giovedì 1 ottobre 2026

Entrare nell'autunno

Primo giorno d'ottobre - secondo il calendario stiamo entrando nella stagione autunnale a pieno titolo e, per quanto riguarda quelle come me, nella Stagione della Strega - ma il caldo prosegue e le foglie invece che ingiallire o arrossire marciscono per esaurimento. Qualcosa con cui dovremmo iniziare a fare i conti, mentre pensiamo alla collezione di tisane e tè, all'atmosfera che spinge verso una luce di candela al sicuro con i nostri libri, gatti, oggetti, mentre il mondo va in pezzi. Per quanto mi riguarda sento entrambe le cose e questo conflitto non si può sanare né ho intenzione di provare a sanarlo. Piuttosto voglio provare a darmi il tempo per ricordare il presente e lasciare a quanto mi circonda un ricordo di me che non sia distruttivo.

Inga Moore, illustrazione per Il vento tra i salici di Kenneth Graham


Nel gruppo di lettura online dedicato alla saggistica abbiamo parlato del libro di Robert Macfarlane, E' vivo un fiume?, un'opera commovente, densissima che mi ha fatto piangere in più punti, soprattutto perché di fondo sono d'accordo con il figlio di dieci anni di Macfarlane: il libro potrebbe avere una sola pagina dove è scritto Sì. 

Le nostre storie sono fiumi, gli alberi sono sistemi fluviali dentro le cortecce, nei fiumi quando sono forti e cantano, siamo vivificate. 

Accade con i torrenti di montagna, accade anche con acque urbane corrotte, ma che provano a resistere: per me è un rituale raggiungere il torrente Brana dietro le mura in cerca di aironi e garzette, mai sazia della loro arte di immobilizzarsi, osservare, riprendere il volo. Come è un desiderio crescente, nell'estate e non solo, raggiungere i bozzi sulla Limentra, in montagna, per fare il bagno, per sentire il suo gelo di roccia e altura che mi apre la pelle. 

Nel libro di Macfarlane niente è diviso: sono le storie dei personaggi umani, i compagni di viaggio dell'autore, attraverso Ecuador, India meridionale, estremo nord canadese, a risplendere o a fermarsi nell'acqua dei fiumi - sia quando erompe poderosa sia quando muore, oppressa dall'inquinamento, dal male inflitto dall'umano a una tartaruga marina come a sé stesso.

Infanzia, maturità, saggezza e forza dell'antenata - ho pensato a queste tre categorie per le tre diverse parti del libro. 

Lascio il link alla canzone che i protagonisti umani del viaggio in Ecuador verso la sorgente de Los Cedros hanno composto insieme alla foresta, la grande compositrice. Proviene dal sito di Cosmo Sheldrake (sì, di quella famiglia lì, gli Sheldrake,  il padre Rupert, biologo, il fratello Merlin, micologo e lui che ascolta mondi - tutti e tre immersi nell'esperienza pratica e spirituale della relazione più che umana):

https://www.cosmosheldrake.com/music/song-of-the-cedars

Un proposito per quest'autunno è recarmi a registrare la voce della Bure, a Santomoro, e della Limentra per prendere parte a questo progetto qui sulla memoria acustica dei luoghi, Caught by the River:

https://www.caughtbytheriver.net/2026/08/the-ecological-listening-project/

L'ascolto sta diventanto una pratica sempre più significativa nel mio quotidiano sia a livello personale, sia nei progetti di scrittura. Il mio lavoro poetico più ampio dal titolo Prima di essere umana, che a tempo debito confluirà in un'opera di poesia se ne sta nutrendo moltissimo e così gli incontri con gli altri nelle città, nei boschi, nei paesi, online - in ogni luogo dove conduco laboratori.

Ne ho scritto qualcosa mesi fa per L'Indiscreto in questo reportage:

https://www.indiscreto.org/prima-di-essere-umana/

Spesso coltiviamo molto interesse per il messaggio, il significato delle parole o dei discorsi - io credo invece che sia necessario prima di tutto percepire e riconoscere le voci. C'è una risposta non traducibile che proviene dai nostri corpi quando riconosciamo una voce o una pluralità di voci, un coro, una polifonia, una specie di assenso, un'acquietarsi del nostro essere anche nel dolore. 

