sabato 21 marzo 2026

aironi e fioriture

 

La cura immediata per l'inquietudine, il senso mancato di giustizia, verità e fiducia, il sapere che abito in un luogo che mi è al tempo stesso familiare e ostile è andare verso l'acqua più vicina. Non un'acqua qualsiasi - ma quella del torrente Brana, sotto il ponte di ferro che conduce in Via San Marco. Dagli aironi, dalle garzette, dai piccioni e dai germani. Qualche giorno fa una gallinella d'acqua indaffarata sull'erba della riva. E poi tornando verso casa, scattare foto che hanno senso solo per me, come questa, al campo appena intravisto, in alto, un campo che da bambina immaginavo riempirsi di strade magiche. Chissà, gli chiedo, se sei lo stesso campo di allora. Non quello che porta alle altre case, ma quello dell'infanzia, dove vaga il sogno di una ragazzina che cammina accanto alla nonna nell'imbrunire. 

Vado dagli uccelli acquatici e penso a quanto sia meraviglioso il loro sdegnarsi della mia presenza, il loro volare via oppure il loro non calcolarmi affatto e proseguire nella caccia.  



Ho percorso la strada dietro le mura, a piedi e in bici, migliaia di volte. Ci ho scritto poesie mentalmente, lì, ho preso appunti, ho parlato con gli invisibili e mi sono seduta sulla panchina quando non c'era nessun umano in vista.

Oggi, Festa mondiale della poesia, riprendo una poesia di Linda Hogan sull'incontro, sulla necessità di affidarsi (specie e genti diverse) e anche sulla vera forza. La traduco per me stessa.

Eccola:

L’airone

 

Guardo sempre

l’airone solitario nel suo posto

nell’acqua solo, l’occhio aperto,

una zampa sollevata

o mentre guada senza apparente movimento.

 

È un mistero che si vede

ma mai si tocca

fino a stamattina

quando lo sollevo dalla sponda

dove giace per respirare.

Conosco il becco che potrebbe aggredire,

quell’occhio dorato e imperturbabile

che mi osserva, mentre dico che sono innocua,

ma se quell’occhio fosse il mio, niente sarebbe al sicuro.

Gli artigli stringono forte la mia mano,

le sue piume brunastre, e il grigio

così perfettamente distribuito.

 

L’uccello è più splendido

della mia mano, la sua pelle più aggraziata

del mio piede, il mio occhio scuro

tanto più vulnerabile,

il cuore che batte veloce

la sua lingua che parla,

Potresti uccidermi o aiutarmi.

Ti conosco e non ho scelta

se non consegnarmi a te

nella supremazia qualunque di questo momento,

stringere la tua mano umana

curvando il mio artiglio.


Poi penso a domenica scorsa, da Azzurra D'Agostino, a Porretta, quando all'interno del suo laboratorio poetico abbiamo lavorato sulla fioritura. Azzurra ci ha chiesto di visualizzare un fiore che cresce dal buio. Il mio fiore è arrivato abbastanza scontato quasi a dirmi: e chi credevi di incontrare? Un giglio di fuoco? Sei una popolana, vecchia ragazza, come me, ti piace resistere ovunque. 

Così ho scritto il nostro incontro, il nostro dialogo. 

E a questo solo voglio essere fedele. 


fiore di cicoria

 

Ero qui per l’airone, non per te.

La bicicletta contro la staccionata

e via dall’acqua la tua fibra caparbia

fuori dalla ghiaia.  Azzurre vene

 

sul volto di un’anziana, occhio

che trafigge dallo specchio e al cielo

volge impertinente, dice:

ero qui per la terra, non per te. 


lunedì 23 febbraio 2026

in qualche canyon dell'appennino

in qualche canyon dell'Appennino, in qualche bar dell'altromondo, chissà se questa volta stai vincendo. Ciao babbo che nascevi oggi.

 





















Laura Ingalls

 

Mio babbo prima di morire leggeva La casa nella prateria,

lo teneva sul comodino dell’ospedale

fra Tex e i biscotti alla mela.

