Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta recensione. Mostra tutti i post

venerdì 23 dicembre 2016

Acquabuia recensito su Semicerchio

di Riccardo Donati

Apparsa sul Numero LIV della rivista Semicerchio.


«Forse», scrive Francesca Matteoni nel testo in prosa Due sguardi su Alice, «tutto il vivere adulto è questo dormire ed il sogno che sta al centro, terribile e popolato di mostri buffi, non è che l'aver conosciuto l'infanzia, un giorno». L'opera della poetessa pistoiese, voce sempre più riconoscibile e apprezzata nel panorama della poesia contemporanea, è fortemente intrisa di suggestioni provenienti dalle dimensioni del mito e della fiaba e saturata con fantasie che restituiscono un mondo sensuale, terragno e insieme fantastico, perché onirico e fortemente teatralizzato, non senza una venatura di puerile crudeltà. Lo dimostrano anche gli ultimi lavori da lei pubblicati, ovvero l’intenso volume di prose Tutti gli altri (Tunué, 2014), una delle prove narrative più ispirate e sincere degli ultimi anni, e le due raccolte poetiche Nel sonno (Zona, 2014) e appunto Acquabuia: tre volumi strettamente legati l’uno all’altro sia sul piano tematico che stilistico, e che richiederebbero, per essere ben intesi, una lettura integrata. Nei testi poetici di Acquabuia in particolare emerge un mondo visto ad altezza di bambino dove la natura, reale o fantastica, occupa un ruolo preponderante: il vagare randagio per la montagna, avventurandosi liberamente tra boschi, sentieri, fossi, forre e rocce tanto seducenti quanto pieni di insidie, diventa occasione per incontri più o meno inquietanti con bestie, defunti, spiriti, creature mitiche di ascendenza panica, «genti di pelle e nuvolaglie» con «le code spenzolanti» che sono insieme promessa di rocambolesche peripezie e monito circa l’inadeguatezza della nostra specie, fatalmente estranea, goffa e impreparata rispetto alla realtà della vita sul pianeta che abitiamo. Spicca tra questi la figura del ragazzo-volpe, sorta di daimôn che funge da tramite tra il mondo degli uomini e quello della natura e che per molti versi richiama il devenir-animal di cui parlano Deleuze e Guattari in Mille Plateux, ossia il cessare di essere soggetti per diventare avvenimenti, il cessare di essere sé per diventare altro, il lasciarsi insomma diventare l’animale che si è, o almeno si è stati (scrivere come un gatto, come una libellula... addirittura, scrivere come un fiore). Non a caso la bestia/bambino è una presenza assidua nella poesia di Matteoni, e i versi che seguono ci riportano ancora a Deleuze e all’idea, enunciata nell’Abécédaire, che i bambini non hanno con l’animale un rapporto umano, bensì una relazione animale: «Vorrei avere pelliccia, l’olfatto / umido dei cani e invece ho mani / ho questi verbi che colano/ dal morso come un male, si storcono/ sui codici, la mappa della specie». O altrove: «I bambini vanno in guerra / per le stelle occidentali. / Affilano sugli alberi i coltelli. / Si vestono di gatto e toporagno / si muta la peluria nel piumaggio / si tatuano con gli aghi sulle spalle». Ma in gioco non ci sono solo le creature viventi: c’è infatti, nella poesia di Matteoni, anche un divenir-sasso, un divenir-materia, la possibilità e in certa misura la certezza di doversi impastare di finitudine materica: «Per fare parte lenta, legnosa al mondo/ devi marcirti al fondo»; «Hai rifiatato tutto il corpo in vetro»; «io tutto, tutto prendo e spingo in basso / che mi s’impietri/ in me poi rifluisca / e faccia pace con le terre umane». Esemplare in tal senso un testo come /bambino-albero/, dove la metamorfosi o fusione di umano e vegetale rinvia non tanto al mito greco, magari via Ovidio, quanto all’idea di una vita pre-umana perfettamente integrata con i cicli della natura, dove appunto l’inadeguatezza della specie si stemperi nell’adesione panica al cuore della creaturalità. Buona parte dell’opera di Matteoni si lega dunque al tema della lotta all’oblio, cioè alla necessità di far perdurare l’infanzia non in quanto spazio di evasione ma come unico luogo in cui sia possibile esperire la piena compresenza di sé e del mondo: in una parola, in quanto realtà capace di sottrarsi all’inautenticità di un sentire identitario basato sulla separazione, l’esclusione, il distacco dal resto del vivente. Se è vero che «dimenticare è vivere, il più delle volte», e che l’infanzia è un «nugolo» «tutto concentrato / nella distanza atrofica degli anni», la parola poetica è un «nutrimento», un amuleto o medaglione (parole ricorrenti nella raccolta) che preserva il nucleo più autentico delle esperienze infantili. Esemplare in tal senso il ruolo che i media hanno nella poesia di Matteoni: nel caso della raccolta Nel sonno, il riferimento era a un capolavoro del cinema ‘per ragazzi’ come l’Alice di Jan Švankmajer, qui è a uno degli eventi televisivi più traumatici degli anni Ottanta, la diretta da Fiumicino che mostrò agli italiani il fallimentare tentativo di soccorrere Alfredino Rampi, il bambino precipitato in un pozzo artesiano una sera del giugno 1981. Il testo a lui dedicato, che apre la raccolta, condensa molti degli elementi che abbiamo sopra indicato: «Sono il bambino-ghiaccio, il bimbo / [immobile / roccioso, il singhiozzo», scrive Matteoni: nel «fascio acceso della televisione», il poeta-bambino, coetaneo di Alfredino, si identifica con quella creatura sprofondata nelle viscere della terra e destinata a non crescere mai: non già nel senso liberatorio di un Peter Pan, bensì nel senso drammatico di una vittima sacrificale divorata dalla natura, ma anche destinata ad assumere i caratteri di una sorta di spirito protettivo. Quanto allo stile, Acquabuia rappresenta senz’altro un’opera della maturità di Matteoni. Giustamente nella quarta di copertina Maria Grazia Calandrone sottolinea l’intensa ritmicità di molti di questi testi, che «suonano come filastrocche nere, declinazioni originali di folklori nordici», sebbene poi non manchino metri più vicini alla tradizione italiana, a partire dagli endecasillabi che introducono movenze e persino immagini di sapore petrarchesco. Una duplicità che si riflette del resto anche sul piano paesaggistico, se all’insistenza su alcuni scenari più cupi, quasi gotici, fa da contraltare l’irrompere di dolci, aprichi scorci dell’appennino tosco-emiliano: «Andiamo ogni mattina nella selva»; «l’erba che si fa limpida e tagliente»; «Acqua che muove al vento ogni pensiero».

