova realtà collettiva che sta nascendo, al momento presente con una pagina su facebook:
https://www.facebook.com/47RoninPistoia/

martedì 3 ottobre 2017

Nella brughiera - un ricordo dell'estate

In questa densissima estate sono riuscita a ritagliarmi qualche giorno per il mio viaggio in solitaria nei miei soliti posti a nord-ovest. Sono andata nella Cornovaglia interna, a Bodmin Moor, che gode per lo più di turismo interno, altra cosa a deporre a suo favore oltre la bellezza. E ho camminato. Dal mio B&B nei pressi di St.Cleer, mi sono avventurata verso alcune mete prefissate e fin dove mi portavano i piedi. Il primo pomeriggio non sono dovuta andare lontano, raggiungendo le Golitha Falls e camminando dentro il bosco lungo il torrente Fowey, noto per essere una dimora della lontra. 

Il rumore forte dell'acqua di cascata permette molte cose, come parlare ad alta voce, per esempio, sentendosi in perfetta solitudine.


Il giorno seguente, dopo una bella colazione inglese vegetariana, praticamente il pasto quotidiano, sono andata a Minions, camminando lungo la strada per qualche miglio, incontrando pecore e mucche al pascolo, mentre mi avvicinavo al sito megalitico, alla struttura semi-deserta del Visitor Centre e al Cheesewring Tor.


Un po' di pioggia e poi il vento che aumenta quando si sale sulla collina, si lascia il verde della brughiera per il granito, ci si ricorda che questa era tutta una miniera e che il lavoro della natura è indissolubilmente legato a quello dell'umano nella costruzione del paesaggio. C'è ancora l'entrata dell'abitazione di Daniel Grumb, che venne qui a vivere per non pagare le tasse.



E poi c'è il Tor, in alto, anzi molti Tor, bastioni di vento e roccia, il mio mondo elfico che emerge e mi dice che è vero. Mi siedo qui, come ho fatto tante volte quando viaggio per queste terre, a mangiare una mela e lasciare che i pensieri vadano dove vogliono.



Dopo una tazza di chai nella Tea-room che è anche il piccolo negozio del paese, mi rimetto in cammino per il Siblyback Lake - ancora quattro miglia, deviando dalla strada della mattina. Mi piacciono i laghi, forse perché non ho mai avuto una vacanza al lago, mi piace l'idea di acqua contenuta, di grande polla limpida e riflettente sotto il cielo, di specchio, forse anche di limite, perché puoi camminare intorno a un lago, come non si può certo fare con l'oceano. E più semplicemente penso a tutti i pond londinesi dei parchi, che mi hanno fatto compagnia nei miei anni inglesi.



Ci sono molti adolescenti che, tolta la muta per il windsurf, si infilano maglioni leggeri e jeans e vengono al Café dove sono seduta a osservare. Qualche tenda, qualche visitatore occasionale, qualcuno che porta in giro il cane. Mi viene l'attacco di una poesia che scriverò poi dopo, in un altro contesto. Forse questa è una preparazione. Perché il giorno dopo devo raggiungere IL LUOGO, quello più ambito durante questo viaggio minuscolo. Lo dico subito - non è la bellezza, la fama, nemmeno le leggende, che mi portano qui. La mattina dell'ultimo giorno mi incammino: andata e ritorno saranno circa venti chilometri, devo salire, raggiungere un punto disperso nel centro della brughiera di Bodmin, dove si trova un laghetto, il Dozmary Pool sulla Dozmary Hill. Perché ci incapricciamo di un posto, quale bussola si orienta in noi e ci guida? Come se già, in realtà, sapessimo. Ecco la mia bussola mi ricordava che non potevo ripartire senza andare lì. Trovo il sentiero per la collina di Dozmary quasi per caso, anche se il padrone del B&B mi ha spiegato nel dettaglio la strada. Ci sono alcune leggende posticce che raccontano sia la dimora della Dama del Lago, ma è troppo isolato e lontano dagli altri luoghi arturiani e da Tintagel. Secondo un'altra storia è senza fondo, una bocca per l'inferno, ma in realtà si è spesso prosciugato in assenza di piogge. Il fatto è che si preannuncia nella mia immaginazione come un luogo solitario, epifanico, perfetto. Non incontro nessuno, tranne una mucca con i suoi vitelli.



Poi mi sdraio nell'erba umida, per fortuna giro con un telo nello zaino e resto lì dove inizia l'acqua. Questo posto mi assomiglia e non so perché, ma so che è lì che deve arrivare la poesia, mi serve un'altra lingua per starci dentro.



Dozmary Pool

Tutto è detto da un foro nel terreno.
C’è un lago nella mente, l’estate si scioglie sui bordi
di quando ero bambina.

Il cielo cade sull’acqua senza rumore
conversano l’erba e il bestiame.

Non sono mai stata qui. L’albero
avanza al contrario nel sottosuolo, ma è chiaro come allora
si avvera un riparo dal timore.

Viaggio via dal paese dei grandi
così strano e senza soffrire
perde se cresce,  perde mostri, pezzi, paure

e perfino la gioia di non arrivare, dell’estinguersi
in un lento esplorare.

Viaggio via dalla lingua parlata
dentro una leggenda infantile, la pellicola
dove il tempo si imprime quasi selvaggio e ostile.

Si estraggono volti dalla brughiera come il rame
e il granito dalle cave, hanno pelli di vento, inumane.

Sulla collina non s’incontra una dama.
Non c’è spada o strada per l’altro mondo

acqua senza fondo in questo stagno -
non c’è fata di giunchi o di fili di ragno,  nel sole

una faccia bestiale, un occhio bovino e l’altro irreale
luce di fango e di squame – devi accecarti per vedere.

sabato 23 settembre 2017

Racconti, libri e il senso di meraviglia con cui inizia l'autunno

Ieri è ufficialmente iniziato l'Autunno, la mia stagione preferita. Fra le cose che accadono di questi tempi, oltre ai colori del cielo, delle foglie e della natura che mutano e sembrano rannicchiarsi su di noi, come su un grande focolare, oltre alle zucche del mio orto ormai quasi pronte e all'aria che preannuncia - si spera! - castagne!, accade che torni ad acquistare libri per la Biblioteca di Santomoro. Ho appena scritto un post sul blog del Centro Sociale al riguardo, che si può leggere qui:

http://santomorocentrosociale.blogspot.it/2017/09/lautunnno-e-la-biblioteca-nuovi.html

Quello che non dico è la gioia che ho provato nel trovare The Tiger Who Came to Tea di Judith Kerr tradotto in italiano (nel settembre 2016! un anno e non me ne ero accorta): Una tigre all'ora del tè. Quando l'ho visto in libreria a Firenze mi sono emozionata, ho dovuto stringerlo forte a me prima di andare alla cassa e mi sono venute le lacrime, perché si sa che sono una piagnona.