Da qualche parte io portavo ancora le trecce,

litigavo coi maschi e correvo

con un cane immaginario di nome Bandito

o rivestivo i gatti con gli abiti delle bambole

nel ripostiglio dei fumetti.

Non sarebbe tornato – i biscotti e i libri

composti e vuoti nella stanza.

La vita però si tratteneva nei film

e nelle pagine di avventura

che lo appassionavano come un ragazzino

come il ragazzino che non poteva fare il padre

ma era sempre il migliore

in una storia di reietti, agguati, inseguimenti e perfino

famiglie felici in stamberghe di legno.

Potevo sempre fare una lista per sentirmi sua figlia –

Seppellite il mio cuore a Wounded Knee,

Racconti Indiani, L’intrepido e Paperinik

e tutte le laure e i charles ingalls che non siamo mai stati.

Non le profonde domeniche davanti casa, sul gradino

ad aspettare ET l’extraterrestre, lo schermo

gigante del cinema pomeridiano

o di vederti apparire da una nuvola di sigaretta

come una rockstar, un divo straricco

dopo esserti giocato tutto nell’ultima partita.

La sera accettare le scuse, dirti fa niente

ho giocato per strada.

Piangevi davvero sui titoli di coda. 





 

domenica 8 febbraio 2026

dove sono, dove vorrei essere e una poesia sulla strega e le relazioni



 



Domenica a casa in preda a una tosse terribile che non mi ha quasi fatto dormire. 

Fuori la pioggia si è calmata, Ariel e Runa sono accoccolati fra le coperte del letto sfatto, senza alcuna intenzione di muoversi o andare a vedere cosa succede nell'orto. Tregua casalinga, mentre avrei dovuto essere in montagna, da Azzurra D'Agostino, per un laboratorio di poesia. 

Recupero qualche foto di circa un mese fa, scattate al bivacco durante un pomeriggio di tempo mite. Scelgo quella con le casette per gli uccelli e i pipistrelli: siamo sempre speranzosi che vi trovino rifugio, durante i lunghi giorni in cui non saliamo al bosco. 

Viviamo tempi folli, ottusi. Tempi in cui l'umanità occidentale più colta (o sedicente tale) scrive e suggerisce di unirsi, di essere solidali, di fare comunità, ma poi nel momento di esporsi ritorna ben al sicuro nel suo guscio, che appunto sicuro non è affatto. La crisi e il danno toccano tutti, anche coloro che pensano di salvarsi fra i libri, le case di famiglia, i saperi o, per chi li ha, i soldi in banca. Toccano un'epoca oscena di individualismo sfrenato, dove si esprime ammirazione per chi si espone e vogliamo continui a farlo, ma meglio senza il nostro aperto supporto. Dovrebbe essere le collettività a esporsi, un volto uguale all'altro, insieme, e se le ferite si accumulano, sapere che solo nella difesa del bene comune possono lenirsi. A volte sono piena di disprezzo per l'umanità apparentemente più prossima, perché i miei prossimi veri si trovano altrove, hanno altre lingue, subiscono e attendono di ritornare, non hanno tratti umani. E per stare con loro devo attraversare e coinvolgere quanto più umano possibile: perché non li ferisca, perché non ferisca più sé stesso. 

Due anni fa nella piazza di San Lorenzo a Pistoia, una piazza tristemente nota per aver visto una strage di civili, addossati al muro della chiesa durante il nazi-fascismo, l'attuale amministrazione di destra ha devastato e ucciso tutti i pini e il piccolo parchetto con ghiaino e aiuole dove i residenti stavano a frescheggiare nell'estate. 

Ora c'è un'unica, modernissima gettata di cemento e tante, tantissime piccole piante che chissà quando cresceranno. Le estati sempre più calde impediranno alla comunità locale di socializzare. Avremo un'altra piazza deserta: senza nidi di uccelli, senza anziani con le loro sedie, senza i magnifici pini, che erano in perfetta salute.