lunedì 18 luglio 2016

Altri Animali: nuova recensione al mio romanzo

Mi riaffaccio dalle vacanze in Maremma, sprofondata fra tanti libri che da tempo dovevo leggere, per segnalare questa recensione di Leonardo Neri a Tutti gli altri. Esce su un blog che si chiama Altri Animali: direi che meglio di così non mi poteva andare, e coglie alcuni punti importanti, la centralità della morte, la circolarità di questo (strano) romanzo, il fatto che la "fine" non può mai essere come la si è programmata. Ecco il link:

sabato 28 maggio 2016

Nota critica ad Acquabuia su Poetarum Silva

Segnalo a questo link una lettura del mio ultimo libro di poesia (con una selezione di testi), apparsa ieri su Poetarum Silva. Grazie a Pier Francesco De Iulio!

martedì 12 aprile 2016

Folletti e A pietre rovesciate

Oggi esce su Nazione Indiana la mia recensione al romanzo di Mauro Tetti, A pietre rovesciate, appena pubblicato da Tunué. La si può leggere QUI.

Mentre su 404FileNotFound continua il Sublime Simposio del Potere (2) con i miei folletti!
Li trovate QUI.

sabato 19 marzo 2016

La necessità dell'essere adulti. Recensione a Tutti gli altri

Riprendo e pubblico una bella recensione al mio romanzo, apparsa sul numero corrente (marzo 2016) della rivista Le Voci della Luna. Grazie!



di Anna Franceschini


Il romanzo di Francesca Matteoni, Tutti gli altri (Tunué 2014 ) inizia nel punto esatto in cui nasce l’immaginazione: l’infanzia, l’adolescenza, l’età che si appresta a diventare matura, quella più pregna di realtà, che subisce gli eventi che non lasciano scampo. È questo il raccordo con il significato ultimo di noi stessi e della nostra storia: il passaggio dal mondo concreto al pensiero immaginifico costellato di figure rassicuranti e terrorizzanti che saranno la base dei nostri sogni futuri, e dei significati che daremo alle esperienze. L’io narrante è consapevole e presente alla propria storia. Ne ha scandagliato ogni falla, ha archiviato immagini e pensieri, ogni ostacolo del percorso lo ha perlustrato con perizia, l’ha coltivato e ce lo rende con ordine e senso, quella necessità di senso dell’età matura, per cui vivere diventa un compromesso con la vita stessa.