Questo momento epifanico e di pura meraviglia per la bambina che rimango nel tempo si è accordato benissimo all'uscita del mio racconto su IO SONO QUI, l'esperienza laboratoriale condotta a Camerino tra giugno e luglio 2017, per un progetto del Ministero dell'Istruzione sulle zone terremotate. Ne parlo come al solito su Nazione Indiana, a questo link:

Per ora è tutto: mi preparo per il fine settimana, per la Corsa dei bambini in paese che quest'anno abbiamo ribattezzato STRASANTOMORINA e per qualsiasi grossa Tigre voglia venirmi a bussare, anche se troverà molto tè e poco "Cibo per tigri" nella mia dispensa.

giovedì 21 settembre 2017

SOGNI & OMBRE. Laboratorio di tarocchi e immaginazione


A cura di Cecilia Lattari e Francesca Matteoni

La luna, i sogni, il mondo della fiaba, il bambino interiore, la poesia sono al centro del secondo corso “Sogni e Ombre”, basato sull’uso intuitivo e creativo dei tarocchi e delle immagini. 
Lavoreremo ogni mese sulla luna piena e il suo simbolismo legato alla stagione; scriveremo versi e piccoli testi ispirandoci alle carte; entreremo nella dimensione del sogno notturno, quale memoria di sé, altro-mondo, reinvenzione del reale, protezione e presagio; infine incontreremo in forma di fiaba, ricordo, esperienza presente il bambino in noi, quale parte attiva, capace di stupore, fiducia e perfino carica di aspetti oscuri, troppo spesso rimossi in una visione molto comune ed edulcorata dell’universo infantile.
Quattro temi ricorrenti per un calendario di nove incontri, ognuno autoconclusivo. La serata di presentazione è gratuita e aperta a tutti.

Il laboratorio si svolge di mercoledì in orario serale, 20.45 – 23.00, presso la libreria Les Bouquinistes.

PROGRAMMA
27 settembre, ore 21.00 Introduzione
4 ottobre MOONBOARD Luna di Ottobre
11 ottobre SCRITTURA
18 ottobre DREAMWORK
25 ottobre BAMBINO INTERIORE
8 novembre MOONBOARD Luna di Novembre
15 novembre SCRITTURA
22 novembre DREAMWORK
29 novembre BAMBINO INTERIORE
6 dicembre MOONBOARD Luna di Dicembre

Costi: 200 euro, corso completo; 170 euro corso completo per chi ha frequentato il corso precedente; 25 euro, incontro singolo

giovedì 7 settembre 2017

Preghiera agli animali morti e ai ruscelli

di Mariasole Ariot

Cavallo bianco dei miei anni minori

porta il mio corpo muto nel tuo recinto.

Gatta con gli occhi d'edera
hai partorito tre cuccioli e me : ricordami.

Lucia, tartaruga di terra
ché la tua corazza sepolta, senza testa, sia oggi la mia casa.

Cippi nella Corsica dei maiali
la madre che ti ha impiccato ora è ferma, tu proteggimi.

Nell'argine del Tribolo ci siamo fermati
a pregare per chi non c'è più, gli animali morti sono sette.

Nell'argine del Tesina ho trovato una tana di conigli
mi sono seduta accanto, vi ho aspettato a lungo.

Nell'argine dell' Adige ho visto un pescatore cieco,
il suo cane ora è morto: preghi per me.

Ruscelli che cedete l'acqua dalla fronte della montagna
apritemi la bocca piano: riempitemi fino alla nuca. 

martedì 5 settembre 2017

hamonveg: Settembre Nero

hamonveg: Settembre Nero


Parzialmente stremato raggiungo il quarantaseiesimo anno di vita in una città che si spegne, un po’ alla volta come le fottute candeline, dove si può morire giovani nella sterpaglia di ferragosto -  l’ultimo avamposto - dove chiude anche l’ultimo avamposto accogliente e prosperano le stamberghe esose del centro isterico; dal suo cuoricin borghese, ripulito, hanno cacciato i tossici, gli orazi e i mattarelli, ma lasciato il puzzo di piscio dei nuovi presentabili ubbriaconi, stendendo occasionale, un manto d’erba posticcia, dove non morirà nessuno, ma qualcuno vomiterà negroni nel puzzo di piedi puliti.

Parzialmente stremato da una battaglia persa, a sostegno di un personaggio immaginario, un barone rampante, un visconte dimezzato, un empatico sbagliato, un sindaco filosofo, per ritrovarmi in una città che irride ora orgogliosa i compassionevoli, argomentando occhiuta con leggi, regole, dottrine alla mano e faccine serie serie ufficiali e d’ordinanza, qui non si scherza, qui non si danza! finalmente se stessa: maligna con chi ama, amorevole coi maligni, che taglia le gomme alle bici dei disperati, che multa i misericordiosi, che chiama stronzi che galleggiano dei ragazzi neri in piscina, che sull’odio non trova meglio da fare che ufficialmente tacere, timidamente disapprovare…

E di là dal guado secco non trovano di meglio da fare che meaculpa, iniettati di conformismo e addestrati, i mancini residui ormai ambidestri, questi giovani già anziani: è una carriera come un’altra, cavalcare le ovvie posizioni del reazionario, combattere guerricole elettorali a furia d’obiezioni. 