E' stato orribile. Il massacro di fratelli. 

Ho scritto allora questa poesia, che poi è apparsa sulla rivista K de L'Inchiesta. Ancora oggi dice come sento, ancora oggi gli alberi gridano. E le brave persone si chiudono nelle case, e da qualche parte, nel bosco, forse creeremo una nuova solidarietà con i fringuelli, le ghiandaie. 


Il mio corpo contiene

 

Coltelli, forbici, spine, uova intere, code di cane, ferri contorti, spilli, aghi, a volte perfino con il filo, altre con capelli, grovigli di peli, pezzi di cera, pezzi di seta, anguille vive, grossi brani di carne, ossa e sassi, e pezzi di legno, uncini

 

scriveva William Drage, farmacista

a Hitchin, nel 1665,

enumerando le cose che uscivano

come un discorso non meditato

dai corpi affatturati.

 

Bisogna andarci caute con la stregoneria –

 

scansi il rospo uscito dalla crepa

e l’attimo dopo la tua vicina sputa un ago

spesso come un ramo

del tuo bosco.

 

O un uovo, un cosmo marcio

delle facce non scomposte dal suo stomaco.

 

Un certo tipo di potere ti fa malvagia

che vuol dire in cerca di verità o di disprezzo

dai tuoi simili. I tuoi simili?

 

Apri il libro che non sai leggere

è fatto di zampe, liste di contagio

fossili che erano pozzi del passato.

 

È questo che fai, sprofondi

nella persona accanto –

una massa indistinguibile dalla bocca

crolla liquefatta sul tuo braccio.

 

Con la forbice scontorni

la forma della voce. Sciogli

la pelle, le urine o il sangue

annodi la pezza della specie.

Scuoti la carne, il piombo,

le interiora del catalogo infranto

della storia. Lo sai, mai una sola. E mai

 

un solo corpo da solo

e mai una vita che non debba

a un’altra vita la sua dimora.

 

Lascia che non muoiano, che bevano

sabbia, che abbia ragione il vecchio

inglese con il suo elenco, che pesci vivi

sbattano le scaglie sulle lingue

se cercano di parlare. 

 

Fuori gli ultimi alberi sputano uomini

tutti interi di fame. Si riprendono

coi denti le ferite, esalano cemento

verso il cielo. Chiedono che tu sia

l’ombra e poi il pugnale.

Non c’era niente, per te, da benedire.

Nemmeno un chiodo, nemmeno

un nome

versato a lungo, nel deserto, con odio. 

 

15 febbraio 2024

 

 

La citazione iniziale è tratta da William Drage, Daemonomageia, a small treatise of sicknesses and diseases from witchcraft, and supernatural causes: never before, at least in this comprised order, and general manner, was the like published: being useful to others besides physicians, in that it confutes atheistical, sadducistical, and sceptical principles and imaginations. (London, 1665)

Traduzione dell’autrice.





giovedì 5 febbraio 2026

dalle streghe, dai nidi

Da qualche anno conduco un laboratorio online che si chiama L'arte delle streghe, dove lavoro con altre donne attraverso esplorazioni individuali e collettive. Ogni ciclo ha un suo tema portante: i primi due sono stati dedicati all'approfondimento storico e antropologico della stregoneria, il terzo ha avuto per focus le fiabe, il quarto le pratiche e il quinto, ora in corso, è Il parlamento delle streghe - ovvero la possibilità di parlare, di rappresentare le istanze culturali, sociali e politiche del tempo in cui abitiamo, molto più profondo del mero concetto di presente. 
Per l'appuntamento di stasera ho chiesto di scegliere un animale di cui ci colpiscono abitudini, stile di vita, capacità di adattamento al luogo. Non ho potuto che tornare con la mente agli uccellini, ai pulli che fin dall'infanzia ho incontrato quando cadevano dal nido, restavano intrappolati, sfuggivano ai felini. Una specie di maledizione (o benedizione?) familiare per linea materna che ha coinvolto me, mia madre e mia nonna. Io la chiamo la "maledizione di Penny", ricordando la celebre scena sulla speranza in Bianca e Bernie, forse il primo film che io abbia visto al cinema all'età di tre anni. (Poi a sette, ho letto uno dei libri della serie di Margery Sharp: mi sono sempre ripromessa di leggerli tutti - lo scrivo qui come promemoria). Ora siamo rimaste in due, ma so che mia nonna capirebbe tutto, da qui dentro, dove rimane. 


