domenica 8 febbraio 2026

dove sono, dove vorrei essere e una poesia sulla strega e le relazioni



 



Domenica a casa in preda a una tosse terribile che non mi ha quasi fatto dormire. 

Fuori la pioggia si è calmata, Ariel e Runa sono accoccolati fra le coperte del letto sfatto, senza alcuna intenzione di muoversi o andare a vedere cosa succede nell'orto. Tregua casalinga, mentre avrei dovuto essere in montagna, da Azzurra D'Agostino, per un laboratorio di poesia. 

Recupero qualche foto di circa un mese fa, scattate al bivacco durante un pomeriggio di tempo mite. Scelgo quella con le casette per gli uccelli e i pipistrelli: siamo sempre speranzosi che vi trovino rifugio, durante i lunghi giorni in cui non saliamo al bosco. 

Viviamo tempi folli, ottusi. Tempi in cui l'umanità occidentale più colta (o sedicente tale) scrive e suggerisce di unirsi, di essere solidali, di fare comunità, ma poi nel momento di esporsi ritorna ben al sicuro nel suo guscio, che appunto sicuro non è affatto. La crisi e il danno toccano tutti, anche coloro che pensano di salvarsi fra i libri, le case di famiglia, i saperi o, per chi li ha, i soldi in banca. Toccano un'epoca oscena di individualismo sfrenato, dove si esprime ammirazione per chi si espone e vogliamo continui a farlo, ma meglio senza il nostro aperto supporto. Dovrebbero essere le collettività a esporsi, un volto uguale all'altro, insieme, e se le ferite si accumulano, sapere che solo nella difesa del bene comune possono lenirsi. A volte sono piena di disprezzo per l'umanità apparentemente più prossima, perché i miei prossimi veri si trovano altrove, hanno altre lingue, subiscono e attendono di ritornare, non hanno tratti umani. E per stare con loro devo attraversare e coinvolgere quanto più umano possibile: perché non li ferisca, perché non ferisca più sé stesso. 

Due anni fa nella piazza di San Lorenzo a Pistoia, una piazza tristemente nota per aver visto una strage di civili, addossati al muro della chiesa durante il nazi-fascismo, l'attuale amministrazione di destra ha devastato e ucciso tutti i pini e il piccolo parchetto con ghiaino e aiuole dove i residenti stavano a frescheggiare nell'estate. 

Ora c'è un'unica, modernissima gettata di cemento e tante, tantissime piccole piante che chissà quando cresceranno. Le estati sempre più calde impediranno alla comunità locale di socializzare. Avremo un'altra piazza deserta: senza nidi di uccelli, senza anziani con le loro sedie, senza i magnifici pini, che erano in perfetta salute.

E' stato orribile. Il massacro di fratelli. 

Ho scritto allora questa poesia, che poi è apparsa sulla rivista K de L'Inchiesta. Ancora oggi dice come sento, ancora oggi gli alberi gridano. E le brave persone si chiudono nelle case, e da qualche parte, nel bosco, forse creeremo una nuova solidarietà con i fringuelli, le ghiandaie. 


Il mio corpo contiene

 

Coltelli, forbici, spine, uova intere, code di cane, ferri contorti, spilli, aghi, a volte perfino con il filo, altre con capelli, grovigli di peli, pezzi di cera, pezzi di seta, anguille vive, grossi brani di carne, ossa e sassi, e pezzi di legno, uncini

 

scriveva William Drage, farmacista

a Hitchin, nel 1665,

enumerando le cose che uscivano

come un discorso non meditato

dai corpi affatturati.

 

Bisogna andarci caute con la stregoneria –

 

scansi il rospo uscito dalla crepa

e l’attimo dopo la tua vicina sputa un ago

spesso come un ramo

del tuo bosco.

 

O un uovo, un cosmo marcio

delle facce non scomposte dal suo stomaco.

 

Un certo tipo di potere ti fa malvagia

che vuol dire in cerca di verità o di disprezzo

dai tuoi simili. I tuoi simili?

 

Apri il libro che non sai leggere

è fatto di zampe, liste di contagio

fossili che erano pozzi del passato.

 

È questo che fai, sprofondi

nella persona accanto –

una massa indistinguibile dalla bocca

crolla liquefatta sul tuo braccio.

 

Con la forbice scontorni

la forma della voce. Sciogli

la pelle, le urine o il sangue

annodi la pezza della specie.

Scuoti la carne, il piombo,

le interiora del catalogo infranto

della storia. Lo sai, mai una sola. E mai

 

un solo corpo da solo

e mai una vita che non debba

a un’altra vita la sua dimora.

 

Lascia che non muoiano, che bevano

sabbia, che abbia ragione il vecchio

inglese con il suo elenco, che pesci vivi

sbattano le scaglie sulle lingue

se cercano di parlare. 

 

Fuori gli ultimi alberi sputano uomini

tutti interi di fame. Si riprendono

coi denti le ferite, esalano cemento

verso il cielo. Chiedono che tu sia

l’ombra e poi il pugnale.

Non c’era niente, per te, da benedire.

Nemmeno un chiodo, nemmeno

un nome

versato a lungo, nel deserto, con odio. 

 

15 febbraio 2024

 

 

La citazione iniziale è tratta da William Drage, Daemonomageia, a small treatise of sicknesses and diseases from witchcraft, and supernatural causes: never before, at least in this comprised order, and general manner, was the like published: being useful to others besides physicians, in that it confutes atheistical, sadducistical, and sceptical principles and imaginations. (London, 1665)

Traduzione dell’autrice.





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