Ho riconosciuto questa cosa fra le pagine di molti libri bellissimi e differenti, per esempio nella vicenda di Lolly Willowes, romanzo degli anni Venti dell'autrice inglese Sylvia Townsend Warner, che segue il progressivo e autunnale farsi strega di una zittella di mezz'età, Laura "Lolly" Willowes, fino al suo patto con Satana stesso che altri non è se non una delle tante forme del paesaggio. Lolly si arrende alle colline inglesi, alle macchie fiorite, al fango, agli insetti, alla via che si intravede appena oltre i sentieri ben marcati. Per questo diventa libera, impara l'ascolto di sé stessa come donna, come creatura viva. 


Concludo con una mia scrittura, pubblicata per l'equinozio nella newsletter di Braccia Rubate: un saggio sugli uccelli in forma di poesia che, credo, contenga molto di quanto scritto qui sul blog, oggi:

https://bracciarubate.substack.com/p/un-uccello-ricorda-le-valli-desertiche



venerdì 12 giugno 2026

playlist #1


(playlist - testo poetico rielaborato dai titoli di canzoni) 

quando chiamano

dal tempio dei venti

alla corrente del pesce brillante

stella vagante

tu – non svanire

mentre tutto ferisce

o senza chiederlo

nasce –












TANYA TAGAQ, When They Call

JULIANNA BARWICK + MARY LATTIMORE Temple of the Winds

HAROLD BUDD + BRIAN ENO, A Stream with a Bright Fish

PORTISHED, Wandering Star

DEAD CAN DANCE, Don’t Fade Away

REM, Everybody Hurts

LAURIE ANDERSON, Born, Never Asked


sabato 21 marzo 2026

aironi e fioriture

 

La cura immediata per l'inquietudine, il senso mancato di giustizia, verità e fiducia, il sapere che abito in un luogo che mi è al tempo stesso familiare e ostile è andare verso l'acqua più vicina. Non un'acqua qualsiasi - ma quella del torrente Brana, sotto il ponte di ferro che conduce in Via San Marco. Dagli aironi, dalle garzette, dai piccioni e dai germani. Qualche giorno fa una gallinella d'acqua indaffarata sull'erba della riva. E poi, tornando verso casa, scattare foto che hanno senso solo per me, come questa, al campo appena intravisto, in alto - un campo che da bambina immaginavo riempirsi di strade magiche. Chissà, gli chiedo, se sei lo stesso campo di allora. Non quello che porta alle altre case, ma quello dell'infanzia, dove vaga il sogno di una ragazzina che cammina accanto alla nonna nell'imbrunire. 

Vado dagli uccelli acquatici e penso a quanto sia meraviglioso il loro sdegnarsi della mia presenza, il loro volare via oppure il loro non calcolarmi affatto e proseguire nella caccia.  



Ho percorso la strada dietro le mura, a piedi e in bici, migliaia di volte. Ci ho scritto poesie mentalmente, ho preso appunti, ho parlato con gli invisibili e mi sono seduta sulla panchina quando non c'era nessun umano in vista.

Oggi, Festa mondiale della poesia, riprendo una poesia di Linda Hogan sull'incontro, sulla necessità di affidarsi (specie e genti diverse) e anche sulla vera forza. La traduco per me stessa.

Eccola:

L’airone

 

Guardo sempre

l’airone solitario nel suo posto

nell’acqua solo, l’occhio aperto,

una zampa sollevata

o mentre guada senza apparente movimento.

 

È un mistero che si vede

ma mai si tocca

fino a stamattina

quando lo sollevo dalla sponda

dove giace per respirare.

Conosco il becco che potrebbe aggredire,

quell’occhio dorato e imperturbabile

che mi osserva, mentre dico che sono innocua,

ma se quell’occhio fosse il mio, niente sarebbe al sicuro.

Gli artigli stringono forte la mia mano,

le sue piume brunastre, e il grigio

così perfettamente distribuito.

 

L’uccello è più splendido

della mia mano, la sua pelle più aggraziata

del mio piede, il mio occhio scuro

tanto più vulnerabile,

il cuore che batte veloce

la sua lingua che parla,

Potresti uccidermi o aiutarmi.

Ti conosco e non ho scelta

se non consegnarmi a te

nella supremazia qualunque di questo momento,

stringere la tua mano umana

nella curva del mio artiglio.


Poi penso a domenica scorsa, da Azzurra D'Agostino, a Porretta, quando all'interno del suo laboratorio poetico abbiamo lavorato sulla fioritura. Azzurra ci ha chiesto di visualizzare un fiore che cresce dal buio. 