Ho pensato alle parole che ho scritto per Animali, custodi di storie, nel capitolo finale dedicato proprio ai volatili, al significato dell'interferenza, a come ci educhiamo reciprocamente all'affetto, al desiderio di veder vivere l'altro, anche se tutte le condizioni sono contrarie. Ho pensato che non c'è molto da dire sull'altro, chiunque esso sia, se non abbiamo attraversato l'amore e la perdita che a lui ci connettono, se un passero non ci è mai stato nella mano, se non ci commuovono quegli sfacciati dei miei adoratissimi merli che vengono a beccare sull'asfalto fra le case e sembrano dirci: "la strada è ANCHE nostra". Chi ne scrive, chi li difende dovrebbe sempre, prima di tutto, sentire la fitta di queso pudore, una reticenza prossima alla speranza che ci sia spazio per un radicale riconoscimento di ogni vita. 

Riporto qui l'estratto:

Ho tenuto spesso fra le mani i piccoli uccelli, a volte per riporli nei nidi da cui erano caduti, altre per sottrarli a un predatore, altre ancora per sentirli morire: i loro corpi pieni d’aria e di respiro. Ho sempre avuto paura di spezzarne le ali, di stringere troppo forte, di torcere le penne o non saper dosare l’acqua e il cibo nei loro becchi spalancati per fame o per abitudine. La memoria non segue un tragitto regolare: la prima ad apparire è la rondine che ho protetto per pochi minuti, togliendola incolume dalle fauci del gatto. Se ne stava immobile, ma il suo corpo era caldo e il cuore batteva forte. Le sussurrai che era al sicuro prima di portarla alla finestra e restituirla al cielo. Proprio nell’angolo, in alto, sotto il tetto, c’era un vecchio nido di rondini ormai semidistrutto: nessuna vi aveva fatto ritorno. Fra i materiali che lo componevano c’erano alcuni fili di lana rossa e azzurra, quelli che usavo nelle mie decorazioni e che lasciavo a pezzetti sui davanzali perché gli uccelli potessero impiegarli per le loro case.

Da un nido sul tetto, invece, un giorno era caduto un passerotto non ancora in grado di volare, che restò con me e mia madre per quasi un mese. In modo abbastanza scontato lo chiamammo Cip. Lo nutrivamo con un pastone di semi, molliche di pane e acqua, e a volte catturavamo insetti per lui. Saltellava sulla cerata del tavolo fino a raggiungere il nostro polso per arrampicarsi e tendere il becco al contagocce o al bastoncino con il cibo sulla punta. Ci inventammo una scuola di volo nel garage: dalle mani messe a coppa, come un nido, lo spingevamo ad avventurarsi fuori o lo invitavamo a tornare al caldo. Quando lo liberammo nel prato, si alzò incerto, poi fece un cerchio sopra di noi che interpretammo come un saluto. Non so quanto visse, se sia tornato qualche volta sul balcone a spiarci, se ci abbia ricordato per un po’. Sono trascorsi quarantuno anni da allora, e l’immagine ha il tremore di una polaroid scattata a mia madre che sorride mentre Cip le sta nella mano. Ho bisogno di credere che sia stata la cosa giusta, perché queste sono le mie minuscole fondamenta esistenziali. Sono le parole di Emily Dickinson, quelle che ho trascritto tante volte su diari e pezzi di carta: “Se io potrò impedire / a un cuore di spezzarsi / non avrò vissuto invano. / Se allevierò il dolore di una vita / o guarirò una pena / o aiuterò un pettirosso caduto / a rientrare nel nido / non avrò vissuto invano”. O magari mi farò io stessa un nido, quando quello originario è perduto.



giovedì 22 gennaio 2026

Today I think of Renée Good

 I have translated the poem. Here it is.


