lunedì 5 luglio 2021

"Ciò che il mondo separa" in libreria

Il 23 giugno è uscito il mio ultimo libro di poesia, Ciò che il mondo separa (Marcos y Marcos)

Il poemetto di apertura è stato pubblicato su Le parole e le cose, qui.

Mentre altre poesie sono uscite come anticipazione su Nuovi Argomenti, qui

La libreria Colapesce di Messina lo ha inserito fra i cinque consigli di lettura per l'estate, con una bella nota, qui

E chiudo con il volantino della prossima presentazione!





martedì 2 marzo 2021

Appunti su Watership Down di Richard Adams (e una poesia)


Richard Adams

Una storia di conigli 

“È solo una storia sui conigli”, rispondeva Richard Adams un po’ spazientito a chi gli chiedesse il vero significato del suo capolavoro Watership Down, in italiano La collina dei conigli, pubblicato per la prima volta nel 1972 e destinato a diventare una delle storie di animali più famose al mondo. I suoi conigli, voleva dire l’autore, non sono né allegorici né morali – il racconto nacque per accontentare le due figlie che gli chiedevano una favola, durante un lungo viaggio in auto. Adams cominciò con la prima cosa che gli venne in mente: due conigli selvatici che decidono di abbandonare il luogo natio. 

L’esile e nervoso Quintilio (Fiver), ultimo nato della sua famiglia, ha una visione spaventosa sul futuro della conigliera, di cui mette subito a conoscenza il fratello maggiore, Moscardo (Hazel), dicendo che devono andarsene subito. Moscardo gli crede e cerca di allertare il capo, che però non gli presta ascolto. Altri al contrario si fidano, a cominciare da alcuni appartenenti all’Ausla, la casta militare: Parruccone (Bigwig), grosso e impavido e il robusto Argento (Silver), seguiti da Ramolaccio (Buckthorn), che nella casta avrebbe fatto carriera; gli amici di Moscardo, Mirtillo (Blackberry), dotato di acume e intelligenza, Dente di Leone (Dandelion), velocissimo e abile cantastorie, e Nicchio (Pipkin), il più piccolo di tutti; e i tre gregari Ghianda (Acorn), Lampo (Speedwell) e Smerlotto (Hawkbit). Così, in undici, si avventurano nel mondo, in cerca di un posto dove vivere in pace, ben consapevoli che: a) nel gruppo mancano coniglie e quindi la possibilità di prosperare; b) là fuori è pieno di pericoli per un coniglio. I luoghi del loro viaggio sono reali e si collocano nel sud-est dell’Inghilterra: il borgo di Sandleford, dove è situata la conigliera d’origine, si trova sul confine fra Berkshire e Hampshire, mentre il colle Watership e la fattoria Nuthanger fanno parte della contea dello Hampshire. Adams arricchì le sue idee sulla fauna con le informazioni ricavate dal libro The Private Life of the Rabbit, pubblicato dal naturalista R.M. Lockley negli anni Sessanta. L’unicità di Watership Down è data dalla rappresentazione dei conigli selvatici quale comunità con una sua struttura sociale, un suo credo e un idioma, il lapino, di cui incontriamo varie tracce nel libro, in parole come elil (nemico), silflaia (l’atto di nutrirsi nei campi e mangiare l’erba), hlessi (un coniglio vagabondo). Dopo molti anni che il libro sostava nella mia biblioteca mi sono decisa a leggerlo, sperimentando quella completa immersione che impedisce ogni altro pensiero, tipica delle letture infantili. A libro chiuso, stento a prendere congedo: una parte di me vaga tra le colline inglesi, alla ricerca della nuova conigliera, e ripete parole in una lingua altra. Per questo vorrei far durare il sentimento ancora un po’, scrivendo di Moscardo, Quintilio e gli altri attraverso i vari episodi e oltre la fine. 