Una fiaba ci conduce alla storia dei ricordi e ci invita a una sorta di rassegnazione di fronte agli avvenimenti: è Pinocchio, in un racconto dell’autrice bambina, che introduce un mondo che d’ora in poi, dall’attimo in cui possiamo capire, non avrà più né capo né coda o sarà rovesciato e lontano da ciò che avremmo desiderato.

La fiaba funge da avvertimento, non è una lezione di vita, non insegna; illustra, piuttosto, metaforicamente ciò che più da vicino, in seguito, avrà risvolti dolorosi e creerà conflitti. Possiamo dormire pacifici: non ci resta che aspettare, perché tutto avverrà.

Il romanzo sembra scaturire da una fiaba, da un racconto raccontato che ci si racconta, è un intreccio di personaggi che camminano su una traccia fantastica, si avvicinano al mito e toccano la cruda realtà. Si tratta di passaggi repentini, collegamenti inusuali tra mondi diversi che appartengono alla mappa esistenziale reale-fantastica del vissuto:

“Mia nonna, in quella terra del mare, era la sapienza che esistevo da un’altra parte cui dovevo far ritorno, e forse in questo la sapienza che esistono altre vite in cui possiamo nasconderci; era la sorpresa di una radice che manda un segnale alla chioma.” (p. 13)

Nel brano citato, la nonna appare ferma nel tempo, appartiene a uno strato di esistenza non manipolabile, al quale è necessario tornare per dipanare il filo. È un residuo di fede, un mondo premonitore che conosce i nostri passi e sa dove arriveremo. La donna sembra, dunque, una stratificazione buona del sé, che ci protegge conservando e contenendoci.

Ogni capitolo dell’opera, inoltre, porta un titolo che richiama un personaggio simbolo a cui bisogna far riferimento per arrivare a un significato complessivo, come nell’arte divinatoria dei tarocchi, in cui le carte, rappresentazione di un dilemma nella composizione che assumono sulla tavola, arrivano in un secondo momento, attraverso l’interpretazione, a unire segni, immagini e figure in una rappresentazione di ordine sapiente.

Ne Il castello dei destini incrociati, per fare un parallelo, Calvino gioca con le carte come se appartenessero ad una macchina narrativa: ogni carta rappresenta un’immagine in un tessuto complesso frutto di libere interpretazioni e associazioni da cui far nascere una storia plausibile. Anche Francesca Matteoni sembra utilizzare questo complesso sistema combinatorio, privato, però, dell’aspetto ludico-letterario: è come se le carte fossero Pinocchio, Medusa, Mangiafuoco, Alce e nomi di amicizie, figure imprescindibili dalla vita stessa dell’autrice - che ne hanno formato la persona - distese su una mappa cerebrale e sentimentale e affiancate l’una all’altra. Pronte per essere interpretate, queste “carte” partecipano agli eventi, alle persone, ai luoghi, ordinate fino a fare una storia che non è un racconto immaginario qualsiasi, ma l’impronta di una vita, di una verità incresciosa che appartiene all’autrice come il suo stesso corpo. Del resto la stessa Matteoni scrive:

“Mentre vivi che cosa sai, riconosci appena che il mondo intorno a te non è te, che gli altri non vedono come te, e finché non muori la tua diversità è il corpo in cui t’inceppi.” (p. 15)

Tutti gli altri sembrano, dunque, coloro che appartengono al mondo che non è quello della protagonista delle vicende narrate: un mondo conforme, a tratti crudele, menzognero e scaltro. Gli altri sono le interpretazioni fuorvianti e insensibili, l’insensatezza e il pregiudizio, il magma esterno nell’attraversamento difficile di una sensibilità altra che spinge per trovare l’accettazione e scalpita per ritornare al proprio rifugio incomprensibile. Ma vero.