Il mio fiore è arrivato abbastanza scontato quasi a dirmi: e chi credevi di incontrare? Un giglio di fuoco? Sei una popolana, vecchia ragazza, come me, ti piace resistere ovunque. 

Così ho scritto il nostro incontro, il nostro dialogo. 

E a questo solo voglio essere fedele. 


fiore di cicoria

 

Ero qui per l’airone, non per te.

La bicicletta contro la staccionata

e via dall’acqua la tua fibra caparbia

fuori dalla ghiaia.  Azzurre vene

 

sul volto di un’anziana, occhio

che trafigge dallo specchio e al cielo

volge impertinente, dice:

ero qui per la terra, non per te. 


lunedì 23 febbraio 2026

in qualche canyon dell'appennino

in qualche canyon dell'Appennino, in qualche bar dell'altromondo, chissà se questa volta stai vincendo. Ciao babbo che nascevi oggi.

 






















Laura Ingalls

 

Mio babbo prima di morire leggeva La casa nella prateria,

lo teneva sul comodino dell’ospedale

fra Tex e i biscotti alla mela.

Da qualche parte io portavo ancora le trecce,

litigavo coi maschi e correvo

con un cane immaginario di nome Bandito

o rivestivo i gatti con gli abiti delle bambole

nel ripostiglio dei fumetti.

Non sarebbe tornato – i biscotti e i libri

composti e vuoti nella stanza.

La vita però si tratteneva nei film

e nelle pagine di avventura

che lo appassionavano come un ragazzino

come il ragazzino che non poteva fare il padre

ma era sempre il migliore

in una storia di reietti, agguati, inseguimenti e perfino

famiglie felici in stamberghe di legno.

Potevo sempre fare una lista per sentirmi sua figlia –

Seppellite il mio cuore a Wounded Knee,

Racconti Indiani, L’intrepido e Paperinik

e tutte le laure e i charles ingalls che non siamo mai stati.

Non le profonde domeniche davanti casa, sul gradino

ad aspettare ET l’extraterrestre, lo schermo

gigante del cinema pomeridiano

o di vederti apparire da una nuvola di sigaretta

come una rockstar, un divo straricco

dopo esserti giocato tutto nell’ultima partita.

La sera accettare le scuse, dirti fa niente

ho giocato per strada.

Piangevi davvero sui titoli di coda. 





 

domenica 8 febbraio 2026

dove sono, dove vorrei essere e una poesia sulla strega e le relazioni

 



Domenica a casa in preda a una tosse terribile che non mi ha quasi fatto dormire. 

Fuori la pioggia si è calmata, Ariel e Runa sono accoccolati fra le coperte del letto sfatto, senza alcuna intenzione di muoversi o andare a vedere cosa succede nell'orto. Tregua casalinga, mentre avrei dovuto essere in montagna, da Azzurra D'Agostino, per un laboratorio di poesia. 

Recupero qualche foto di circa un mese fa, scattate al bivacco durante un pomeriggio di tempo mite. Scelgo quella con le casette per gli uccelli e i pipistrelli: siamo sempre speranzosi che vi trovino rifugio, durante i lunghi giorni in cui non saliamo al bosco. 

Viviamo tempi folli, ottusi. Tempi in cui l'umanità occidentale più colta (o sedicente tale) scrive e suggerisce di unirsi, di essere solidali, di fare comunità, ma poi nel momento di esporsi ritorna ben al sicuro nel suo guscio, che appunto sicuro non è affatto. La crisi e il danno toccano tutti, anche coloro che pensano di salvarsi fra i libri, le case di famiglia, i saperi o, per chi li ha, i soldi in banca. Toccano un'epoca oscena di individualismo sfrenato, dove si esprime ammirazione per chi si espone e vogliamo continui a farlo, ma meglio senza il nostro aperto supporto. Dovrebbe essere le collettività a esporsi, un volto uguale all'altro, insieme, e se le ferite si accumulano, sapere che solo nella difesa del bene comune possono lenirsi. A volte sono piena di disprezzo per l'umanità apparentemente più prossima, perché i miei prossimi veri si trovano altrove, hanno altre lingue, subiscono e attendono di ritornare, non hanno tratti umani. E per stare con loro devo attraversare e coinvolgere quanto più umano possibile: perché non li ferisca, perché non ferisca più sé stesso. 