Una stirpe indistruttibile 

Le preoccupazioni del viaggio sono alleggerite dalle storie di Dente di Leone. Sono storie che tutti i conigli conoscono e amano sentirsi ripetere. Parlano del Principe dai Mille Nemici, El-ahrairà, progenitore e trickster, un briccone che sfida le divinità per il bene del suo popolo, e che riesce sempre a cavarsela. Grazie alle avventure di El-ahrairà e del suo amico Ravascuttolo (Rabscuttle), si delinea l’ordine spirituale, d’impronta animista, che regge il mondo. Frits, personificazione del sole, è la massima divinità; accanto a lui troviamo altri personaggi, come il Principe Arcobaleno. Con entrambi El-ahrairà ha un rapporto conflittuale: è l’alba dei tempi e sembra che niente sia impossibile per il popolo dei conigli. Altro che animali timidi! Grazie alla sua intraprendenza El-ahrairà riceve da Frits la benedizione che ricadrà su tutta la sua progenie, ma nello stesso momento né conosce anche la sorte. 
Frits tornò amico di El-ahrairà, visto che era così ingegnoso e visto che non si dava per vinto, benché pensasse che la volpe e la faina stessero per arrivare. “E va bene,” gli disse “benedirò dunque il tuo didietro che fuoriesce dalla buca. Didietro, sii la forza e sii il monito e la velocità per salvare in sempiterno il tuo padrone. E così sia!” Detto ch’ebbe, a El-ahrairà spuntò una coda bianca che splendeva al pari di una stella; e le zampe posteriori gli divennero lunghe e potenti; e lui si dette a percuoterle contro il fianco della collina, così forte, che perfino i maggiolini cadevano dagli steli. Uscito dalla buca si mise a correre più veloce di qualsiasi altro essere vivente. E Frits gli gridò dietro: “Ascolta, El-ahrairà. Il tuo popolo non potrà dominare il mondo intero, perché io non lo permetto. Tutto il mondo sarà vostro nemico. E chi t’acchiapperà, t’ammazzerà, Principe dai Mille Nemici. Però prima dovranno pigliarti. Tu sei bravo a scavare e veloce nella corsa, principe, d’udito fine e tutti i sensi all’erta. Sii dunque astuto e inventa stratagemmi, e il tuo popolo mai verrà distrutto”. Allora El-ahrairà capì che Frits, benché non si lasciasse canzonare, era pur sempre suo amico. 
Tutto è manifestamente precario per un coniglio. E poiché non ha, all’apparenza, zanne o artigli abbastanza potenti per affrontare i nemici, deve imparare a ricorrere ad altre qualità, magari meno evidenti. È la coda a ricevere la benedizione: la parte più umile del corpo. È la fuga, mescolata alla furberia, a garantire l’esistenza. Accanto a El-ahrairà si mostra un altro coniglio più oscuro: il Coniglio Nero di Inlé, emissario della morte. Quando un coniglio muore, i sentimenti dei suoi compagni sono diversi da quelli che mostrerebbero gli umani: il dolore si concentra nel qui e ora, perché dopo la vita del gruppo riprenda. Il tempo di un coniglio è rapido. Non si tratta di indifferenza, piuttosto di legge di necessità. L’intensità di una perdita è uguale al desiderio di vivere, non tanto come individuo, ma come popolo. Un coniglio solare batte la zampa sul suolo, chiamando tutti a godere dell’erba; nel frattempo la sua ombra si allunga cupa in un altro coniglio in attesa. Nel loro incontro la stirpe si riconosce, a volte si sottomette e si rassegna, altre avanza, trasformando tutta la grande paura nel coraggio della sopravvivenza.
 
Illustrazione di Aldo Galli

Preveggenza 

Per il personaggio di Quintilio, Adams si ispirò alla greca Cassandra, le cui previsioni erano tanto veritiere quanto inascoltate. Qui le cose vanno diversamente: i conigli del gruppo imparano a credere nel loro profeta. La fragilità fisica di Quintilio è un segno del dono sciamanico che ha ricevuto, che gli permette di vedere cose invisibili al resto della sua specie. Così in apertura: 
In quel punto la terra era stata smossa di fresco, e fra l’erba ce n’erano due mucchietti. Un paio di pali robusti, redolenti di creosoto e di vernice, piantati nelle buche, torreggiavano sopra la siepe, alti quanto agrifogli. E la tabella a essi fissata stampava un’ombra lunga sul prato. Accanto a uno dei pali erano rimasti un martello e alcuni chiodi. I due conigli si fecero più da presso, a saltelli, e andarono ad agguattarsi in un cespuglio d’ortica, lì vicino. Arricciavano il naso all’odore di alcuni mozziconi di sigaretta, fra l’erba. D’un tratto Quintilio cominciò a rabbrividire e rannicchiarsi su se stesso. “Oh, Moscardo! È da qui che proviene! Ora lo so… Una cosa molto brutta! Qualcosa di terribile… E vicina, vicina”. Piagnucolava dalla gran paura. “Che genere di cosa?... che vuoi dire? Poco fa mi dicevi che pericoli non ce ne sono”. “Non lo so, che cos’è” rispose Quintilio, desolato. “Qui non c’è nessun pericolo, per ora. Ma si sta avvicinando… è in arrivo. Oh, Moscardo, guarda! Il prato! È coperto di sangue!” “Non dire stupidaggini, quello è il rosso del tramonto. Su, Quintilio, non parlare a quel modo mi spaventi”. 
I conigli non possono sapere che il terreno verrà edificato, ospitando una moderna area residenziale. Non sanno leggere la lingua degli umani, o immaginarne le ragioni, anche se dell’umano riconoscono i segni con disagio. Tuttavia la presenza di elementi inusuali è sufficiente per allarmare Quintilio, per cui il prato non è affatto inondato dal rosso del crepuscolo, ma dal sangue dei suoi simili. La conferma delle sue qualità arriva tragicamente per gli undici, quando si rifiuta di aggregarsi alla conigliera di Primula Gialla, un coniglio che sembra aver perso molto della natura selvatica. La nuova conigliera ha ritmi rilassati, tane e cunicoli che convergono in una vasta sala sotterranea; il cibo proviene dagli umani, che lasciano ampie porzioni di raccolto a disposizione degli animali. Perfino i vecchi miti non hanno più alcun significato. Le parole del loro poeta Cinquefoglie, tuttavia, stridono con il benessere della conigliera: sono piene di rassegnazione e tristezza. Quintilio le riconosce per quelle che sono - invocazioni alla morte, con cui i conigli coabitano. Nei campi gli uomini hanno sparso lacci, in cui gli animali restano intrappolati, fino a morire. Quando un coniglio non fa ritorno, viene dimenticato. Tutti hanno accettato questa sorte, non riescono a immaginare di tornare affamati, smilzi e senza casa, sebbene liberi. Le loro leggi non scritte sono: non fare domande; non soccorrere nessuno. L’agiatezza, per quanto effimera, ha sostituito la solidarietà. E anche l’ospitalità verso gli undici è un inganno: il loro arrivo aumenterebbe solo le possibilità di salvarsi dalle trappole per gli altri. Quando Parruccone per poco muore dentro il laccio, tutti gli undici si danno da fare per aiutarlo, mentre gli altri voltano le spalle. Un coniglio Ribes (Strawberry) dopo aver perso la compagna, si unirà a loro, imparando di nuovo la selvatichezza. Non è facile riconoscere l’inganno, specialmente quando si è stremati e spaventati dal futuro. È facile invece abituarsi a qualsiasi cosa sembri più invitante di una notte all’aperto. Quintilio ha il ruolo della coscienza intuitiva: ripete che non tutto è come sembra. Le sue visioni arrivano come presentimenti, sogni, possessioni. Nel sogno vede il fratello Moscardo, dato per morto, ferito dentro un canale di scolo; nel momento del pericolo il suo corpo si scuote, la sua voce si modifica, indicando la soluzione ai compagni e lasciandolo stremato, quasi cadaverico. Quintilio sarà sempre un po’ altrove rispetto ai compagni. Tutto il suo corpo vede. Il dono non gli mostra il futuro, ma lo avverte dei cambiamenti che un certo presente porterà: le tracce sono nel paesaggio. Mentre i compagni conoscono i luoghi fisicamente, lui li comprende spiritualmente. 