Le regole sociali, i doveri, gli obblighi, i ruoli si contrappongono a vicende che non trovano posizione, a piani di significato in cui riporsi pacificamente: esperienze che scricchiolano, smuovono sentimenti che creano opposizioni. Riuscire ad attraversare tutto ciò diviene, così, sinonimo di resistenza e comprensione.

Il corpo è il fine ultimo, il centro assoluto di questa esistenza circolare governata dall’occhio premonitore dell’io narrante, ormai parte dei due mondi avversi che non smetteranno mai di contrapposi ma, al contrario, troveranno la possibilità di comunicare attraverso la scrittura. La morte si rivela nel corpo, nelle deformità, nei segni che lo contraddistinguono: è concreta e certa; è una linea di demarcazione che segna con una crudeltà giusta il punto in cui ci si deve fermare. L’autrice parla di questi segni netti, limiti che si susseguono e tagliano la storia in maniera drammatica: la perdita degli affetti a lei più cari. La morte diviene una ricerca del sé, una memoria fissa che ci racchiude:

“Una partenza. Un ritorno. La consapevolezza indicibile che ovunque noi possiamo andare, qualsiasi ferita inferta e subita o ambizione, sogno di grandezza ci vaghi per la mente, c’è una memoria che resta fissa, non ha fretta, ci attende sul limite delle cose e le ricompone, come se mai ci fossimo dispersi.” (p. 73)

In uno dei capitoli conclusivi del romanzo, si racconta dell’incontro con un alce e della meraviglia, nonché del senso di sospensione, suscitata da questo evento, come se in un attimo fosse possibile toccare un mondo sconosciuto e misterioso che si concede a noi. Si tratta di un momento di autenticità e pienezza che ricorda, vagamente, Canto alla durata di Peter Handke, poemetto nel quale l’autore ricerca, attraverso la scrittura poetica, questi momenti catartici. La durata, dunque, si presenta come quell’unico attimo di piena coscienza avvertito in un istante nel nostro destino. Quello stesso destino che, invece, ci inganna, lasciandoci credere di essere in balìa degli eventi.

La durata è, infine, il momento in cui si ha la percezione che esista armonia tra le cose che sono, come natura e civiltà nell’incontro tra l’alce e l’autrice in Tutti gli altri. È quell’attimo che segna l’unione ritrovata tra più periodi della propria esistenza, dall’infanzia all’età matura fino alla vecchiaia, immaginata, e alla fine.

La scrittura è, d’altra parte, il punto di arrivo di un lungo e impervio percorso di ricerca e affondo nel dolore allo scopo di trovare la capacità di sentire intimamente, con la stessa forza che richiede la capacità di scrivere:

“Dentro i segni stanno sillabe e parole intere, frasi. Le sento farsi solide, tridimensionali, affollarsi per uscire nell’inchiostro, ma la mia mano non è mai troppo salda per reggere l’impatto: trema, preme forte sulla carta, s’inceppa. Mia madre è colei da cui vengono le parole, come un flusso iridescente fino al centro della testa.” (p. 99)

È dunque, per concludere, il rapporto pacificato con la madre che, in sogno, aiuta l’autrice a salire su una nuvola. È la protezione connaturata e necessaria dell’essere adulti, quella chiusura protettiva sui propri ideali e sugli eventi vissuti che permette la riuscita di un’esistenza piena.

venerdì 20 novembre 2015

Il mondo di Athena recensisce Tutti gli altri

Una nuova e bella recensione per il romanzo, appena uscita sul blog di una lettrice che a quanto capisco vive a Napoli, ma ha acquistato il libro a Trieste, dove l'ho presentato ormai mesi fa, in una splendida giornata di esplorazione e dialogo con Gianfranco Franchi e Chiara Catapano.
Ecco il link:
https://ilmondodiathena.wordpress.com/2015/11/20/recensione-tutti-gli-altri-francesca-matteoni/

martedì 14 aprile 2015

Due nuove recensioni per Tutti gli altri

Sono uscite in questi giorni altre due belle recensioni al romanzo. Ve le segnalo!