Levati quella faccia e quegli occhialini, ipsterino in carriera. Lavati il viso. Levati il viso: diventa teschio che ride. diventa la morte che ti circonda. la morte dei tossici. la morte dei quartieri e dei parchi svuotati e posti sotto stretta sorveglianza. diventa le occasioni mancate. diventa l’accoglienza irrisa, il prete insultato. diventa il nero. diventa lo stronzo che galleggia. diventa il porco mediatico politico che ci usa per la sua notorietà di merda. diventa il nero. diventa il buio delle onde dove affondano le zattere dei dannati. diventa il buio di una cittadella spenta e inospite. diventa il filosofo insultato perché colto. diventa provinciale. diventa razzista. diventa la notte che cala come una condanna a cinque anni di reclusione in una farsa, diventa il fascio di buio che ci avvolge. 

diventa ciò che sei: la controparte passiva che giustifica l’attivismo dei regressori.
mostrati in pieno buio, con chiarezza per quel che sei: una sagoma.

Nessuna sorpresa: a noi è toccato il fascismo globale. è toccato, dicevo: come in sorte? ma mi darò di stronzo! non c’è sorte nelle scelte svogliate, nell’aver permesso che accadesse, nell’aver accettato in silenzio, lasciato passare, lasciato dire, aver dato per scontato, nel pensare il diritto, acquisito, nell’opportunismo elettorale che tacita il senso di giustizia, che non parla di immigrati e campi rom per non perdere voti. e la pugnalata giunse inattesa, volti e luoghi familiari, fuoco amico, fuoco che cammina contro di me…
smantellare da sinistra articoli diciotto, intanto. smantellare da sinistra, fare guerre da sinistra, aiutarli a casa loro sempre ,da sinistra. fertility day da sinistra: a noi è VOLUTO il fascismo globale e mal voluto, mezzo gaudio; a noi ora tocca rincorrere il conformismo, l’ordine che taglia teste e piedi fuori norma, la normalizzazione forzata, la sicurezza, la vigilanza, il paese normale, la città normale, la concretezza di lapide e il pratino posticcio, il taglio dell’erba puntuale, il decoro urbano, il rigor mortis. Ora si morirà di nascosto oppure in casa. 
  
ecco la città buia dei patrioti che amano così tanto l’italia da vivere all’estero per non pagare le tasse; eccoli la i solidali prima con gli italiani, ma da casa d’altri per usare un concetto a lor caro: in Estonia magari, ma loro non sono immigrati: che siano cervelli in fuga? Il cervello è il primo che fugge in questa demenza artificiale; a loro il futuro: ai latitanti, ai furbi, agli azzeccagarbugli, ai ripuliti che smessi i feticci del ventennio ora giocano a democrazia- a noi toccherebbe fargli il verso per restare quel che siamo; abbiamo spento gli indiani metropolitani, cacciato Jeff, chiuso il campeggio e il free market, demolita ogni spontaneità e perso Jesus, perso irrimediabilmente, come si perde l’anima - e nessuno sa più dov’è…

Parzialmente stremato arrivo alla quarantaseiesima girata di sole senza figli evviva, ma senza soldi cazzo, in una città che si spegne, come a soffiare su una candela per volta, un negozio, un locale, un servizio, una persona. chi scappa e chi muore, chi vive e chi resta - soffiano sulle candele prima di spartirsi la torta; una per una, nella notte. rimane quell’odore dolciastro di cera bruciata. siamo più ricordi che futuro: ecco perché siamo un buco nero. 

sabato 19 agosto 2017

Un giorno chiaro e nessuna memoria

Nessun soldato nel paesaggio,
Nessun pensiero di persone morte,
Come erano cinquant'anni fa,
Giovani e vive in un'aria viva,
Giovani e a passeggio nel sole,
Curve in abiti blu per toccare qualcosa,
Oggi la mente non è parte del tempo che fa.

Oggi l'aria è libera di tutto.
Non ha percezione se non del nulla
E scorre su noi senza significati,
Come se nessuno di noi fosse mai stato qui in precedenza
E non vi fosse ora: in questo spettacolo angusto,
Quest'attività invisibile, questo senso.

WALLACE STEVENS (traduzione di Massimo Bacigalupo)

sabato 15 luglio 2017

Senza cuore

(apparsa nel 2015 sul numero 3 della rivista A few words)
Séverine Pineaux
Dentro una betulla c’era una ragazza. L’albero era forte e alto verso il cielo. Il fiume amava la ragazza: le parlava in rivoli su per le radici, le bagnava i capelli scendendo tra le foglie dalle nuvole. La ragazza viveva attraverso le stagioni, le piogge e il sole acceso l’abitavano entrambi, la malinconia si stemperava nel suo animo con lo stupore, proprio come i rami nudi dell’inverno nel verde dell’estate. Nell’albero c’erano tutti i rumori del mondo. La sua solitudine era buona e armoniosa.

Un giorno venne a ripararsi sotto la betulla un Uomo. Sembrava molto triste. Dopo poco iniziò a cantare e la sua voce era profonda, sapeva di terra e dolore. La ragazza non aveva mai sentito qualcosa di simile, non era il canto frenetico dei passeri e dei merli al mattino, nemmeno l’urlo della civetta che taglia il buio, non assomigliava al fragore dell’acqua e nemmeno al vento lamentoso o alla sua danza sulle cose. Si tese dentro il tronco per ascoltare con il respiro accelerato che le agitava il sangue. Allora l’Uomo si voltò, pensò che l’albero era bello. Allungò una mano verso la corteccia bianca e proprio dove le sue dita si posarono toccò il cuore della ragazza e lei uscì dall’albero.