Un coniglio pieno di risorse 

Le qualità di Quintilio, come degli altri, non verrebbero apprezzate se il capo non fosse Moscardo, un giovane coniglio che viene definito fin da subito pieno di risorse. Il romanzo è in molti sensi la storia della maturazione di Moscardo, che guida gli esuli al colle Watership, alla costruzione dell’Alveare, la nuova conigliera, e infine nella ricerca delle coniglie. Egli è un esempio di come si diventa un buon capo, prendendosi cura della propria gente. Molti politici trarrebbero un’ottima lezione da questo straordinario libro, sempre che fossero in grado di capirlo. Ma anche chiunque si trovi a gestire una situazione di gruppo e responsabilità, e voglia garantirsi la stima e la fiducia degli altri il più a lungo possibile, meritandosele. La forza di Moscardo risiede nel suo sapersi fare da parte, per lasciar emergere le caratteristiche di questo o quel coniglio. Per indole non lascia indietro nessuno: ama accompagnarsi a conigli fieri come Parruccone o Argento, ma si preoccupa ugualmente per i più deboli, come Quintilio e Nicchio. Quest’ultimo in particolar modo nutre una fiducia e un affetto profondi per Moscardo e, nonostante sia terrorizzato, non esita a offrirsi di accompagnare l’amico in imprese più grandi di lui. Eppure la stazza minuta di Nicchio si rivelerà risolutiva nel liberare Parruccone dal laccio. Così piccolo può spingersi col muso nella buca che contiene il piolo, fino a rimuoverlo. Il coniglio più intelligente del gruppo è il mite Mirtillo, ma la sua intelligenza brilla grazie a Moscardo che vi si affida nei momenti difficili. Grazie a Mirtillo i piccoli Quintilio e Nicchio riescono ad attraversare il fiume, montando su un pezzo di legno che viene spinto, quale zattera improvvisata, da Parruccone. E sempre grazie al suo spirito attento questo stesso stratagemma sarà utilissimo in seguito per salvare tutti quanti, usando una vera barca. Moscardo comprende che non pensare solo per sé, ma prestare aiuto anche ad altri animali in difficoltà può essere un ottimo metodo per creare alleanze solide davanti al pericolo. Questa è forse la sua intuizione rivoluzionaria. Prima salva un topo sul colle Watership, poi, insieme a Parruccone, presta aiuto al gabbiano Kehaar, che trascorre tutto l’inverno con loro. Kehaar, legato ai conigli da vincoli di riconoscenza e a Parruccone da reciproca stima, sarà per i conigli un’arma segreta nella missione di liberazione delle coniglie da Efrafa, vero e proprio stato totalitario, retto dal generale Vulneraria (Woundwort), un coniglio formidabile e spietato. Nell’unico incontro fra Moscardo e Vulneraria, prima che i conigli di Efrafa attacchino l’Alveare, il nostro è zoppo, in seguito a un incidente, e non viene riconosciuto come capo. Non ne ha le qualità fisiche. Lui, del resto, si presenta come un semplice messaggero che cerca di stabilire un accordo pacifico e fruttuoso per entrambi. In quel momento assistiamo al confronto tra il buono e il cattivo capo: il primo che guarda al destino di tutti, l’altro che mira esclusivamente all’affermazione personale. Comunità contro sopraffazione. Fiducia e amicizia contro timore e soggezione. Certo, comunità, fiducia, amicizia, sono termini lenti, buoni per bestie zoppicanti… ma che passo dopo passo vanno lontano e, anche lasciato il vecchio corpo nella morte, sanno unirsi a El-ahrairà nei campi celesti condividendone la spensieratezza, la gioia e l’imprevedibile astuzia. 