Per chi fosse a Torino, venerdì 17 alle 18.30 presento alla libreria Trebisonda, insieme a Francesco Forlani e a Francesca Genti.

martedì 7 aprile 2015

In Tv

Su Canale 5, per Pasqua, Tutti gli altri ospite de La Lettura di Carlo Gallucci! Il video si può vedere QUI.

E poi la rassegna stampa aggiornata con una nuova recensione di Giovanni Agnoloni, uscita su La poesia e lo spirito: QUI.



mercoledì 1 aprile 2015

Tutti gli altri sui blog e a Pavia

Domani ore 18:00, sarò a Pavia alla Libreria Delfino per presentare Tutti gli altri insieme a Federica Lucchesini. 
Ecco l'evento su Facebook.
Intanto segnalo altre due belle recensioni sul libro: una a firma di Marisa Salabelle sul suo blog, l'altra uscita su Little Miss Book, QUI e QUI.

martedì 31 marzo 2015

Ancora su Tutti gli altri e dieci motivi per non leggerlo

Copio con gratitudine le parole che Cinzia Lorenzi, ha dedicato a Tutti gli altri in un gruppo di lettura su facebook:

"Le cose belle accadono per caso. Ho conosciuto l'autrice un anno fa circa ad un festival della poesia, essendo lei in primis una poetessa molto brava. Vari e fortunati eventi hanno permesso una nostra conoscenza più stretta e con gran curiosità ho comprato questo libro. 
Ogni capitolo è una "foto" su un ricordo, su un fatto e una persona legata a quel fatto. Quasi tutte persone che non ci sono più, presenze che Francesca toglie dall'album della sua vita per donarci le emozioni che ha provato conoscendole. Non giudica, descrive. La immagino comporre ogni frase con la speranza che quelle presenze (che per tutti sono assenze) non si sentano troppo sole. Sembra un romanzo ma è una raccolta di vita : il poliziotto buono, la casa nel bosco, i gatti, la vita nella provincia toscana con le sue indolenze e le sue cattiverie, il viaggio fino "alla fine del mondo" perché il mondo inizi di nuovo. 
Sono di parte, lo ammetto, ma lo consiglio perché... vivere fa ancora bene, nonostante tutto."

**********

E poi: Dieci motivi per NON leggere il mio romanzo! QUI.

mercoledì 18 marzo 2015

su DailyStorm

Livia Rossi Massimi parla diffusamente del mio romanzo, dopo avermi intervistato e aver sentito anche Vanni Santoni, l'editor.
Si può leggere 
QUI!

lunedì 2 marzo 2015

Blow Up e Bookshelf Mag

Oggi due recensioni per Tutti gli altri! Marzo inizia benissimo.
Su Bookshelf Mag, Gianluca Giraudo vi mette in guardia sullo strano oggetto romanzesco che è il mio libro, con questa bella recensione.
Mentre su Blow Up, una delle mie due riviste mensili preferite!, Fabio Donalisio ne scrive con grande attenzione e sensibilità. Ecco:


mercoledì 18 febbraio 2015

Sul Romanzo per Tutti gli altri e le parole di Gianfranco Franchi

Stefano Fornaro recensisce con bellissime parole Tutti gli altri, QUI.
Poi, aspettando sabato 21 febbraio, quando sarò a Trieste a presentare il romanzo, Gianfranco Franchi, mio traghettatore per quell'occasione insieme a Chiara Catapano, ne parla QUI.

Che bella sorpresa, oggi!

lunedì 16 febbraio 2015

Ho un libro in testa + Colla

Oggi su Ho un libro in testa di Chicca Gagliardo, racconto Tutti gli altri, secondo me.
Nel frattempo su Colla è uscita una recensione al romanzo a firma Giuseppe Rizza.
Si può leggere tutto QUI e poi QUI.

martedì 10 febbraio 2015

Una lettura critica e una "non recensione" di Tutti gli altri

Oggi da twitter è arrivata una sorpresa: Mia Parissi sul suo blog ha dedicato al mio romanzo questa "non recensione", come l'ha definita lei, che però dice molto e per cui sono grata.

Intanto su Punto Critico, è uscito il bellissimo intervento del caro Vincenzo Bagnoli, poeta e critico, che ha scritto questo testo per la presentazione di Bologna, poche settimane fa.
Ed eccolo qui.

Buona lettura!