sabato 15 luglio 2017

Senza cuore

(apparsa nel 2015 sul numero 3 della rivista A few words)
Séverine Pineaux
Dentro una betulla c’era una ragazza. L’albero era forte e alto verso il cielo. Il fiume amava la ragazza: le parlava in rivoli su per le radici, le bagnava i capelli scendendo tra le foglie dalle nuvole. La ragazza viveva attraverso le stagioni, le piogge e il sole acceso l’abitavano entrambi, la malinconia si stemperava nel suo animo con lo stupore, proprio come i rami nudi dell’inverno nel verde dell’estate. Nell’albero c’erano tutti i rumori del mondo. La sua solitudine era buona e armoniosa.

Un giorno venne a ripararsi sotto la betulla un Uomo. Sembrava molto triste. Dopo poco iniziò a cantare e la sua voce era profonda, sapeva di terra e dolore. La ragazza non aveva mai sentito qualcosa di simile, non era il canto frenetico dei passeri e dei merli al mattino, nemmeno l’urlo della civetta che taglia il buio, non assomigliava al fragore dell’acqua e nemmeno al vento lamentoso o alla sua danza sulle cose. Si tese dentro il tronco per ascoltare con il respiro accelerato che le agitava il sangue. Allora l’Uomo si voltò, pensò che l’albero era bello. Allungò una mano verso la corteccia bianca e proprio dove le sue dita si posarono toccò il cuore della ragazza e lei uscì dall’albero.

“La mia vita era semplice, ma ora mi sento vuota, mi sembra che solo il tuo canto possa riempirmi. Ti prego canta ancora”, gli disse e lui cantò e la ragazza sentì che il suo corpo non era più tale, non vedeva il confine tra la sua pelle e il canto dell’Uomo. Alla fine lei mise la testa sul suo petto.
“Che strano! - esclamò la ragazza – Non ti batte il cuore”.
“Il cuore non può battermi. Non ce l’ho”, rispose l’Uomo.
“Come fai a vivere senza cuore?”
“Vivo perché è da qualche parte, ma lontano da me e non riesco a trovarlo”.
“Ti darei il mio”.
“Lo distruggerei. Lo sbranerei come fanno le belve. Consumerei tutta la sua forza cercando qualcosa che sia me. Non si può vivere con il cuore di un altro e tu saresti morta”.
“E la tua voce, allora, da dove viene?”, gli chiese.
“Una sera, non ero più un bambino. Sono venuti i Giganti. Hanno sconvolto la mia casa facendone una tomba. Poi mi hanno rotto. Tagliato in pezzi, diviso la mia pelle dalla carne, fracassato lo sterno. Solo gli occhi mi erano rimasti vivi – vedevo senza poter far nulla. Mi hanno rimesso insieme con flauti al posto delle ossa, corde di violino e chitarra dove c’erano i nervi e i tendini. Un usignolo ha fatto il nido nella mia gola. Ma il cuore non me lo hanno restituito. Lo hanno schiacciato e compresso, fatto seccare su una pietra. Poi lo hanno chiuso in una conchiglia, hanno messo la conchiglia in un sacco, e il sacco in una scatola d’acciaio e tutto questo li faceva molto ridere. Lo getteremo sul fondo dell’oceano!, hanno detto. Se ne sono andati prima che io riuscissi di nuovo a camminare. Così, forse, il mio cuore è straziato e sepolto nel mare”.
“E non lo hai mai cercato?”
“Sì … ma a che servirebbe ormai? Sono così stanco. Tu puoi restare qui con me, non ti manderò via, mi racconterai dell’albero e dei suoi cicli, dell’alternarsi dei colori nelle sue fronde: per me è sempre tutto uguale, anche la mia voce non può darmi sollievo”.
“E poi tu mi ameresti?”
“Non potrei, ma avrei sete della tua presenza”.
“Sarebbe terribile, come muoversi sempre nell’ombra. Starei dentro un desiderio che non può realizzarsi”, disse la ragazza.
“… e tuttavia resterai?”, le chiese l’Uomo quasi con speranza.