Today I think of Renée Good

 

Today I think of Renée Nicole Good, killed in Minneapolis

on the 7th of January 2026 at 9.37 am by an ICE agent

that the poet Cornelius Eady defines as a “cancellation squad”

Renée –

white, lesbian, mother, neighbor, poet.

Her full face looking out from the SUV, she says

“That's fine dude. I'm not mad at you”, maybe she’s afraid, maybe she remembers

how every woman sooner or later should calm down a brutal man

(decent, respectable community member)

while she clenches her fists in immortal anger.

Her wife looks the agent of nothingness in the eye –

sarcasm against firearm. She is afraid too.

Anger and fear, anger and fear, while we retie the destroyed threads

we weave mutilated the fabric for a time without subjugation.

We women should never speak the truth,

because we are

 

young and inexperienced, old and hunched, black, queer, breastfeeding mothers,

white, hippies, childfree, at work, sisters of the road, hysterical,

uninhibited, foolish, drunk –

but we speak it anyway

 

sharp tongues, bodies that take up space

or reject it

the liquids, the sagging breast, the obnoxious hair, the belly of Asian statuettes,

fertile, relaxed,

or the bones, the blades, the awls that stretch the map of the skin.

We are too much – we live.

 

“Fucking bitch”, answers the man, after shooting her, three times, in the face –

only then he gets back his speech, but, you see, he can’t speak.

That kind of power doesn’t speak.

However, the power of Renée gushes out, while the skull cracks,

it is pain, it is justice, it is flood

people absorb it, translate it, tattoo it close to the names of those

that lacerate the infamy of distance.

Renée writes about the narrow gap between being and dying

never reducible to the aseptic apparatuses of science

or to the soothing lullaby of faiths

the same gap dividing us now –

I point my imaginary finger

United States

Minnesota in the north, nearly in the center

I stretch my arm and an ocean is little more than a stream

of hot water to which I release the body, but this time the water

sticks, thickens

doesn’t flow

it holds onto me so that I may be proud

on the threshold between my house and the empires, between my language

and the other –

 

today I think of Renée Good

I could be her. I think of myself at seven

the braids, the dirty jeans, lecturing a sixteen-year-old bully

so that he stops threatening kids

and my grandma at the window

she doesn’t say anything and watches, she lets me do it

my grandma who believed I should and could always speak

my grandma giving me a snack when I get back in, my mouth tightly shut

no crying, after holding his gaze while he’s hissing: I’ll kill you.

I think about myself thrown on the man I loved

the blows of the night watchman, the cop who is warning:

she has nothing to do with it

still at the mercy of a masculine will that I don't want

or myself in the station underpass, with the usual cops in troops

surrounding a North African boy. Me slowing down, putting my bag on the ground.

“What are you doing?”, one of them asks. “Me? I’m watching”.

“You can't stay here”.

“Me? I can. The underpass is public, yours as much as mine”.

And I shiver, inside my clothes I shiver, I would like to yell at him

how frustrating it must be

to crave a firearm in order to feel safe

from all those women who study or who empty the bins, from the kids

who steal from supermarkets,

from the pigeon who opens its bowels on the passerby, from the soaked butt

of a cigar on the railway track.

Today I think of Renée Good

I think no, we haven’t had enough lessons

we will continue to learn how problematic it is to be good

really good fucking bitches

 