Due anni fa nella piazza di San Lorenzo a Pistoia, una piazza tristemente nota per aver visto una strage di civili, addossati al muro della chiesa durante il nazi-fascismo, l'attuale amministrazione di destra ha devastato e ucciso tutti i pini e il piccolo parchetto con ghiaino e aiuole dove i residenti stavano a frescheggiare nell'estate. 

Ora c'è un'unica, modernissima gettata di cemento e tante, tantissime piccole piante che chissà quando cresceranno. Le estati sempre più calde impediranno alla comunità locale di socializzare. Avremo un'altra piazza deserta: senza nidi di uccelli, senza anziani con le loro sedie, senza i magnifici pini, che erano in perfetta salute.

E' stato orribile. Il massacro di fratelli. 

Ho scritto allora questa poesia, che poi è apparsa sulla rivista K de L'Inchiesta. Ancora oggi dice come sento, ancora oggi gli alberi gridano. E le brave persone si chiudono nelle case, e da qualche parte, nel bosco, forse creeremo una nuova solidarietà con i fringuelli, le ghiandaie. 


Il mio corpo contiene

 

Coltelli, forbici, spine, uova intere, code di cane, ferri contorti, spilli, aghi, a volte perfino con il filo, altre con capelli, grovigli di peli, pezzi di cera, pezzi di seta, anguille vive, grossi brani di carne, ossa e sassi, e pezzi di legno, uncini

 

scriveva William Drage, farmacista

a Hitchin, nel 1665,

enumerando le cose che uscivano

come un discorso non meditato

dai corpi affatturati.

 

Bisogna andarci caute con la stregoneria –

 

scansi il rospo uscito dalla crepa

e l’attimo dopo la tua vicina sputa un ago

spesso come un ramo

del tuo bosco.

 

O un uovo, un cosmo marcio

delle facce non scomposte dal suo stomaco.

 

Un certo tipo di potere ti fa malvagia

che vuol dire in cerca di verità o di disprezzo

dai tuoi simili. I tuoi simili?

 

Apri il libro che non sai leggere

è fatto di zampe, liste di contagio

fossili che erano pozzi del passato.

 

È questo che fai, sprofondi

nella persona accanto –

una massa indistinguibile dalla bocca

crolla liquefatta sul tuo braccio.

 

Con la forbice scontorni

la forma della voce. Sciogli

la pelle, le urine o il sangue

annodi la pezza della specie.

Scuoti la carne, il piombo,

le interiora del catalogo infranto

della storia. Lo sai, mai una sola. E mai

 

un solo corpo da solo

e mai una vita che non debba

a un’altra vita la sua dimora.

 

Lascia che non muoiano, che bevano

sabbia, che abbia ragione il vecchio

inglese con il suo elenco, che pesci vivi

sbattano le scaglie sulle lingue

se cercano di parlare. 

 

Fuori gli ultimi alberi sputano uomini

tutti interi di fame. Si riprendono

coi denti le ferite, esalano cemento

verso il cielo. Chiedono che tu sia

l’ombra e poi il pugnale.

Non c’era niente, per te, da benedire.

Nemmeno un chiodo, nemmeno

un nome

versato a lungo, nel deserto, con odio. 

 

15 febbraio 2024

 

 

La citazione iniziale è tratta da William Drage, Daemonomageia, a small treatise of sicknesses and diseases from witchcraft, and supernatural causes: never before, at least in this comprised order, and general manner, was the like published: being useful to others besides physicians, in that it confutes atheistical, sadducistical, and sceptical principles and imaginations. (London, 1665)

Traduzione dell’autrice.





giovedì 5 febbraio 2026

dalle streghe, dai nidi

Da qualche anno conduco un laboratorio online che si chiama L'arte delle streghe, dove lavoro con altre donne attraverso esplorazioni individuali e collettive. Ogni ciclo ha un suo tema portante: i primi due sono stati dedicati all'approfondimento storico e antropologico della stregoneria, il terzo ha avuto per focus le fiabe, il quarto le pratiche e il quinto, ora in corso, è Il parlamento delle streghe - ovvero la possibilità di parlare, di rappresentare le istanze culturali, sociali e politiche del tempo in cui abitiamo, molto più profondo del mero concetto di presente. 
Per l'appuntamento di stasera ho chiesto di scegliere un animale di cui ci colpiscono abitudini, stile di vita, capacità di adattamento al luogo. Non ho potuto che tornare con la mente agli uccellini, ai pulli che fin dall'infanzia ho incontrato quando cadevano dal nido, restavano intrappolati, sfuggivano ai felini. Una specie di maledizione (o benedizione?) familiare per linea materna che ha coinvolto me, mia madre e mia nonna. Io la chiamo la "maledizione di Penny", ricordando la celebre scena sulla speranza in Bianca e Bernie, forse il primo film che io abbia visto al cinema all'età di tre anni. (Poi a sette, ho letto uno dei libri della serie di Margery Sharp: mi sono sempre ripromessa di leggerli tutti - lo scrivo qui come promemoria). Ora siamo rimaste in due, ma so che mia nonna capirebbe tutto, da qui dentro, dove rimane. 