La ragazza non rispose. Trascorsero la notte insieme. L’Uomo non poteva dormire, perché il sonno viene dal ritmo del cuore e il suo era assente. Il suo corpo era sconvolto dalle ferite che affioravano nell’oscurità, la sua voce divenne un urlo ininterrotto. La ragazza ne ebbe paura, ma non poteva sciogliersi dal suo abbraccio. Il mattino seguente prese la sua decisione:
“Partirò io alla ricerca del tuo cuore”.
“Non lo troverai, non abbandonarmi”, chiese l’Uomo e c’erano in lui furia e terrore, ma la ragazza sapeva di doversi allontanare, intraprendere un viaggio senza meta sicura, senza certezza di soluzione.

Tornò dalla betulla per un ultimo saluto, il fiume era arrabbiato:
“Perché vuoi andartene? Non sei grata per quello che hai? La mia cura, il mio amore, la bellezza di questo mondo?”
“L’Uomo non ha più il cuore e da quando l’ho incontrato è come se non avessi più il mio. Non posso berti o ascoltarti, fiume, con la gioia che avevo! Albero non posso tenermi a te e nemmeno con te sognare di raggiungere il cielo! Non sono più la stessa e me stessa è nell’Uomo che non può amarmi e mi fa spavento”.
Il fiume corse via trascinando erba e sassi in un lungo pianto e così facendo la spogliò del suo abito verde-azzurro come l’acqua. La betulla ebbe compassione della ragazza e la rivestì di foglie e ramoscelli intrecciati. Le mise una protezione attorno ai piedi nudi perché non si ferissero sul cammino, ma non poté fare nulla per il suo sguardo che era distante, spento in un orizzonte invisibile. La ragazza si incamminò. Dopo molti giorni e notti giunse in una foresta di abeti, l’aria era fresca e ombrosa, un singhiozzo proveniva dalle rovine di una casa antica. Si avvicinò e guardò dentro: seduto su un masso muschioso lo spettro incurvato di una donna cercava di cucire insieme i pezzi della sua pelle a brandelli, da cui sgorgava continuamente sangue, che evaporava prima di giungere a terra.
“Chi sei?”, le chiese la ragazza.
“Chi ero, piuttosto. Vivevo in questa casa, tanto tempo fa. Fuori dalla mia porta sentii il canto di un Uomo, la sua voce mi rapì: non potevo sapere dove mi avrebbe condotta. Aprii la porta e lo lasciai entrare. Era un Uomo senza sonno e senza il cuore: temeva più di tutto che lo abbandonassi, così lo feci restare. Passarono cinque anni e di giorno io lo ascoltavo e lo amavo, ma di notte l’Uomo strappava un pezzo di me, tentava così di riavere il cuore. Alla fine si prese il mio e scoprì che non poteva usarlo e io comunque ero morta di pena. L’Uomo se n’è andato, ma nemmeno come spettro sono libera e questa dove mi aggiro non è più la mia casa”.
La ragazza iniziò a tremare: era del suo Uomo che lo spettro parlava, era lui che l’aveva uccisa. Come era possibile tanto orrore in quella voce meravigliosa? Non si arrese, tuttavia, non poteva tornare indietro. Proseguì sola con il peso del suo amore infelice nel petto e le parole della donna spettro. Una mattina finalmente arrivò sulla scogliera, che si gettava a precipizio nella spuma bianca delle onde. Si sporse verso gli uccelli come faceva quando viveva nell’albero - allora conosceva le loro lingue - , ma ora non riusciva più a tradurle, rispondere. Iniziò a piangere forte. Una procellaria scese sullo scoglio, le si avvicinò incuriosita, le fece un cenno con le ali affinché la seguisse. L’uccello avanzò goffo e lento fino all’entrata di una piccola grotta. Dalla grotta usciva il suono rauco della tempesta, ma non soffiava nessun vento. Più la ragazza si addentrava nella grotta più il suono assomigliava ad una voce umana, una voce spezzata che si alzava e abbassava in grida e risa folli. La procellaria si fermò davanti a una donna o a ciò che ne restava. Le mancavano gli occhi, cavati via dalle orbite; il corpo era livido e incrostato di sale e alghe. I capelli neri crescevano e si spargevano a terra - erano il suo unico abito.