Coraggio 

Il generale Vulneraria e i suoi capitani, sono convinti che il capo della conigliera sia Parruccone, temerario e massiccio. Keharr considera soltanto Parruccone quale suo pari. Parruccone è colui che viene invocato disperatamente dal capitano Pungitopo (Holly), membro dell’Ausla della conigliera di Sandleford, unico superstite insieme all’allegro Campanula (Bluebell), dopo che la visione di Quintilio si è avverata e i poveri conigli sono stati sterminati con il gas o il fucile. I nostri dodici (compreso Ribes!) si stanno per stabilire sul colle Watership, quando un Pungitopo dalle orecchie ferite e quasi folle, li raggiunge urlando il nome lapino di Parruccone: Sglaili. Il capitano dell’Ausla, che all’inizio della storia aveva cercato di fermare i fuggitivi, ha mantenuto un minimo di senno grazie alla presenza di Campanula, il giullare, che ha continuato a dirgli buffonaggini durante tutto il viaggio. Nonostante l’orrore Pungitopo non si è arreso alla morte nell’unica speranza di rivedere Sglaili, unirsi a lui e agli altri, dir loro che avevano ragione. I nostri conigli sul colle Watership sono ora quattordici. Presto aumentano, grazie all’aggiunta di tre conigli domestici, di cui due femmine, liberati nei pressi della fattoria Nuthanger. Ma occorrono altre coniglie per garantire la sopravvivenza del gruppo. È Kehaar a dir loro di Efrafa, dove i conigli sono troppi rispetto allo spazio e alle tane disponibili. Come scritto sopra però Efrafa è sotto regime militare: la prima spedizione di ricognizione amichevole, capitanata da Pungitopo, fallisce e, con grande difficoltà, i conigli riescono a fare ritorno. Rassicurati tuttavia dalle sensazioni di Quintilio, molti ripartono alla volta di Efrafa, studiando un piano di infiltrazione, liberazione e fuga via fiume, grazie a Mirtillo. L’eroe scelto è Parruccone che si spaccia per un coniglio desideroso di unirsi al corpo militare, dove viene subito inserito grazie alla sua stazza. Comincia a mettere in atto il piano, ma … c’è un ma. Parruccone è impulsivo e generoso. Qui ha modo di mostrare il suo coraggio, andando ben oltre quanto richiesto dai compagni e riscattando il coniglio Nerigno (Blackavar), imprigionato e condannato a morte certa, per aver tentato di fuggire da Efrafa. Parruccone non lo lascia indietro, guadagnandosi un’ulteriore carica di stima. È forte, non brutale. Conosce i suoi limiti e lo dimostra più volte, accettando di fare come gli viene detto dai più acuti Moscardo e Mirtillo, o chiedendo scusa al piccolo Quintilio per aver dubitato di lui. Sebbene sia, giustamente, lui ad avere la meglio nello scontro fisico con il generale Vulneraria, negli ultimi capitoli della storia, la sua forza e il suo coraggio risiedono nell’umiltà. Ciò che deve essere fatto è più importante del volere individuale. Ognuno è portatore di qualcosa nella comunità e per questo va rispettato, non sottomesso. Moscardo ha il raro potere di spingere i suoi compagni a dare il meglio di loro. Parruccone l’altrettanta rara energia per difenderli e ha un ruolo di spicco nel salvare la conigliera. Ma sa che lui stesso deve la vita al giudizio di Moscardo, alla visione di Quintilio e ai denti del fragilissimo Nicchio – un coniglio che, in situazioni normali, nessuno appartenente alla casta militare avrebbe degnato di uno sguardo. 