Ho pensato alle parole che ho scritto per Animali, custodi di storie, nel capitolo finale dedicato proprio ai volatili, al significato dell'interferenza, a come ci educhiamo reciprocamente all'affetto, al desiderio di veder vivere l'altro, anche se tutte le condizioni sono contrarie. Ho pensato che non c'è molto da dire sull'altro, chiunque esso sia, se non abbiamo attraversato l'amore e la perdita che a lui ci connettono, se un passero non ci è mai stato nella mano, se non ci commuovono quegli sfacciati dei miei adoratissimi merli che vengono a beccare sull'asfalto fra le case e sembrano dirci: "la strada è ANCHE nostra". Chi ne scrive, chi li difende dovrebbe sempre, prima di tutto, sentire la fitta di queso pudore, una reticenza prossima alla speranza che ci sia spazio per un radicale riconoscimento di ogni vita. 

Riporto qui l'estratto:

Ho tenuto spesso fra le mani i piccoli uccelli, a volte per riporli nei nidi da cui erano caduti, altre per sottrarli a un predatore, altre ancora per sentirli morire: i loro corpi pieni d’aria e di respiro. Ho sempre avuto paura di spezzarne le ali, di stringere troppo forte, di torcere le penne o non saper dosare l’acqua e il cibo nei loro becchi spalancati per fame o per abitudine. La memoria non segue un tragitto regolare: la prima ad apparire è la rondine che ho protetto per pochi minuti, togliendola incolume dalle fauci del gatto. Se ne stava immobile, ma il suo corpo era caldo e il cuore batteva forte. Le sussurrai che era al sicuro prima di portarla alla finestra e restituirla al cielo. Proprio nell’angolo, in alto, sotto il tetto, c’era un vecchio nido di rondini ormai semidistrutto: nessuna vi aveva fatto ritorno. Fra i materiali che lo componevano c’erano alcuni fili di lana rossa e azzurra, quelli che usavo nelle mie decorazioni e che lasciavo a pezzetti sui davanzali perché gli uccelli potessero impiegarli per le loro case.

Da un nido sul tetto, invece, un giorno era caduto un passerotto non ancora in grado di volare, che restò con me e mia madre per quasi un mese. In modo abbastanza scontato lo chiamammo Cip. Lo nutrivamo con un pastone di semi, molliche di pane e acqua, e a volte catturavamo insetti per lui. Saltellava sulla cerata del tavolo fino a raggiungere il nostro polso per arrampicarsi e tendere il becco al contagocce o al bastoncino con il cibo sulla punta. Ci inventammo una scuola di volo nel garage: dalle mani messe a coppa, come un nido, lo spingevamo ad avventurarsi fuori o lo invitavamo a tornare al caldo. Quando lo liberammo nel prato, si alzò incerto, poi fece un cerchio sopra di noi che interpretammo come un saluto. Non so quanto visse, se sia tornato qualche volta sul balcone a spiarci, se ci abbia ricordato per un po’. Sono trascorsi quarantuno anni da allora, e l’immagine ha il tremore di una polaroid scattata a mia madre che sorride mentre Cip le sta nella mano. Ho bisogno di credere che sia stata la cosa giusta, perché queste sono le mie minuscole fondamenta esistenziali. Sono le parole di Emily Dickinson, quelle che ho trascritto tante volte su diari e pezzi di carta: “Se io potrò impedire / a un cuore di spezzarsi / non avrò vissuto invano. / Se allevierò il dolore di una vita / o guarirò una pena / o aiuterò un pettirosso caduto / a rientrare nel nido / non avrò vissuto invano”. O magari mi farò io stessa un nido, quando quello originario è perduto.



giovedì 22 gennaio 2026

Today I think of Renée Good

 I have translated the poem. Here it is.