“Chi sei o chi eri?”, le chiese la ragazza.
“Danzavo su queste scogliere. Ero amica degli uccelli marini. Non ci fu mai donna più selvaggia e ridente di me, lo crederesti? Poi in questa grotta sentii un canto, un canto simile a nessun altro, mi avvolse l’anima. La procellaria cercava di trattenermi, afferrandomi la veste con il becco. Ma io entrai, ero stregata. Il canto apparteneva a un Uomo che non aveva sonno né cuore. Era venuto fin qui per cercarlo, ma, disse, era troppo stanco per proseguire. Mi chiese di restare con lui. Restammo insieme un anno e la mia risata perse il suo tinnire, disimparai a danzare. Gli uccelli smisero di venire da me. L’Uomo rubava tutto quello che era mio nella notte. Un giorno gli dissi che avrei cercato io il suo cuore, non avevo paura. Ma ero stremata, vedi? Ancora la procellaria tentò di fermarmi, di riportarmi là in alto dove il vento è assordante e potente. Mi gettai nel mare, nuotai a lungo in un’acqua che mi tirava giù come fango. Uccelli che non conoscevo si avventarono contro i miei occhi. Annegai. Le procellarie sollevarono il mio corpo restituito dalle onde, lo trasportarono quassù – l’Uomo se n’era andato e questa non è più la mia casa”.
La ragazza era impietrita. Che tipo di creatura era quella a cui stava donando il suo amore? Come poteva procedere? E come recuperare la strada già fatta, rivivere nell’albero, essere protetta dal fiume? Un senso amaro di colpa e sconfitta la prese. Si sdraiò sulla pietra dove si addormentò, voleva dormire fino a dimenticare tutto.
All’alba del giorno seguente, la donna annegata la stava accarezzando:
“Lo hai incontrato anche tu, non è così? E ora sei in trappola, la sua vita è la tua”.
“Sì”, disse la ragazza aprendo gli occhi.
“Io non posso aiutarti a non amarlo. Ma posso avvertirti sul percorso che hai ancora da fare, evitarti alcuni pericoli. E sperare per te, come per lui. Non scegliere la via dello scoglio, non ti gettare: il mare ti rifiuterebbe, ti aggredirebbe come ha fatto con me, eppure io ero sua amica, ma è come se il cuore dell’Uomo che custodisce e lo scempio che ne è stato fatto lo avessero maledetto. Scendi alla spiaggia con questa corda”, le disse porgendole una fune nera.
“Ma sono i tuoi capelli!”, rispose la ragazza. La donna se li era tagliati - era fragile e magra davanti a lei.
“Non ne ho più bisogno e non sento il freddo. La procellaria ti proteggerà dagli altri uccelli. Giunta sulla spiaggia non avventurarti a nuoto nelle onde. Ti respingerebbero indietro. Entra con passi brevi e lenti, devi camminare sul fondo. Legati addosso questi due sassi, ti impediranno di essere spinta a galla dalla corrente”, così dicendo le porse due pietre piccole, tonde, ma pesanti come macigni. La ragazza li guardò:
“E questi erano i tuoi occhi”.
“Neanche di loro ho bisogno. Ti mancherà il respiro. Devi accettare di bere l’acqua salata. C’è un fiume dentro di te, è sommerso nella tua persona, ma io riesco a sentirlo. Ti aiuterà a non soffocare. Non devi mai fermarti o vacillare. Gli uccelli dicono che c’è un ponte, proprio dentro al mare, un passaggio che loro vedono a volte, quando l’aria è serena e le onde si appiattiscono. Conduce alla dimora della Madre di Tutti gli Animali. Se il cuore dell’Uomo è da qualche parte lei saprà dove. Conosce tutti i destini, i segreti di morte e follia, ma anche di rinascita e prosperità”.