“La mia vita era semplice, ma ora mi sento vuota, mi sembra che solo il tuo canto possa riempirmi. Ti prego canta ancora”, gli disse e lui cantò e la ragazza sentì che il suo corpo non era più tale, non vedeva il confine tra la sua pelle e il canto dell’Uomo. Alla fine lei mise la testa sul suo petto.
“Che strano! - esclamò la ragazza – Non ti batte il cuore”.
“Il cuore non può battermi. Non ce l’ho”, rispose l’Uomo.
“Come fai a vivere senza cuore?”
“Vivo perché è da qualche parte, ma lontano da me e non riesco a trovarlo”.
“Ti darei il mio”.
“Lo distruggerei. Lo sbranerei come fanno le belve. Consumerei tutta la sua forza cercando qualcosa che sia me. Non si può vivere con il cuore di un altro e tu saresti morta”.
“E la tua voce, allora, da dove viene?”, gli chiese.
“Una sera, non ero più un bambino. Sono venuti i Giganti. Hanno sconvolto la mia casa facendone una tomba. Poi mi hanno rotto. Tagliato in pezzi, diviso la mia pelle dalla carne, fracassato lo sterno. Solo gli occhi mi erano rimasti vivi – vedevo senza poter far nulla. Mi hanno rimesso insieme con flauti al posto delle ossa, corde di violino e chitarra dove c’erano i nervi e i tendini. Un usignolo ha fatto il nido nella mia gola. Ma il cuore non me lo hanno restituito. Lo hanno schiacciato e compresso, fatto seccare su una pietra. Poi lo hanno chiuso in una conchiglia, hanno messo la conchiglia in un sacco, e il sacco in una scatola d’acciaio e tutto questo li faceva molto ridere. Lo getteremo sul fondo dell’oceano!, hanno detto. Se ne sono andati prima che io riuscissi di nuovo a camminare. Così, forse, il mio cuore è straziato e sepolto nel mare”.
“E non lo hai mai cercato?”
“Sì … ma a che servirebbe ormai? Sono così stanco. Tu puoi restare qui con me, non ti manderò via, mi racconterai dell’albero e dei suoi cicli, dell’alternarsi dei colori nelle sue fronde: per me è sempre tutto uguale, anche la mia voce non può darmi sollievo”.
“E poi tu mi ameresti?”
“Non potrei, ma avrei sete della tua presenza”.
“Sarebbe terribile, come muoversi sempre nell’ombra. Starei dentro un desiderio che non può realizzarsi”, disse la ragazza.
“… e tuttavia resterai?”, le chiese l’Uomo quasi con speranza.
La ragazza non rispose. Trascorsero la notte insieme. L’Uomo non poteva dormire, perché il sonno viene dal ritmo del cuore e il suo era assente. Il suo corpo era sconvolto dalle ferite che affioravano nell’oscurità, la sua voce divenne un urlo ininterrotto. La ragazza ne ebbe paura, ma non poteva sciogliersi dal suo abbraccio. Il mattino seguente prese la sua decisione:
“Partirò io alla ricerca del tuo cuore”.
“Non lo troverai, non abbandonarmi”, chiese l’Uomo e c’erano in lui furia e terrore, ma la ragazza sapeva di doversi allontanare, intraprendere un viaggio senza meta sicura, senza certezza di soluzione.