I think of Renée, I think of Rochelle Bilal, sheriff of Philadelphia

woman, black, I think of her velvet voice wrapped around me

repeating –

Renée Good, Renée Good, Renée Good

of those who choose to defend and create, to speak

I think of Renée’s son, her mother, her wife, her dog

 as if they were my sisters, my mothers, my lover, my cats

I think about why we write poems and read them

in the ruthless human industrial denseness, and let others laugh behind our backs

kill those of us who are in the right place at the right time

I think of the hatred that can articulate a language of compassion

on this earth, the only one, of autocrats who massacre peoples

I think of poetry, of the bandit who flees

to be the cause of their death, in the end, at the end

 

under the shower all the poems I will never read to my grandma again

the genocides, the hunted wolves, the handcuffs, the rare earth metals, the explosions

the bullets, the women pulled away by their hair

in police stations, the dust where houses used to be

the fires, the boys throwing stones at snipers, the beasts, the smashed cities

the cars with the dogs inside,

I cling, because none of us want to die

before the fight

a single body overflowing into the words we raise

for days, for years until tomorrow

today I think of Renée Good


martedì 13 gennaio 2026

Oggi penso a Renée Good

Ieri ho scritto questo lungo testo.

Mentre in Iran sparano sulla folla in protesta contro il regime, nel Minnesota l'ICE sta andando casa per casa armata e mascherata, a Gaza continuano i bombardamenti della cosiddetta pace e da noi, in Italia si sprofonda nel becerume della destra e dell'ignoranza, l'uccisione di Renée Good mi ha ricordato dove stia il poco, ma persistente, potere che ho, che abbiamo.

Continuo a leggere la sua poesia, anche se non ne avesse scritte altre quella basta, per me, a riconoscerla come voce poetica. 

In questi giorni riesco solo a scrivere poesie, ne leggo moltissime - è la mia forma di difesa, la mia migliore armatura che mi espone e mi difende. 

Renata Morresi mi ha pubblicato su Nazione Indiana e ne sono felice: quel posto è stato per anni casa.

Si può leggere qui:

https://www.nazioneindiana.com/2026/01/12/oggi-penso-a-renee-good/

Mentre qui c'è la poesia di Cornelius Eady:

https://poets.org/poet/cornelius-eady

Altre poesie di Cornelius Eady, tradotte in italiano da Andrea Sirotti:

https://www.layoutmagazine.it/ottuso-nella-sua-pelle-inventata-poesie-cornelius-eady/

E qui l'intervento della sceriffo di Filadelfia, Rochelle Bilal:

https://www.youtube.com/watch?v=j04GxQmMTlY






venerdì 9 gennaio 2026

Renée Nicole Good, uccisa il 7 gennaio 2026 dall'ICE


 Renée Nicole Good, uccisa il 7 gennaio 2026 dall'ICE, dal governo Trump, dal fascismo contemporaneo. 

Poeta, donna, membro di una comunità. INNOCENTE.

Qui, grazie a Vanni Santoni (bloccato su facebook per aver scritto la verità), un articolo scritto da un cittadino anarchico di Minneapolis:

https://it.crimethinc.com/2026/01/08/minneapolis-responds-to-ice-committing-murder-an-account-from-the-streets

Riporto le parole di Renata Morresi, poeta, intellettuale e attivista, pubblicate oggi sul suo profilo facebook.

In fondo la poesia (bellissima e oggi agghiacciante) con cui Renée vinse il premio dell'Academy of American Poets, nel 2020. Testo originale e traduzione di Maria Luisa Vezzali.

"Leggo che Renée Nicole Good era una "legal observer", ovvero una persona formata per documentare cosa accade a una manifestazione di protesta e/o durante le interazioni di civili con le forze dell'ordine. I "legal observers" non sono agitatori, non hanno armi ma nemmeno striscioni o slogan, praticamente sono volontari/e che osservano l'andamento di certi eventi per evitare soprusi e abusi, costruendo una memoria verificabile, e impedendo che passino solo le versioni 'ufficiali'. Leggo anche che la prima forma istituzionale di questo ruolo è legata a un progetto nato a New York nel '68, in risposta agli arresti di massa degli studenti della Columbia che si mobilitavano contro la guerra e per i diritti civili.