Una storia ecologica 

Leggere oggi in piena pandemia Watership Down, dimostra che la preveggenza di Quintilio va ben oltre la storia. Come dicevo: conoscere il futuro, significa decifrare i segni del presente, mettendosi in ascolto, imparando a venire esiliati da tutte le certezze per intraprendere un viaggio ecologico, che conduca a nuove relazioni con gli esseri. Affermare che questa è una storia ecologica, non vuol dire che ne usciremo amando di più i conigli e disprezzando di più noi stessi o rimpolpando la vecchia e nociva dicotomia fra natura e umano, che vede la prima come positiva e l’altro come negativo. Io, personalmente, mi auguro anche che ameremo di più i conigli, animali che ho smesso di mangiare quando ero molto piccola, esprimendo il mio primo “no”, davanti alla carne. Questa tuttavia è una parte minuscola della questione. Mi risuonano le parole del dialogo fra Quintilio e Pungitopo, dopo il racconto della distruzione della conigliera. 
“Quanto male c’è al mondo”.
È dagli uomini che viene”, disse Pungitopo. “Tutti gli altri elil fanno quello che devono fare e Frits li spinge come spinge noi. Vivono su questa terra e hanno bisogno di nutrirsi. Gli uomini invece non sono contenti finché non hanno rovinato la terra e distrutto gli animali”. 
Siamo davvero così? La risposta veloce è: sì. L’altra è: sì, ma possiamo cambiare. Come Moscardo possiamo credere al nostro fratello strampalato e sensitivo, che parla in poesia invece che in prosa. Possiamo desiderare di non tradire la fiducia di un esile Nicchio. Possiamo pensare che la nostra forza è inutile se non siamo pronti, come Parruccone, a rischiare tutto per soccorrere qualcuno che agonizza. Come Mirtillo possiamo ricordare cosa ci è stato utile, invece che cercare vie rapide al successo. Come Pungitopo possiamo camminare per kilometri, esausti e pieni di pena, per dire a un vecchio amico che aveva ragione e così ricominciare a vivere. Come Dente di Leone o Campanula possiamo raccontare una storia che ci renda indistruttibili nella speranza. Perché quest’avventura di conigli antropizzati nella cultura e negli usi, fa in modo che noi ci avviciniamo alla loro prospettiva di fuga, perdita, timore, che è la nostra e quella di qualsiasi essere davanti alla sopravvivenza. Possiamo cambiare tramite atti di comprensione. Lasciando che altri traggano beneficio dal nostro operato, siano essi topi, gabbiani o creature ancora senza nome. Stare al mondo senza tanti proclami. E mentre procediamo verso il colle Watership esultare per un prato, dove consumare insieme una ricca silflaia, per un attimo salvi sotto il sole magnifico.


Sul colle Watership

 

Leggendo la storia dei conigli che lasciano

la conigliera in cerca di un luogo

salvo, annuso l’aria, corro a quattro zampe

verso il colle Watership

nel sud dell’Inghilterra e siedo a questo tavolo

nel sottotetto  e, oltre la finestra, le case

della mia infanzia.  

Per attraversare un mondo

occorrono un presagio, un po’ d’acume,

riconoscere nel dubbio gli alleati, un cantastorie

che trasformi le notti in antenati, e la fiducia

di non restare soli. La velocità

nascosta nella coda. È piena di correnti,

lacci, denti, la strada.

Scappare dai ratti, da homba

e lendri, dall’inganno in una poesia,

scappare nel fiume tenendosi a un legno, scappare

dal Nero Coniglio di Inlé che attende

dietro il sole. La paura percuote la terra.

Il piccolo sciamano fiuta il paesaggio

ostile, umano. Il prato era sangue al tramonto.

Le tane senza uscita. Un corpo sull’altro fino

a soffocare. Se sei l’ultimo nato devi sapere

che non ti bastano i muscoli

per saltare, ti serve lo spirito che vede

il presente, ti serve conoscere un odore

con la mente. Se sei una giovane guida devi

sapere che il Coniglio Sognante è in te,  

il Coniglio dai Mille Nemici che sfida

l’Arcobaleno, fa di se stesso un ponte, un mistero.

Là, sulla collina, immagina le generazioni.

Tieni accanto il più fragile, Hlao-roo.

Se sei un combattente devi sapere

gli orecchi a brandelli, il pelo opaco

degli sconfitti ma nella zampa un guizzo

pronto a bruciare. Accendilo, Sglaili.

Ci puliamo il muso nell’erba.

Tremiamo nell’aperto e nella luce

un freddo tagliente ci precede.

Ogni volta quello che deve, accade. 




martedì 2 febbraio 2021

Le cacciatrici di funghi di Neil Gaiman


Cercando poesie sui funghi, ho scoperto questo testo scritto da Neil Gaiman nel 2017, per un'iniziativa che si intitola The Universe in Verse, celebrazione della scienza attraverso la poesia. Quell'anno si rendeva omaggio all'astronoma Maria Mitchell e tramite lei al contributo sempre sottovalutato delle donne alla scienza. 

Le cacciatrici o raccoglitrici di funghi sono a tutti gli effetti le prime scienziate. Il testo è delicato e profondo, uno sguardo sul femminismo, come modo diverso di concepire il mondo. Paziente, egalitario, curioso. 

La versione originale si trova QUI, insieme a un'animazione video dove la poesia viene letta da Amanda Palmer, su musica di Jherek Bischoff. 

Di seguito la mia traduzione.

Le cacciatrici di funghi
di Neil Gaiman
 
La scienza, come sai, piccolo mio, è lo studio
della natura e del comportamento dell’universo.  
Si basa sull’osservazione, sull’esperimento, e sul calcolo,
e sulla formulazione di leggi per descrivere i fatti rivelati.
 