Tornò dalla betulla per un ultimo saluto, il fiume era arrabbiato:
“Perché vuoi andartene? Non sei grata per quello che hai? La mia cura, il mio amore, la bellezza di questo mondo?”
“L’Uomo non ha più il cuore e da quando l’ho incontrato è come se non avessi più il mio. Non posso berti o ascoltarti, fiume, con la gioia che avevo! Albero non posso tenermi a te e nemmeno con te sognare di raggiungere il cielo! Non sono più la stessa e me stessa è nell’Uomo che non può amarmi e mi fa spavento”.
Il fiume corse via trascinando erba e sassi in un lungo pianto e così facendo la spogliò del suo abito verde-azzurro come l’acqua. La betulla ebbe compassione della ragazza e la rivestì di foglie e ramoscelli intrecciati. Le mise una protezione attorno ai piedi nudi perché non si ferissero sul cammino, ma non poté fare nulla per il suo sguardo che era distante, spento in un orizzonte invisibile. La ragazza si incamminò. Dopo molti giorni e notti giunse in una foresta di abeti, l’aria era fresca e ombrosa, un singhiozzo proveniva dalle rovine di una casa antica. Si avvicinò e guardò dentro: seduto su un masso muschioso lo spettro incurvato di una donna cercava di cucire insieme i pezzi della sua pelle a brandelli, da cui sgorgava continuamente sangue, che evaporava prima di giungere a terra.
“Chi sei?”, le chiese la ragazza.
“Chi ero, piuttosto. Vivevo in questa casa, tanto tempo fa. Fuori dalla mia porta sentii il canto di un Uomo, la sua voce mi rapì: non potevo sapere dove mi avrebbe condotta. Aprii la porta e lo lasciai entrare. Era un Uomo senza sonno e senza il cuore: temeva più di tutto che lo abbandonassi, così lo feci restare. Passarono cinque anni e di giorno io lo ascoltavo e lo amavo, ma di notte l’Uomo strappava un pezzo di me, tentava così di riavere il cuore. Alla fine si prese il mio e scoprì che non poteva usarlo e io comunque ero morta di pena. L’Uomo se n’è andato, ma nemmeno come spettro sono libera e questa dove mi aggiro non è più la mia casa”.
La ragazza iniziò a tremare: era del suo Uomo che lo spettro parlava, era lui che l’aveva uccisa. Come era possibile tanto orrore in quella voce meravigliosa? Non si arrese, tuttavia, non poteva tornare indietro. Proseguì sola con il peso del suo amore infelice nel petto e le parole della donna spettro. Una mattina finalmente arrivò sulla scogliera, che si gettava a precipizio nella spuma bianca delle onde. Si sporse verso gli uccelli come faceva quando viveva nell’albero - allora conosceva le loro lingue - , ma ora non riusciva più a tradurle, rispondere. Iniziò a piangere forte. Una procellaria scese sullo scoglio, le si avvicinò incuriosita, le fece un cenno con le ali affinché la seguisse. L’uccello avanzò goffo e lento fino all’entrata di una piccola grotta. Dalla grotta usciva il suono rauco della tempesta, ma non soffiava nessun vento. Più la ragazza si addentrava nella grotta più il suono assomigliava ad una voce umana, una voce spezzata che si alzava e abbassava in grida e risa folli. La procellaria si fermò davanti a una donna o a ciò che ne restava. Le mancavano gli occhi, cavati via dalle orbite; il corpo era livido e incrostato di sale e alghe. I capelli neri crescevano e si spargevano a terra - erano il suo unico abito.
“Chi sei o chi eri?”, le chiese la ragazza.
“Danzavo su queste scogliere. Ero amica degli uccelli marini. Non ci fu mai donna più selvaggia e ridente di me, lo crederesti? Poi in questa grotta sentii un canto, un canto simile a nessun altro, mi avvolse l’anima. La procellaria cercava di trattenermi, afferrandomi la veste con il becco. Ma io entrai, ero stregata. Il canto apparteneva a un Uomo che non aveva sonno né cuore. Era venuto fin qui per cercarlo, ma, disse, era troppo stanco per proseguire. Mi chiese di restare con lui. Restammo insieme un anno e la mia risata perse il suo tinnire, disimparai a danzare. Gli uccelli smisero di venire da me. L’Uomo rubava tutto quello che era mio nella notte. Un giorno gli dissi che avrei cercato io il suo cuore, non avevo paura. Ma ero stremata, vedi? Ancora la procellaria tentò di fermarmi, di riportarmi là in alto dove il vento è assordante e potente. Mi gettai nel mare, nuotai a lungo in un’acqua che mi tirava giù come fango. Uccelli che non conoscevo si avventarono contro i miei occhi. Annegai. Le procellarie sollevarono il mio corpo restituito dalle onde, lo trasportarono quassù – l’Uomo se n’era andato e questa non è più la mia casa”.
La ragazza era impietrita. Che tipo di creatura era quella a cui stava donando il suo amore? Come poteva procedere? E come recuperare la strada già fatta, rivivere nell’albero, essere protetta dal fiume? Un senso amaro di colpa e sconfitta la prese. Si sdraiò sulla pietra dove si addormentò, voleva dormire fino a dimenticare tutto.
All’alba del giorno seguente, la donna annegata la stava accarezzando:
“Lo hai incontrato anche tu, non è così? E ora sei in trappola, la sua vita è la tua”.
“Sì”, disse la ragazza aprendo gli occhi.
“Io non posso aiutarti a non amarlo. Ma posso avvertirti sul percorso che hai ancora da fare, evitarti alcuni pericoli. E sperare per te, come per lui. Non scegliere la via dello scoglio, non ti gettare: il mare ti rifiuterebbe, ti aggredirebbe come ha fatto con me, eppure io ero sua amica, ma è come se il cuore dell’Uomo che custodisce e lo scempio che ne è stato fatto lo avessero maledetto. Scendi alla spiaggia con questa corda”, le disse porgendole una fune nera.
“Ma sono i tuoi capelli!”, rispose la ragazza. La donna se li era tagliati - era fragile e magra davanti a lei.
“Non ne ho più bisogno e non sento il freddo. La procellaria ti proteggerà dagli altri uccelli. Giunta sulla spiaggia non avventurarti a nuoto nelle onde. Ti respingerebbero indietro. Entra con passi brevi e lenti, devi camminare sul fondo. Legati addosso questi due sassi, ti impediranno di essere spinta a galla dalla corrente”, così dicendo le porse due pietre piccole, tonde, ma pesanti come macigni. La ragazza li guardò:
“E questi erano i tuoi occhi”.
“Neanche di loro ho bisogno. Ti mancherà il respiro. Devi accettare di bere l’acqua salata. C’è un fiume dentro di te, è sommerso nella tua persona, ma io riesco a sentirlo. Ti aiuterà a non soffocare. Non devi mai fermarti o vacillare. Gli uccelli dicono che c’è un ponte, proprio dentro al mare, un passaggio che loro vedono a volte, quando l’aria è serena e le onde si appiattiscono. Conduce alla dimora della Madre di Tutti gli Animali. Se il cuore dell’Uomo è da qualche parte lei saprà dove. Conosce tutti i destini, i segreti di morte e follia, ma anche di rinascita e prosperità”.
La ragazza ringraziò la donna della scogliera e si abbracciarono. Il viaggio era ancora ignoto, ma non era più sola. La procellaria la condusse fino al punto dove era più facile scendere, lei si calò con la corda. Uccelli con lunghi becchi ricurvi le si scagliarono addosso, ma la procellaria la difese, coprendola con le ali. Arrivati al suolo il povero uccello dovette cercare un riparo dove sanarsi le ferite. La ragazza lo salutò piena di gratitudine. Si legò i sassi al collo. Fece un passo nell’acqua, poi un altro. Il mare era duro e affilato come una lastra di vetro, sembrava tagliarle le caviglie. Si morse le labbra per resistere al tormento. Proseguì fino a immergersi totalmente - il naso e i polmoni le si riempirono di liquido salmastro, sentì che perdeva conoscenza, cercò di ricordare la sua vita nell’albero. E il fiume le venne in soccorso, salendo dalla punta dei piedi, come faceva con le radici, raggiungendo la fronte e la testa: le sembrò che tutto il suo corpo fosse solo acqua dentro acqua più grande. Riprese coraggio e avanzò tra i pesci indifferenti, fino a una zona rischiarata da lampi di luce: era l’inizio di un ponte molto lungo e molto stretto di cui non si vedeva l’approdo. L’acqua scomparve. Mentre camminava sul ponte sibili e rumori minacciosi la circondavano e il buio si infittiva: mani e artigli le afferravano le braccia e le gambe incidendole, lei lasciava una traccia di sangue dietro il suo passare. Il ponte si interrompeva sul vuoto. Più in basso c’era una capanna sghemba, senza porte o finestre. Saltò atterrando sul tetto, si calò giù per il comignolo. All’interno c’era un’unica stanza in una luce fioca di cui non si vedeva la fonte, che illuminava un grande tavolo nel mezzo, poche sedie, un letto e una credenza. Il pavimento pullulava di creature, ma non appena la ragazza si chinava per osservarle queste si volatilizzavano nel nulla. Su una poltrona erano accumulati abiti mezzo rammendati, una macchina da cucire di ferro arrugginita stava sotto uno specchio opaco che non rifletteva gli oggetti. Ceste piene di sassi, conchiglie e gusci si accatastavano alle pareti. Poi vide la Madre di Tutti gli Animali, china su un lavabo, che strofinava qualcosa di bianco nell’acqua corrente.
La donna era di spalle, capelli bianchi le correvano per la schiena annodandosi, indossava una tunica di lana grezza, non portava scarpe.
“Che sei venuta a cercare?” le chiese voltandosi: aveva il viso di una bambina, gli occhi neri in cui non si distinguevano le pupille dall’iride. La ragazza vide anche cosa aveva in mano: ossa di varie dimensioni, da cui staccava via resti di tessuto carnoso.
“Hai perso la lingua? Sono molto impegnata come vedi”.
“Che stai facendo?
“Pulizia. Mi prendo cura dei morti o di ciò che ne resta. Perché almeno dove vanno siano in pace”.
“E dei vivi cosa sai? Si può vivere sentendosi morti? Si può legare la nostra vita alla vita di un altro nel dolore?”
“Perché no, se questo ti serve a imparare”.
“Cosa dovrei imparare? Mi sembrava di avere già quello che mi bastava, di esistere in un sogno. Poi è apparso l’Uomo e ho perso tutto”, disse la ragazza con sofferenza.
“Quasi sempre si attende. Si attende il mattino che ci spalanca, si attende l’amante per non esserne più divisi. L’unica cosa che c’è da imparare, tuttavia, è il presente. Ed ora dimmi perché sei qui”.
“Cerco il cuore dell’Uomo. I Giganti lo hanno schiacciato, chiuso in una conchiglia, in un sacco, in una scatola d’acciaio e gettato sul fondo del mare. Non può essere felice né amarmi senza il suo cuore. Può solo incantare e poi devastare coloro che lo amano”.
“E tu hai pensato davvero che sia possibile sopravvivere senza il cuore nel petto? Tolto da te il tuo cuore , il tuo sangue smetterebbe di bagnarti gli organi, farti rossa e bianca. Non so cosa sia successo a quest’uomo. Ma certo il suo cuore è dove deve essere altrimenti avrei avuto tra le mani le sue ossa tempo fa”.
“E i Giganti allora? I suoi occhi hanno visto”.
“I suoi occhi avranno senz’altro visto, ma non hanno guardato a fondo. Se avessero guardato avrebbero scoperto i nomi delle cose che accadono e che a volte ci sembrano orribili, mostruose. Smarrimento, perdita, violenza, inganno, crudeltà, pazzia. Se non si tiene lo sguardo anche su questo non si scorgeranno i loro fratelli e sorelle: entusiasmo, volontà, ricordo, gaiezza, compassione, gratitudine”.
“E perché sono venuta fin qui, allora? Tutto inutile, tutta una bugia?”, la ragazza cadde a terra singhiozzando.
“Per imparare. Vieni”, disse la Madre di Tutti gli Animali prendendola per mano e conducendola davanti allo specchio opaco.
“Non riesco a scorgere niente, non rimanda le immagini”, si lamentò la ragazza.
“Tocca. Metti la tua mano sulla sua superficie”.
La ragazza allora spinse le braccia contro lo specchio, scivolarono dentro:
“Sento cortecce, acqua. Divento linfa e aria. Sento la mia vecchia casa, ma ora lei è il mio corpo. Sono una Ragazza Albero”.
“Prima abitavi un luogo di sicurezza e meraviglia. Ma non sapevi quanto ti appartenesse. Eri un’ospite ignara. Sei andata via. Hai amato, hai sofferto, hai lottato. Ora puoi fare ritorno, conoscere la tua forza interamente”.
“E l’Uomo? Cosa gli dirò? Non c’era battito nel suo petto”.
“Digli di guardare ancora. Di guardare il presente. Toccarsi anche dove fa male. Allora questo incantesimo che lui si è gettato addosso potrà svanire, potrai udire la pulsazione del cuore, non solo la sua voce”.
“E saprà vedere me?”
“Questo non so dirtelo. Fa parte dell’attesa. Ma avrai te stessa. Ora tieni quest’osso. Battilo tre volte sul tetto della mia casa quando sarai fuori. Quando sarai sulla spiaggia battilo ancora una volta. Il viaggio di ritorno sarà breve e lieto”.
La Ragazza Albero prese l’osso dritto come una bacchetta e salutò la Madre di Tutti gli Animali, ringraziandola. Si spinse su per il camino e appena uscita fece come le era stato detto: l’osso si trasformò in un delfino azzurro che la portò sopra le onde, nuotando e saltando veloce nel pieno del giorno.
Sulla spiaggia il delfino tornò nuovamente un osso: lei lo batté a terra e divenne un falco di grandi dimensioni che la trasportò in alto nell’atmosfera aranciata del tramonto. Il viaggio durò ancora una notte. Al nascere dell’aurora era ai piedi della betulla che la riconobbe subito facendo trillare gli uccelli nei nidi. Anche il fiume le corse accanto, lei vi si immerse: “Sei tu, eppure sei diversa”.
“Sono io e vi porto dentro di me, ora ne sono consapevole”.

