Ho pensato alle parole che ho scritto per Animali, custodi di storie, nel capitolo finale dedicato proprio ai volatili, al significato dell'interferenza, a come ci educhiamo reciprocamente all'affetto, al desiderio di veder vivere l'altro, anche se tutte le condizioni sono contrarie. Ho pensato che non c'è molto da dire sull'altro, chiunque esso sia, se non abbiamo attraversato l'amore e la perdita che a lui ci connettono, se un passero non ci è mai stato nella mano, se non ci commuovono quegli sfacciati dei miei adoratissimi merli che vengono a beccare sull'asfalto fra le case e sembrano dirci: "la strada è ANCHE nostra". Chi ne scrive, chi li difende dovrebbe sempre, prima di tutto, sentire la fitta di queso pudore, una reticenza prossima alla speranza che ci sia spazio per un radicale riconoscimento di ogni vita.
Riporto qui l'estratto:
Ho tenuto spesso fra le mani i piccoli uccelli, a volte per riporli nei nidi da cui erano caduti, altre per sottrarli a un predatore, altre ancora per sentirli morire: i loro corpi pieni d’aria e di respiro. Ho sempre avuto paura di spezzarne le ali, di stringere troppo forte, di torcere le penne o non saper dosare l’acqua e il cibo nei loro becchi spalancati per fame o per abitudine. La memoria non segue un tragitto regolare: la prima ad apparire è la rondine che ho protetto per pochi minuti, togliendola incolume dalle fauci del gatto. Se ne stava immobile, ma il suo corpo era caldo e il cuore batteva forte. Le sussurrai che era al sicuro prima di portarla alla finestra e restituirla al cielo. Proprio nell’angolo, in alto, sotto il tetto, c’era un vecchio nido di rondini ormai semidistrutto: nessuna vi aveva fatto ritorno. Fra i materiali che lo componevano c’erano alcuni fili di lana rossa e azzurra, quelli che usavo nelle mie decorazioni e che lasciavo a pezzetti sui davanzali perché gli uccelli potessero impiegarli per le loro case.
Da un nido sul tetto, invece, un giorno era caduto un passerotto non ancora in grado di volare, che restò con me e mia madre per quasi un mese. In modo abbastanza scontato lo chiamammo Cip. Lo nutrivamo con un pastone di semi, molliche di pane e acqua, e a volte catturavamo insetti per lui. Saltellava sulla cerata del tavolo fino a raggiungere il nostro polso per arrampicarsi e tendere il becco al contagocce o al bastoncino con il cibo sulla punta. Ci inventammo una scuola di volo nel garage: dalle mani messe a coppa, come un nido, lo spingevamo ad avventurarsi fuori o lo invitavamo a tornare al caldo. Quando lo liberammo nel prato, si alzò incerto, poi fece un cerchio sopra di noi che interpretammo come un saluto. Non so quanto visse, se sia tornato qualche volta sul balcone a spiarci, se ci abbia ricordato per un po’. Sono trascorsi quarantuno anni da allora, e l’immagine ha il tremore di una polaroid scattata a mia madre che sorride mentre Cip le sta nella mano. Ho bisogno di credere che sia stata la cosa giusta, perché queste sono le mie minuscole fondamenta esistenziali. Sono le parole di Emily Dickinson, quelle che ho trascritto tante volte su diari e pezzi di carta: “Se io potrò impedire / a un cuore di spezzarsi / non avrò vissuto invano. / Se allevierò il dolore di una vita / o guarirò una pena / o aiuterò un pettirosso caduto / a rientrare nel nido / non avrò vissuto invano”. O magari mi farò io stessa un nido, quando quello originario è perduto.











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