Nei tempi antichi, si dice, gli uomini nacquero già equipaggiati con cervelli
disegnati per seguire le bestie di carne in fuga,
gettarsi ciecamente nell’ignoto,
e poi ritrovare la via di casa quando si smarrivano
con un’antilope uccisa da portare fra di loro.
Oppure, nei giorni di cattiva caccia, niente.
 
Le donne, che non avevano bisogno di inseguire le prede,
avevano cervelli che individuavano punti di riferimento e tracciavano sentieri fra di loro
a sinistra al cespuglio spinoso e attraverso la pietraia
e poi guarda in basso nel tronco dell’albero semi-caduto,
perché a volte ci sono i funghi.
 
Prima del pugnale di selce, o degli arnesi di selce da macellaio,
il primo strumento di tutti fu la tracolla per il bambino
per tenerci le mani libere
e qualcosa dove riporre le bacche e i funghi,
le radici e le foglie dorate, i semi e i lombrichi.
Poi un pestello di selce per schiacciare, sbriciolare, polverizzare o frantumare.

E a volte gli uomini cacciavano le bestie
nel profondo dei boschi,
e non facevano ritorno.
 
Alcuni funghi ti uccideranno,
mentre altri ti mostreranno gli dei
e alcuni sazieranno la fame nelle nostre pance. Identifica.
Altri ci uccideranno se li mangiamo crudi,
e ci uccideranno anche se li cuciniamo una volta sola,
ma se li facciamo bollire in acqua sorgiva, e gettiamo via l’acqua,
e poi li facciamo bollire ancora, e gettiamo via l’acqua,
allora potremo mangiarli senza rischio. Osserva.
 
Osserva il parto, valuta il gonfiore della pancia e la forma dei seni,
e attraverso l’esperienza scopri come mettere bambini al mondo senza rischio.

Osserva ogni cosa.
 
E la cacciatrici di funghi percorrono le vie su cui camminano
e guardano il mondo, e vedono quanto osservano.
E alcune di loro prospereranno e si leccheranno le labbra,
mentre altre si stringeranno lo stomaco e moriranno.
Così vengono fatte e tramandate le leggi su ciò che è sicuro. Formula.
 
Gli strumenti che produciamo per costruire le nostre vite:
i nostri abiti, il nostro cibo, il nostro cammino verso casa...
tutte queste cose si basano sull’osservazione,
l’esperimento, il calcolo, la verità.
E la scienza, ricorderai, è lo studio
della natura e del comportamento dell’universo,
basato sull’osservazione, l’esperimento, e il calcolo,
e la formulazione di leggi per descrivere questi fatti.
 
La corsa continua. Una scienziata primitiva
disegnò bestie sulle pareti delle caverne

per mostrare ai suoi bambini, ben pasciuti di funghi
e bacche, che cosa era sicuro cacciare.

Gli uomini inseguono le bestie.

Le scienziate camminano più lentamente, sulla cima della collina
e giù lungo l’argine dell’acqua e superando il posto dove corre la terra rossa.
Portano i loro bambini nelle tracolle che hanno fabbricato,
liberandosi le mani per raccogliere i funghi.


giovedì 28 gennaio 2021

La Donna che Divenne l'Orso + Sàivu

QUI  su Altri Animali, si può leggere il testo integrale de La Donna che Divenne l'Orso, lo strano oggetto che ho appena pubblicato nelle preziose Edizioni Volatili di Giorgiomaria Cornelio e Giuditta Chiaraluce, che realizza le partiture visive. Accompagnano e integrano il testo bellissime fotografie e un'intro di Andrea Cafarella per cui sono molto grata.

C'è anche il podcast della puntata di Sàivu di lunedì 25 gennaio, intitolata "Tecniche dell'estasi".
Si può recuperare su Fango Radio, QUI.

Maschera di Corvo (Canada). Fotografia di Chris Rainier



venerdì 22 gennaio 2021

Pezzi online: aggiornamenti

 Negli ultimi mesi sono usciti vari pezzi miei online. Eccoli, raccolti per tag:

Tutti i miei articoli su L'Indiscreto:

https://www.indiscreto.org/tag/francesca-matteoni/

Tra cui segnalo uno scritto sulla stregoneria (ieri e oggi):

https://www.indiscreto.org/essere-strega-oggi/

Ripreso e letto da Edoardo Camurri su Pagina 3 a Radio 3, qui:

https://www.raiplayradio.it/audio/2020/09/PAGINA-3---Le-streghe-di-oggi-967501a6-e7fc-4115-a2fc-b5e1252d3ffc.html

E uno sulle fate e il Reverendo Kirk, che alla fine del Seicento in Scozia le frequentava da vicino:

https://www.indiscreto.org/non-sottovalutate-le-fate/

Su Kobo, invece segnalo questi due articoli:

Su Mary Shelley, la pandemia e il suo romanzo "L'Ultimo Uomo":

https://prod-news.kobo.com/it/blog/shelley

Citato da Edoardo Camurri a Pagina 3 su Radio 3, qui:

https://www.raiplayradio.it/audio/2021/01/PAGINA-3-a6615f06-70a6-4bdc-878d-7158199848f2.html

Sulle sorelle Brontë e il loro fascino giustamente ancora vivo e vegeto:

https://prod-news.kobo.com/it/blog/bront%C3%AB

martedì 12 gennaio 2021

Farfalle

Ho sognato farfalle azzurre che volavano nella casa e rinascevano da spore. 