Poi andò in cerca dell’Uomo. Lo scoprì poco distante, per la prima volta profondamente addormentato. Aspettò che si svegliasse. “Non ricordo da quanto non dormivo”, le disse.
“Puoi ascoltare ora il tuo cuore?” gli chiese la Ragazza.
“Me lo hai portato?”
“No … però so dov’è”.
“Anch’io so dov’è”, le rispose contrariato, “è sotto le onde, rinchiuso”.
“È dove deve essere, sei tu che non lo vuoi sapere …”
“Questo non è vero”, la interruppe l’Uomo adirandosi.
“Sarà vero quando deciderai di guardare l’attimo in cui vivi, di gioire di ciò che ricevi, di amare coloro che ti amano senza volerli divorare, di non temere nemmeno il tuo dolore”.
“I tuoi sono discorsi. Io non voglio star solo”, le rispose con disperazione e in quel momento avvertì una fitta nel costato, un tremito.

“Io non mi muovo da dove mi hai incontrato. Da dove per la prima volta ti ho amato. Dovrai venire tu però in dono, non soltanto con la tua voce. Allora l’amore sarà ricco e vitale, avrà la libertà del coraggio”, gli disse la Ragazza e c’erano in lei luce e fermezza. L’Uomo non poteva ancora risponderle. La Ragazza Albero si avviò verso la sua betulla, senza peso né rimpianto, le foglie suonavano l’una contro l’altra.

domenica 30 aprile 2017

Primavera caotica: articoli, libri e nuove avventure

Aprile è stato un mese intenso e oggi nel suo ultimo giorno provo a fare un riassunto di ciò che è emerso.
Intanto ho scritto questo articolo sul film documentario Lunàdigas di Nicoletta Nesler e Marilisa Piga che affronta il tema delle donne senza figli. Leggetene tutte e tutti! E andate a vedervi il film.
Poi: Silvia Costantino ha curato il libro Di tutti i mondi possibili (Effequ) che raccoglie nove saggi nati dal secondo Sublime Simposio del Potere, iniziativa fiorentina per amanti del fantastico in ogni sua manifestazione letteraria. Io, naturalmente, scrivo di folletti.