La ragazza ringraziò la donna della scogliera e si abbracciarono. Il viaggio era ancora ignoto, ma non era più sola. La procellaria la condusse fino al punto dove era più facile scendere, lei si calò con la corda. Uccelli con lunghi becchi ricurvi le si scagliarono addosso, ma la procellaria la difese, coprendola con le ali. Arrivati al suolo il povero uccello dovette cercare un riparo dove sanarsi le ferite. La ragazza lo salutò piena di gratitudine. Si legò i sassi al collo. Fece un passo nell’acqua, poi un altro. Il mare era duro e affilato come una lastra di vetro, sembrava tagliarle le caviglie. Si morse le labbra per resistere al tormento. Proseguì fino a immergersi totalmente - il naso e i polmoni le si riempirono di liquido salmastro, sentì che perdeva conoscenza, cercò di ricordare la sua vita nell’albero. E il fiume le venne in soccorso, salendo dalla punta dei piedi, come faceva con le radici, raggiungendo la fronte e la testa: le sembrò che tutto il suo corpo fosse solo acqua dentro acqua più grande. Riprese coraggio e avanzò tra i pesci indifferenti, fino a una zona rischiarata da lampi di luce: era l’inizio di un ponte molto lungo e molto stretto di cui non si vedeva l’approdo. L’acqua scomparve. Mentre camminava sul ponte sibili e rumori minacciosi la circondavano e il buio si infittiva: mani e artigli le afferravano le braccia e le gambe incidendole, lei lasciava una traccia di sangue dietro il suo passare. Il ponte si interrompeva sul vuoto. Più in basso c’era una capanna sghemba, senza porte o finestre. Saltò atterrando sul tetto, si calò giù per il comignolo. All’interno c’era un’unica stanza in una luce fioca di cui non si vedeva la fonte, che illuminava un grande tavolo nel mezzo, poche sedie, un letto e una credenza. Il pavimento pullulava di creature, ma non appena la ragazza si chinava per osservarle queste si volatilizzavano nel nulla. Su una poltrona erano accumulati abiti mezzo rammendati, una macchina da cucire di ferro arrugginita stava sotto uno specchio opaco che non rifletteva gli oggetti. Ceste piene di sassi, conchiglie e gusci si accatastavano alle pareti. Poi vide la Madre di Tutti gli Animali, china su un lavabo, che strofinava qualcosa di bianco nell’acqua corrente.
La donna era di spalle, capelli bianchi le correvano per la schiena annodandosi, indossava una tunica di lana grezza, non portava scarpe.
“Che sei venuta a cercare?” le chiese voltandosi: aveva il viso di una bambina, gli occhi neri in cui non si distinguevano le pupille dall’iride. La ragazza vide anche cosa aveva in mano: ossa di varie dimensioni, da cui staccava via resti di tessuto carnoso.
“Hai perso la lingua? Sono molto impegnata come vedi”.
“Che stai facendo?
“Pulizia. Mi prendo cura dei morti o di ciò che ne resta. Perché almeno dove vanno siano in pace”.
“E dei vivi cosa sai? Si può vivere sentendosi morti? Si può legare la nostra vita alla vita di un altro nel dolore?”
“Perché no, se questo ti serve a imparare”.
“Cosa dovrei imparare? Mi sembrava di avere già quello che mi bastava, di esistere in un sogno. Poi è apparso l’Uomo e ho perso tutto”, disse la ragazza con sofferenza.
“Quasi sempre si attende. Si attende il mattino che ci spalanca, si attende l’amante per non esserne più divisi. L’unica cosa che c’è da imparare, tuttavia, è il presente. Ed ora dimmi perché sei qui”.
“Cerco il cuore dell’Uomo. I Giganti lo hanno schiacciato, chiuso in una conchiglia, in un sacco, in una scatola d’acciaio e gettato sul fondo del mare. Non può essere felice né amarmi senza il suo cuore. Può solo incantare e poi devastare coloro che lo amano”.
“E tu hai pensato davvero che sia possibile sopravvivere senza il cuore nel petto? Tolto da te il tuo cuore , il tuo sangue smetterebbe di bagnarti gli organi, farti rossa e bianca. Non so cosa sia successo a quest’uomo. Ma certo il suo cuore è dove deve essere altrimenti avrei avuto tra le mani le sue ossa tempo fa”.
“E i Giganti allora? I suoi occhi hanno visto”.
