Domenica a casa in preda a una tosse terribile che non mi ha quasi fatto dormire.
Fuori la pioggia si è calmata, Ariel e Runa sono accoccolati fra le coperte del letto sfatto, senza alcuna intenzione di muoversi o andare a vedere cosa succede nell'orto. Tregua casalinga, mentre avrei dovuto essere in montagna, da Azzurra D'Agostino, per un laboratorio di poesia.
Recupero qualche foto di circa un mese fa, scattate al bivacco durante un pomeriggio di tempo mite. Scelgo quella con le casette per gli uccelli e i pipistrelli: siamo sempre speranzosi che vi trovino rifugio, durante i lunghi giorni in cui non saliamo al bosco.
Viviamo tempi folli, ottusi. Tempi in cui l'umanità occidentale più colta (o sedicente tale) scrive e suggerisce di unirsi, di essere solidali, di fare comunità, ma poi nel momento di esporsi ritorna ben al sicuro nel suo guscio, che appunto sicuro non è affatto. La crisi e il danno toccano tutti, anche coloro che pensano di salvarsi fra i libri, le case di famiglia, i saperi o, per chi li ha, i soldi in banca. Toccano un'epoca oscena di individualismo sfrenato, dove si esprime ammirazione per chi si espone e vogliamo continui a farlo, ma meglio senza il nostro aperto supporto. Dovrebbero essere le collettività a esporsi, un volto uguale all'altro, insieme, e se le ferite si accumulano, sapere che solo nella difesa del bene comune possono lenirsi. A volte sono piena di disprezzo per l'umanità apparentemente più prossima, perché i miei prossimi veri si trovano altrove, hanno altre lingue, subiscono e attendono di ritornare, non hanno tratti umani. E per stare con loro devo attraversare e coinvolgere quanto più umano possibile: perché non li ferisca, perché non ferisca più sé stesso.
Due anni fa nella piazza di San Lorenzo a Pistoia, una piazza tristemente nota per aver visto una strage di civili, addossati al muro della chiesa durante il nazi-fascismo, l'attuale amministrazione di destra ha devastato e ucciso tutti i pini e il piccolo parchetto con ghiaino e aiuole dove i residenti stavano a frescheggiare nell'estate.
Ora c'è un'unica, modernissima gettata di cemento e tante, tantissime piccole piante che chissà quando cresceranno. Le estati sempre più calde impediranno alla comunità locale di socializzare. Avremo un'altra piazza deserta: senza nidi di uccelli, senza anziani con le loro sedie, senza i magnifici pini, che erano in perfetta salute.
E' stato orribile. Il massacro di fratelli.
Ho scritto allora questa poesia, che poi è apparsa sulla rivista K de L'Inchiesta. Ancora oggi dice come sento, ancora oggi gli alberi gridano. E le brave persone si chiudono nelle case, e da qualche parte, nel bosco, forse creeremo una nuova solidarietà con i fringuelli, le ghiandaie.
Il
mio corpo contiene
Coltelli,
forbici, spine, uova intere, code di cane, ferri contorti, spilli, aghi, a
volte perfino con il filo, altre con capelli, grovigli di peli, pezzi di cera,
pezzi di seta, anguille vive, grossi brani di carne, ossa e sassi, e pezzi di
legno, uncini
scriveva
William Drage, farmacista
a
Hitchin, nel 1665,
enumerando le cose che
uscivano
come un discorso non
meditato
dai corpi affatturati.
Bisogna andarci caute
con la stregoneria –
scansi il rospo uscito
dalla crepa
e l’attimo dopo la tua
vicina sputa un ago
spesso come un ramo
del tuo bosco.
O un uovo, un cosmo
marcio
delle facce non
scomposte dal suo stomaco.
Un certo tipo di
potere ti fa malvagia
che vuol dire in cerca
di verità o di disprezzo
dai tuoi simili. I
tuoi simili?
Apri il libro che non
sai leggere
è fatto di zampe,
liste di contagio
fossili che erano
pozzi del passato.
È questo che fai,
sprofondi
nella persona accanto
–
una massa
indistinguibile dalla bocca
crolla liquefatta sul
tuo braccio.
Con la forbice
scontorni
la forma della voce.
Sciogli
la pelle, le urine o
il sangue
annodi la pezza della
specie.
Scuoti la carne, il
piombo,
le interiora del
catalogo infranto
della storia. Lo sai,
mai una sola. E mai
un solo corpo da solo
e mai una vita che non
debba
a un’altra vita la sua
dimora.
Lascia che non
muoiano, che bevano
sabbia, che abbia
ragione il vecchio
inglese con il suo
elenco, che pesci vivi
sbattano le scaglie
sulle lingue
se cercano di
parlare.
Fuori gli ultimi
alberi sputano uomini
tutti interi di fame.
Si riprendono
coi denti le ferite,
esalano cemento
verso il cielo.
Chiedono che tu sia
l’ombra e poi il
pugnale.
Non c’era niente, per
te, da benedire.
Nemmeno un chiodo,
nemmeno
un nome
versato a lungo, nel
deserto, con odio.
15 febbraio 2024
La
citazione iniziale è tratta da William Drage, Daemonomageia, a small treatise of sicknesses and diseases from
witchcraft, and supernatural causes: never before, at least in this comprised
order, and general manner, was the like published: being useful to others
besides physicians, in that it confutes atheistical, sadducistical, and
sceptical principles and imaginations. (London,
1665)
Traduzione
dell’autrice.
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