Si è inoltre concluso il laboratorio Il Viaggio dell'Eroe e in attesa dell'incontro pubblico del 6 maggio, Marta Meli, che ha partecipato all'ultimo appuntamento, scrive questo bell'articolo su ReportPistoia.

Buon Primo Maggio a tutti!


mercoledì 5 aprile 2017

Intervista su Il Viaggio dell'Eroe e altro!

La primavera porta novità e fermento! Ecco un po' di cose belle in giro in cui sono coinvolta.
Si comincia con un'intervista che Federico Di Vita mi ha fatto riguardo l'esperienza de Il Viaggio dell'Eroe nella Valle delle Due Buri, QUI:


Domani, giovedì 6 aprile, inizia la quarta edizione di Leggere la Città, il cui tema è quest'anno Cultura e Comunità. Niente di meglio per me: venerdì 7 aprile, alle 18.30 nelle Sale Affrescate del Comune, modero l'incontro con la storica Antonella Tarpino, con cui parleremo di paesaggio fragile e piccoli borghi.

Nella giornata conclusiva della manifestazione, domenica 9 aprile, alle ore 10.30 tutti alla Fortezza Santa Barbara per Poesia è Fortezza, passeggiata poetica a cura di SassiScritti, in cui si potranno incontrare i poeti Fabiano Alborghetti, Maria Grazia Calandrone, Fabio Franzin, Emilio Rentocchini, i giovani musicisti della Scuola di Musica Mabellini e le opere visive dell’Atelier di Pittura del Centro Diurno Desii 3 e il percorso olfattivo di Cecilia Lattari. 


Intanto condivido alcune delle foto che Eleonora Chiti e Jacopo Ferri hanno scattato durante i primi appuntamenti per Il Viaggio dell'Eroe.

J.F.

J.F.

J.F.

E.C.

E.C.

E.C.


sabato 18 marzo 2017

Wendell Berry, la comunità, la nostra terra

Esce oggi su Nazione Indiana un mio pezzo piuttosto lungo sui libri e il lavoro dello scrittore americano Wendell Berry. C'è anche un pezzo del mio Appennino, qui dentro!

https://www.nazioneindiana.com/2017/03/18/leggere-wendell-berry/

martedì 31 gennaio 2017

Le ferite splendenti

Maria Gaia Belli scrive e mi intervista su Tutti gli altri, su Tropismi.
Un'intervista molto ricca che mi ha fatto macinare un bel po' di pensiero, cosa che fa sempre bene, come fa bene tornare su quanto si è scritto e detto, rielaborandolo a distanza.

Per i cuoriosi, si può leggere tutto qui:

lunedì 2 gennaio 2017

Fine e Inizio per Boschi e Mondi Interiori


Il 2016 è terminato per me con una breve passeggiata al Bozzo di Bengasi, che si trova a meno di 15 minuti da casa mia, lungo il torrente Bure. Ci vado quando voglio pensare, è divenuto uno dei luoghi speciali, anche se non è distante e isolato con l'abetaia del Prataccio a Torri, altro bosco elettivo. C'era un bel sole: mi ero portata dietro del té chai nel mio thermos decorato con rami e volpi e a fare compagnia ai miei pensieri c'era una grossa trota salmonata, che se ne nuotava tranquilla vicino ai miei piedi.
Questo è senz'altro il modo migliore di trascorrere una mattinata: leggere, scrivere, osservare dentro il bosco e nella vita sott'acqua, come in uno specchio rovesciato.


Oltre a scambiare qualche parola muta con la trota, ho preso un po' di appunti sui tarocchi e inaugurato l'agenda a loro dedicata per il 2017, che si apre subito con due iniziative, completamente gratuite e adatte a chiunque. 
Sabato 7 gennaio sarò alla Biblioteca di Badi dalle 15.30 alle 18.00 per il primo appuntamento di LANTERNE MAGICHE, il mio laboratorio classico di tarocchi intuitivi. Qui sotto metto tutto il calendario: sono in ottima compagnia, con amiche di lunga data che offriranno altri bellissimi laboratori.



Domenica 8 gennaio, invece, sarò al Circolo Arci Le Fornaci con Cecilia Lattari, con cui da un anno conduco eventi e laboratori su tarocchi intuitivi, erbe e piante e scrittura. Insieme condurremo l'incontro-conferenza, Dal Matto al Mondo, che abbiamo già realizzato presso l'Ecomuseo di Gavinana lo scorso novembre. Iniziamo alle 18.00 e dopo sarà possibile restare a cena con un menù a prezzo fisso per i partecipanti. Porteremo come sempre vari mazzi da consultare e presenteremo anche il nostro nuovo corso: Sogni e Ombre che comincerà mercoledì 18 gennaio, presso la Libreria Les Bouquinistes.
Di questa nuova avventura, articolata in 10 incontri autoconclusivi (è possibile partecipare anche a un solo incontro), stiamo scrivendo sul blog di Cecilia. 
A questo link, Cecilia introduce il lavoro Ombra con i tarocchi, mentre qui io scrivo della Luna e della sua magia. E a proposito: secondo la tradizione amerinda, la Luna di Gennaio è dedicata al Lupo, un animale meraviglioso, ingiustamente perseguitato per secoli, che sta tornando sul nostro Appennino Toscano. Buoni boschi selvaggi a tutti!







venerdì 23 dicembre 2016

Acquabuia recensito su Semicerchio

di Riccardo Donati

Apparsa sul Numero LIV della rivista Semicerchio.