La farfalla è simbolo dell'anima, della rinascita, della leggerezza dell'amore felice. 

Ho cercato fra le poesie di Mary Oliver e, come immaginavo, la mia farfalla era lì. Perciò l'ho tradotta con gioia. 

 


Una cosa o due

1

Non seccarmi

sono appena

nata.


2

Il volo saltellante della farfalla

la trasporta con delicatezza nel paese

delle foglie, e la sostiene fin dove

vuole andare, ovunque sia, sostando

qua e là per ubriacarsi nelle gole umide

dei fiori e nel fango nero; ondeggia

su e giù, frenetica e senza scopo; e a volte


per lunghi attimi di delizia si assopisce completamente

nella brezza, cavalcando immobile lo stelo fragile

di qualche fiore ordinario

 

3

Il dio della terra

è emerso molte volte per dire

così tante cose sagge e allettanti; io giacevo

sull’erba ascoltandone

la voce di cane,

voce di corvo,

voce di rana, ora

diceva, e ora,

 

e mai una volta ha menzionato per sempre,

 

4

che tuttavia è sempre stato,

come uno zoccolo di ferro affilato,

al centro della mia mente.

 

5

Tutto ciò di cui hai bisogno sono una cosa o due

per viaggiare sul lago blu, sopra le intricate

fibre degli alberi e attraverso i fiori

legnosi del fulmine – qualche ricordo

di gioia intensa, qualche tagliente

conoscenza del dolore.

 

6

Ma per sollevare lo zoccolo!

Per quello hai bisogno

di un’idea.

 

7

Per anni e anni ho lottato

solo per amare la mia vita. E poi

 

la farfalla si è

alzata, senza peso, nel vento.

“Non amare troppo

la tua vita,” ha detto,

ed è scomparsa

nel mondo.


****************



Il testo originale, nel libro Dream Work (1986):


One or Two Things

1

Don't bother me

I've just

been born.

 

2

The butterfly's loping flight

carries it through the country of the leaves

delicately, and well enough to get it

where it wants to go, wherever that is, stopping

here and there to fuzzle the damp throats

of flowers and the black mud; up

and down it swings, frenzied and aimless; and sometimes

 

for long delicious moments it is perfectly

lazy, riding motionless in the breeze of the soft stalk

of some ordinary flower

 

3

The god of dirt

came up to me many times and said

so many wise and delectable things; I lay

on the grass listening

to his dog voice,

crow voice,

frog voice; now

he said, and now,

 

and never once mentioned forever,

 

4

which has nevertheless always been,

like a sharp iron hoof,

at the center of my mind.

 

5

One or two things are all you need

to travel over the blue pond, over the deep

roughage of the trees and through the stiff

flowers of lightning --- some deep

memory of pleasure, some cutting

knowledge of pain.

 

6

But to lift the hoof!

For that you need

an idea.

 

7

For years and years I struggled

just to love my life. And then

 

the butterfly

rose, weightless, in the wind.

"Don't love your life

too much," it said,

 

and vanished

into the world.

sabato 12 dicembre 2020

Diario autunnale + poesia: Incantesimo (scava sotto la neve)


Ieri, su Nazione Indiana, ho pubblicato questo diario d'autunno, dove parlo di libri di poesia che mi sono stati accanto, in questi mesi.


Poi stamani mi sono svegliata con questa poesia. Sono giorni tristi, per tutto quanto accade intorno, annotare anche brevemente qualcosa sul blog fa bene.



Scava sotto la neve

sotto la neve c'è un cuore 
percorso da un ramo, coperto
da macchie solari.
Scatta in una trappola per topi.
Si accende cavo come una lampada
riempita d'olio.

Temi sotto la neve
il buio della specie
o la tua voce che scricchiola.

Ma non c'è alcuna neve, qui.
Piove da giorni.

domenica 6 dicembre 2020

Le cose che dice il cielo


Ieri ho fatto una passeggiata per le stradine interne fino all'ufficio postale e poi al supermercato per alcuni oggetti. Avere un torrente accanto fa sentire che non si è mai lontani da dove si deve essere, che scorriamo comunque, indipendentemente da quanto ci accade. Questo è l'Ombrone, che ha per me i ricordi di un'altra esistenza, quando venivo da queste parti a far visita a un amico che non c'è più e che abitava proprio dopo il ponte di Pontelungo. Quante vite in poche decine di anni. E come riescono a restare, modificandosi e sostando nei significati che attribuiamo al presente.




