La cura immediata per l'inquietudine, il senso mancato di giustizia, verità e fiducia, il sapere che abito in un luogo che mi è al tempo stesso familiare e ostile è andare verso l'acqua più vicina. Non un'acqua qualsiasi - ma quella del torrente Brana, sotto il ponte di ferro che conduce in Via San Marco. Dagli aironi, dalle garzette, dai piccioni e dai germani. Qualche giorno fa una gallinella d'acqua indaffarata sull'erba della riva. E poi, tornando verso casa, scattare foto che hanno senso solo per me, come questa, al campo appena intravisto, in alto - un campo che da bambina immaginavo riempirsi di strade magiche. Chissà, gli chiedo, se sei lo stesso campo di allora. Non quello che porta alle altre case, ma quello dell'infanzia, dove vaga il sogno di una ragazzina che cammina accanto alla nonna nell'imbrunire.
Vado dagli uccelli acquatici e penso a quanto sia meraviglioso il loro sdegnarsi della mia presenza, il loro volare via oppure il loro non calcolarmi affatto e proseguire nella caccia.
Ho percorso la strada dietro le mura, a piedi e in bici, migliaia di volte. Ci ho scritto poesie mentalmente, ho preso appunti, ho parlato con gli invisibili e mi sono seduta sulla panchina quando non c'era nessun umano in vista.
Oggi, Festa mondiale della poesia, riprendo una poesia di Linda Hogan sull'incontro, sulla necessità di affidarsi (specie e genti diverse) e anche sulla vera forza. La traduco per me stessa.
Eccola:
L’airone
Guardo sempre
l’airone solitario nel suo posto
nell’acqua solo, l’occhio aperto,
una zampa sollevata
o mentre guada senza apparente movimento.
È un mistero che si vede
ma mai si tocca
fino a stamattina
quando lo sollevo dalla sponda
dove giace per respirare.
Conosco il becco che potrebbe aggredire,
quell’occhio dorato e imperturbabile
che mi osserva, mentre dico che sono innocua,
ma se quell’occhio fosse il mio, niente sarebbe al sicuro.
Gli artigli stringono forte la mia mano,
le sue piume brunastre, e il grigio
così perfettamente distribuito.
L’uccello è più splendido
della mia mano, la sua pelle più aggraziata
del mio piede, il mio occhio scuro
tanto più vulnerabile,
il cuore che batte veloce
la sua lingua che parla,
Potresti uccidermi o aiutarmi.
Ti conosco e non ho scelta
se non consegnarmi a te
nella supremazia qualunque di questo momento,
stringere la tua mano umana
curvando il mio artiglio.
Poi penso a domenica scorsa, da Azzurra D'Agostino, a Porretta, quando all'interno del suo laboratorio poetico abbiamo lavorato sulla fioritura. Azzurra ci ha chiesto di visualizzare un fiore che cresce dal buio.
Il mio fiore è arrivato abbastanza scontato quasi a dirmi: e chi credevi di incontrare? Un giglio di fuoco? Sei una popolana, vecchia ragazza, come me, ti piace resistere ovunque.
Così ho scritto il nostro incontro, il nostro dialogo.
E a questo solo voglio essere fedele.
fiore di cicoria
Ero qui per l’airone, non per te.
La bicicletta contro la staccionata
e via dall’acqua la tua fibra caparbia
fuori dalla ghiaia. Azzurre vene
sul volto di un’anziana, occhio
che trafigge dallo specchio e al cielo
volge impertinente, dice:
ero qui per la terra, non per te.

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