«Forse», scrive Francesca Matteoni nel testo in prosa Due sguardi su Alice, «tutto il vivere adulto è questo dormire ed il sogno che sta al centro, terribile e popolato di mostri buffi, non è che l'aver conosciuto l'infanzia, un giorno». L'opera della poetessa pistoiese, voce sempre più riconoscibile e apprezzata nel panorama della poesia contemporanea, è fortemente intrisa di suggestioni provenienti dalle dimensioni del mito e della fiaba e saturata con fantasie che restituiscono un mondo sensuale, terragno e insieme fantastico, perché onirico e fortemente teatralizzato, non senza una venatura di puerile crudeltà. Lo dimostrano anche gli ultimi lavori da lei pubblicati, ovvero l’intenso volume di prose Tutti gli altri (Tunué, 2014), una delle prove narrative più ispirate e sincere degli ultimi anni, e le due raccolte poetiche Nel sonno (Zona, 2014) e appunto Acquabuia: tre volumi strettamente legati l’uno all’altro sia sul piano tematico che stilistico, e che richiederebbero, per essere ben intesi, una lettura integrata. Nei testi poetici di Acquabuia in particolare emerge un mondo visto ad altezza di bambino dove la natura, reale o fantastica, occupa un ruolo preponderante: il vagare randagio per la montagna, avventurandosi liberamente tra boschi, sentieri, fossi, forre e rocce tanto seducenti quanto pieni di insidie, diventa occasione per incontri più o meno inquietanti con bestie, defunti, spiriti, creature mitiche di ascendenza panica, «genti di pelle e nuvolaglie» con «le code spenzolanti» che sono insieme promessa di rocambolesche peripezie e monito circa l’inadeguatezza della nostra specie, fatalmente estranea, goffa e impreparata rispetto alla realtà della vita sul pianeta che abitiamo. Spicca tra questi la figura del ragazzo-volpe, sorta di daimôn che funge da tramite tra il mondo degli uomini e quello della natura e che per molti versi richiama il devenir-animal di cui parlano Deleuze e Guattari in Mille Plateux, ossia il cessare di essere soggetti per diventare avvenimenti, il cessare di essere sé per diventare altro, il lasciarsi insomma diventare l’animale che si è, o almeno si è stati (scrivere come un gatto, come una libellula... addirittura, scrivere come un fiore). Non a caso la bestia/bambino è una presenza assidua nella poesia di Matteoni, e i versi che seguono ci riportano ancora a Deleuze e all’idea, enunciata nell’Abécédaire, che i bambini non hanno con l’animale un rapporto umano, bensì una relazione animale: «Vorrei avere pelliccia, l’olfatto / umido dei cani e invece ho mani / ho questi verbi che colano/ dal morso come un male, si storcono/ sui codici, la mappa della specie». O altrove: «I bambini vanno in guerra / per le stelle occidentali. / Affilano sugli alberi i coltelli. / Si vestono di gatto e toporagno / si muta la peluria nel piumaggio / si tatuano con gli aghi sulle spalle». Ma in gioco non ci sono solo le creature viventi: c’è infatti, nella poesia di Matteoni, anche un divenir-sasso, un divenir-materia, la possibilità e in certa misura la certezza di doversi impastare di finitudine materica: «Per fare parte lenta, legnosa al mondo/ devi marcirti al fondo»; «Hai rifiatato tutto il corpo in vetro»; «io tutto, tutto prendo e spingo in basso / che mi s’impietri/ in me poi rifluisca / e faccia pace con le terre umane». Esemplare in tal senso un testo come /bambino-albero/, dove la metamorfosi o fusione di umano e vegetale rinvia non tanto al mito greco, magari via Ovidio, quanto all’idea di una vita pre-umana perfettamente integrata con i cicli della natura, dove appunto l’inadeguatezza della specie si stemperi nell’adesione panica al cuore della creaturalità. Buona parte dell’opera di Matteoni si lega dunque al tema della lotta all’oblio, cioè alla necessità di far perdurare l’infanzia non in quanto spazio di evasione ma come unico luogo in cui sia possibile esperire la piena compresenza di sé e del mondo: in una parola, in quanto realtà capace di sottrarsi all’inautenticità di un sentire identitario basato sulla separazione, l’esclusione, il distacco dal resto del vivente. Se è vero che «dimenticare è vivere, il più delle volte», e che l’infanzia è un «nugolo» «tutto concentrato / nella distanza atrofica degli anni», la parola poetica è un «nutrimento», un amuleto o medaglione (parole ricorrenti nella raccolta) che preserva il nucleo più autentico delle esperienze infantili. Esemplare in tal senso il ruolo che i media hanno nella poesia di Matteoni: nel caso della raccolta Nel sonno, il riferimento era a un capolavoro del cinema ‘per ragazzi’ come l’Alice di Jan Švankmajer, qui è a uno degli eventi televisivi più traumatici degli anni Ottanta, la diretta da Fiumicino che mostrò agli italiani il fallimentare tentativo di soccorrere Alfredino Rampi, il bambino precipitato in un pozzo artesiano una sera del giugno 1981. Il testo a lui dedicato, che apre la raccolta, condensa molti degli elementi che abbiamo sopra indicato: «Sono il bambino-ghiaccio, il bimbo / [immobile / roccioso, il singhiozzo», scrive Matteoni: nel «fascio acceso della televisione», il poeta-bambino, coetaneo di Alfredino, si identifica con quella creatura sprofondata nelle viscere della terra e destinata a non crescere mai: non già nel senso liberatorio di un Peter Pan, bensì nel senso drammatico di una vittima sacrificale divorata dalla natura, ma anche destinata ad assumere i caratteri di una sorta di spirito protettivo. Quanto allo stile, Acquabuia rappresenta senz’altro un’opera della maturità di Matteoni. Giustamente nella quarta di copertina Maria Grazia Calandrone sottolinea l’intensa ritmicità di molti di questi testi, che «suonano come filastrocche nere, declinazioni originali di folklori nordici», sebbene poi non manchino metri più vicini alla tradizione italiana, a partire dagli endecasillabi che introducono movenze e persino immagini di sapore petrarchesco. Una duplicità che si riflette del resto anche sul piano paesaggistico, se all’insistenza su alcuni scenari più cupi, quasi gotici, fa da contraltare l’irrompere di dolci, aprichi scorci dell’appennino tosco-emiliano: «Andiamo ogni mattina nella selva»; «l’erba che si fa limpida e tagliente»; «Acqua che muove al vento ogni pensiero».