Today I think of Renée Good

 

Today I think of Renée Nicole Good, killed in Minneapolis

on the 7th of January 2026 at 9.37 am by an ICE agent

that the poet Cornelius Eady defines as a “cancellation squad”

Renée –

white, lesbian, mother, neighbor, poet.

Her full face looking out from the SUV, she says

“That's fine dude. I'm not mad at you”, maybe she’s afraid, maybe she remembers

how every woman sooner or later should calm down a brutal man

(decent, respectable community member)

while she clenches her fists in immortal anger.

Her wife looks the agent of nothingness in the eye –

sarcasm against firearm. She is afraid too.

Anger and fear, anger and fear, while we retie the destroyed threads

we weave mutilated the fabric for a time without subjugation.

We women should never speak the truth,

because we are

 

young and inexperienced, old and hunched, black, queer, breastfeeding mothers,

white, hippies, childfree, at work, sisters of the road, hysterical,

uninhibited, foolish, drunk –

but we speak it anyway

 

sharp tongues, bodies that take up space

or reject it

the liquids, the sagging breast, the obnoxious hair, the belly of Asian statuettes,

fertile, relaxed,

or the bones, the blades, the awls that stretch the map of the skin.

We are too much – we live.

 

“Fucking bitch”, answers the man, after shooting her, three times, in the face –

only then he gets back his speech, but, you see, he can’t speak.

That kind of power doesn’t speak.

However, the power of Renée gushes out, while the skull cracks,

it is pain, it is justice, it is flood

people absorb it, translate it, tattoo it close to the names of those

that lacerate the infamy of distance.

Renée writes about the narrow gap between being and dying

never reducible to the aseptic apparatuses of science

or to the soothing lullaby of faiths

the same gap dividing us now –

I point my imaginary finger

United States

Minnesota in the north, nearly in the center

I stretch my arm and an ocean is little more than a stream

of hot water to which I release the body, but this time the water

sticks, thickens

doesn’t flow

it holds onto me so that I may be proud

on the threshold between my house and the empires, between my language

and the other –

 

today I think of Renée Good

I could be her. I think of myself at seven

the braids, the dirty jeans, lecturing a sixteen-year-old bully

so that he stops threatening kids

and my grandma at the window

she doesn’t say anything and watches, she lets me do it

my grandma who believed I should and could always speak

my grandma giving me a snack when I get back in, my mouth tightly shut

no crying, after holding his gaze while he’s hissing: I’ll kill you.

I think about myself thrown on the man I loved

the blows of the night watchman, the cop who is warning:

she has nothing to do with it

still at the mercy of a masculine will that I don't want

or myself in the station underpass, with the usual cops in troops

surrounding a North African boy. Me slowing down, putting my bag on the ground.

“What are you doing?”, one of them asks. “Me? I’m watching”.

“You can't stay here”.

“Me? I can. The underpass is public, yours as much as mine”.

And I shiver, inside my clothes I shiver, I would like to yell at him

how frustrating it must be

to crave a firearm in order to feel safe

from all those women who study or who empty the bins, from the kids

who steal from supermarkets,

from the pigeon who opens its bowels on the passerby, from the soaked butt

of a cigar on the railway track.

Today I think of Renée Good

I think no, we haven’t had enough lessons

we will continue to learn how problematic it is to be good

really good fucking bitches

 

I think of Renée, I think of Rochelle Bilal, sheriff of Philadelphia

woman, black, I think of her velvet voice wrapped around me

repeating –

Renée Good, Renée Good, Renée Good

of those who choose to defend and create, to speak

I think of Renée’s son, her mother, her wife, her dog

 as if they were my sisters, my mothers, my lover, my cats

I think about why we write poems and read them

in the ruthless human industrial denseness, and let others laugh behind our backs

kill those of us who are in the right place at the right time

I think of the hatred that can articulate a language of compassion

on this earth, the only one, of autocrats who massacre peoples

I think of poetry, of the bandit who flees

to be the cause of their death, in the end, at the end

 

under the shower all the poems I will never read to my grandma again

the genocides, the hunted wolves, the handcuffs, the rare earth metals, the explosions

the bullets, the women pulled away by their hair

in police stations, the dust where houses used to be

the fires, the boys throwing stones at snipers, the beasts, the smashed cities

the cars with the dogs inside,

I cling, because none of us want to die

before the fight

a single body overflowing into the words we raise

for days, for years until tomorrow

today I think of Renée Good