“I suoi occhi avranno senz’altro visto, ma non hanno guardato a fondo. Se avessero guardato avrebbero scoperto i nomi delle cose che accadono e che a volte ci sembrano orribili, mostruose. Smarrimento, perdita, violenza, inganno, crudeltà, pazzia. Se non si tiene lo sguardo anche su questo non si scorgeranno i loro fratelli e sorelle: entusiasmo, volontà, ricordo, gaiezza, compassione, gratitudine”.
“E perché sono venuta fin qui, allora? Tutto inutile, tutta una bugia?”, la ragazza cadde a terra singhiozzando.
“Per imparare. Vieni”, disse la Madre di Tutti gli Animali prendendola per mano e conducendola davanti allo specchio opaco.
“Non riesco a scorgere niente, non rimanda le immagini”, si lamentò la ragazza.
“Tocca. Metti la tua mano sulla sua superficie”.
La ragazza allora spinse le braccia contro lo specchio, scivolarono dentro:
“Sento cortecce, acqua. Divento linfa e aria. Sento la mia vecchia casa, ma ora lei è il mio corpo. Sono una Ragazza Albero”.
“Prima abitavi un luogo di sicurezza e meraviglia. Ma non sapevi quanto ti appartenesse. Eri un’ospite ignara. Sei andata via. Hai amato, hai sofferto, hai lottato. Ora puoi fare ritorno, conoscere la tua forza interamente”.
“E l’Uomo? Cosa gli dirò? Non c’era battito nel suo petto”.
“Digli di guardare ancora. Di guardare il presente. Toccarsi anche dove fa male. Allora questo incantesimo che lui si è gettato addosso potrà svanire, potrai udire la pulsazione del cuore, non solo la sua voce”.
“E saprà vedere me?”
“Questo non so dirtelo. Fa parte dell’attesa. Ma avrai te stessa. Ora tieni quest’osso. Battilo tre volte sul tetto della mia casa quando sarai fuori. Quando sarai sulla spiaggia battilo ancora una volta. Il viaggio di ritorno sarà breve e lieto”.
La Ragazza Albero prese l’osso dritto come una bacchetta e salutò la Madre di Tutti gli Animali, ringraziandola. Si spinse su per il camino e appena uscita fece come le era stato detto: l’osso si trasformò in un delfino azzurro che la portò sopra le onde, nuotando e saltando veloce nel pieno del giorno.
Sulla spiaggia il delfino tornò nuovamente un osso: lei lo batté a terra e divenne un falco di grandi dimensioni che la trasportò in alto nell’atmosfera aranciata del tramonto. Il viaggio durò ancora una notte. Al nascere dell’aurora era ai piedi della betulla che la riconobbe subito facendo trillare gli uccelli nei nidi. Anche il fiume le corse accanto, lei vi si immerse: “Sei tu, eppure sei diversa”.
“Sono io e vi porto dentro di me, ora ne sono consapevole”.

Poi andò in cerca dell’Uomo. Lo scoprì poco distante, per la prima volta profondamente addormentato. Aspettò che si svegliasse. “Non ricordo da quanto non dormivo”, le disse.
“Puoi ascoltare ora il tuo cuore?” gli chiese la Ragazza.
“Me lo hai portato?”
“No … però so dov’è”.
“Anch’io so dov’è”, le rispose contrariato, “è sotto le onde, rinchiuso”.
“È dove deve essere, sei tu che non lo vuoi sapere …”
“Questo non è vero”, la interruppe l’Uomo adirandosi.
“Sarà vero quando deciderai di guardare l’attimo in cui vivi, di gioire di ciò che ricevi, di amare coloro che ti amano senza volerli divorare, di non temere nemmeno il tuo dolore”.
“I tuoi sono discorsi. Io non voglio star solo”, le rispose con disperazione e in quel momento avvertì una fitta nel costato, un tremito.

“Io non mi muovo da dove mi hai incontrato. Da dove per la prima volta ti ho amato. Dovrai venire tu però in dono, non soltanto con la tua voce. Allora l’amore sarà ricco e vitale, avrà la libertà del coraggio”, gli disse la Ragazza e c’erano in lei luce e fermezza. L’Uomo non poteva ancora risponderle. La Ragazza Albero si avviò verso la sua betulla, senza peso né rimpianto, le foglie suonavano l’una contro l’altra.

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