Sono giorni difficili. Uscire e camminare alleggerisce, a volte si riesce a guardare il cielo, altre si cerca di stare come un albero, immobile e paziente, in attesa che qualcosa passi, cambi, ma non possediamo la lungimiranza e la costanza degli alberi. Stamani ho scritto questa poesia pensando agli abeti che in questo periodo di solito entrano nelle nostre case, pensando a come dovrebbero essere nel pieno dell'inverno.


L’albero è verde sotto la neve 
l’inferno finisce, le parole 
escono prima 
della loro comprensione 

ciò che non va al cielo si incaglia 
sotto la lingua, resta per anni nel suolo. 

Non avere spazio abbastanza 
per stendere i nodi nella corteccia 
non avere pelle abbastanza 
per far scivolare il dolore. 
Entra sempre da qualche parte 
un occhio, un taglio nel polso 
e crepa le fessure. 

La mente fa buio troppo presto 
esiste, tuttavia, e non è silenzio. 
Ogni cosa sbagliata non diventa 
radice nel tempo, ogni ramo è stracciato 
dai venti. Soprattutto se lo ami. O credi 
di amare. 

Una volta mi sono distesa nell’acqua 
senza cercare la riva e questo era vero. 
Era il fondo di un pozzo, ha spaccato 
i vetri sul pavimento. Ho smesso 
di camminare. L’albero 
ha scosso il suo riflesso – 
è fermo, laggiù.


Poi, nel pomeriggio, sono uscita per portar via la spazzatura e il cielo era di questo colore. Come se parlasse e in effetti parla. Siamo disabituati alla sua lingua. 




mercoledì 18 novembre 2020

Trovare un posto


Cosa significa trovare un posto? Il posto era già lì, prima che io arrivassi, resterà dopo, non è terra ignota, eppure la scoperta lo rende eccitante come un segreto. Quando trovo un posto (e potrei elencarne diversi, una lista di posti "salvi", in vari luoghi che ho abitato o dove ho semplicemente passato giorni o vacanze), ci porto i miei libri e il quaderno, ovvero l'amuleto a cui rivolgermi sempre non per il valore delle parole che ci scrivo, quanto perché scriverle a volte è come ancorarsi mentre ciò che ho intorno diviene liquido e sfuggente. 


Il posto non è lontano dalla mia nuova casa. Attraverso la strada principale, supero un grande rudere, risalgo fra le felci e passo per una macchia di querce che segna il limite del campo su cui mi affaccio. Davanti a me, un cipresso solitario. Sulla soglia che sto varcando, querce e corbezzoli. Fiori azzurri di cicoria. Ghiande senza più il loro cappuccio sparse fra le foglie sul terreno. Il campo è in parte coltivato, ci sono olivi, si intravedono case sui margini e sulle colline. Alla mia sinistra una quercia si affaccia su una vasca in pietra per l'acqua, ormai completamente diroccata. Non so quale fosse il suo uso. Serbatoio, lavatoio. Ma è lì che mi dirigo, dove la quercia incontra il segno umano più visibile e il segno del tempo che sappiamo riconoscere. L'acqua nella vasca rimanda un'altra quercia che cresce verso il basso, con le sue radici immaginarie nell'aria. Gli alberi specchiati nell'acqua, suggeriscono un altro mondo che sembra facile da raggiungere: basta sporgersi e smuovere la poltiglia di fogliame autunnale che ancora per un po' resiste a galla.


L'ora è pomeridiana, il pieno del sole prima del tramonto. A sud la montagna appenninica, con il suo crinale ammorbidito, eroso, appianato da secoli di vento. Mi fa pensare al Ben Bulben nell'ovest irlandese, che non c'entra molto, ma per qualche motivo un luogo conosciuto rimanda a un altro, con una forma di nostalgia e desiderio. L'ultimo mese si avvicina e, nonostante non ci sia traccia dell'inverno, la fine porta ancora la sua richiesta di colloquio intimo. 


Abbaiare di cani chiusi nei recinti e nei giardini; insetti che si posano sulla pagina; i colori che svaniscono l'uno nell'altro, nei pali, nelle recinzioni, nei tronchi, nelle erbe, nei frutti autunnali - varie tonalità di verde, rame, arancio cupo, ocra, marrone, bianco sporco, grigio, nero e rosso di bacche.Una signora con un soprabito porporino ripete per diversi minuti il solito giro intorno ai campi, seguita dal suo cane minuscolo. Quante sono le presenze che non riesco a vedere, di cui ignoro il nome. 
 

Guardo il cielo attraverso le foglie della quercia, lo guardo nel suo azzurro pulito. Il cielo mi fa dimenticare l'umano o forse abbraccia la mia umanità finché di lei non resta segno. 


Cerco i confini, gli ostacoli costituiti dalla macchia di bosco che a tratti riemerge, dai sentieri battuti, dalla collina che scende e mi impedisce di vedere dove va a tuffarsi. A volte cammino restando a sedere nel solito posto, sorpresa dalla molteplicità delle forme che lo popolano. Tutto viene incessantemente consumato, proprio come l'Appennino nei millenni. Quanto tempo occorre per chiamare un posto casa?