Davvero tempi strani questi, e paradossali: chiunque tra noi potrebbe diventare un 'legal observer', fare un video col cellulare e far verificare a tutti la bestialità di una esecuzione a sangue freddo, compiuta da agenti mascherati e armati fino ai denti. Ma sui media del globo i loro mandanti mentono davanti l'evidenza, mentre sbandierano il diritto di terrorizzare comunità e nazioni in nome della pura forza. Come ci libereremo di loro?
Questa crisi esistenziale di democrazie che pensavamo più o meno solide, o quantomeno un poco protette dagli umori e dalle ambizioni cieche degli autocrati e dei loro scagnozzi, negli Stati Uniti sta maturando, già da un po', in una condizione di conflitto molecolare permanente. Forse ci piace immaginare che le guerre civili siano fatte solo coi machete o coi cecchini, e le guerre tra nazioni con i razzi e gli aerei. E invece ci sono tanti modi, per le une e per le altre: con la militarizzazione della vita quotidiana, la detenzione amministrativa, il congelamento dei conti correnti, il lobbying che influenza le sentenze giudiziarie, il coprifuoco, i raid dimostrativi, il blocco del primo soccorso, il ricatto commerciale, i droni e i virus, certo, ma pure le menzogne e il terrore alimentato dalle bot farm, i finanziamenti per i vigilantes, il necroconfine 'naturale' usato come arma (per esempio: il mare), la carcerazione di massa, lo sfruttamento del lavoro, lo svuotamento della costituzione, il collasso dei diritti, e via così (qualcuno la chiama "israelizzazione"). Innumerevoli sono i modi per distruggere, 'dissezionare' le nostre vite e società.
Nella sola poesia di Renée Nicole Good che conosco ("On Learning To Dissect Fetal Pigs", la trovate ben tradotta da Lou Vezzali in un suo post di oggi), l'autrice si sofferma sulla violenza 'controllata' di una dissezione di feti di maiale, e come quel gesto raggelante riduce anche la vita umana a mera operazione. La differenza con la morte sta nel volgere di un verso e non vi è religione che offra sollievo. L'unica consolazione che vi trovo stasera rileggendola è che: è proprio così, così è per tutti. Compresi i padroni del mondo".

Il testo originale della poesia: QUI. E la traduzione a seguire.

"Imparando a sezionare feti di maiale"

Rivoglio le mie sedie a dondolo,
i tramonti solipsisti,
e i suoni della giungla costiera che sono terzine di cicale e pentametri di zampe pelose di
scarafaggi.
ho donato bibbie a botteghe dell'usato
(le ho ficcate in sacchi della spazzatura insieme a una lampada di sale rosa dell’Himalaya–
le bibbie post-battesimali, quelle levate dalle mani carnose dei fanatici agli angoli delle strade, quelle
semplificate, facili da leggere, parassitarie):
ricordo di più l'odore di gomma viscida delle illustrazioni patinate dei manuali di biologia; mi irritavano i peli
delle narici,
e il sale e l'inchiostro che mi si attaccavano alle dita.
sotto ritagli di luna alle due e quarantacinque del mattino studio e ripeto
ribosoma
endoplasmatico—
acido lattico
stame
all'IHOP all'angolo tra powers e stetson hills—
ho ripetuto e scarabocchiato finché non ha trovato la sua strada annidandosi da qualche parte che non riesco più a indicare, forse
nel mio intestino—
forse lì, tra il pancreas e il crasso, c'è l’esile ruscelletto della mia anima.
è il righello con cui ora riduco ogni cosa; tagliente e scheggiato da un sapere che
se ne stava seduto, con un panno sulla fronte febbricitante.
posso lasciarle perdere entrambe? questa fede capricciosa e questa scienza universitaria che disturba dal fondo
dell'aula
ora non posso credere—
che la bibbia, il corano e la bhagavad gita mi stiano sistemando i lunghi capelli dietro l'orecchio come faceva la
mamma espirando dalla bocca "lascia spazio alla meraviglia"—
tutta la mia comprensione mi cola dal mento sul petto e si riassume così:
la vita è semplicemente
ovulo e sperma
e dove i due si incontrano
e quanto spesso e quanto bene
e cosa in quel punto muore