lunedì 2 luglio 2012

I do believe in fairies (Parte terza)

Prima e seconda parte.


venite via! venite via!

Era un bambino molto grazioso, vestito di foglie secche e di linfa, quella che viene stillata fuori dagli alberi.
Ancora un essere a metà, tra il sembiante della morte (le foglie secche, che in inglese skeleton leaves, sono ancora più esplicite) e quello dell’essenza vitale che sgorga, si appiccica alle cortecce arboree.  Del resto tra le voci e le leggende sul suo conto c’è anche quella per cui accompagna per un tratto di cammino i bambini che muoiono per evitare che abbiano paura. Più Mercurio che Pan (e Mercurio è il padre della divinità delle selve), ha dimestichezza con altri mondi, è una guida oltre la soglia, parla con i neonati sepolti sotto il caminetto o all’ingresso delle case, con gli inquieti interrati ai crocevia, con le processioni rosse e grigie di coloro che si scorporano quando la lunghezza del filo che ci è toccata in sorte si rompe d’improvviso. Peter Pan è inoltre colui che rapisce. Un ladro, un giudice spietato che letteralmente fa fuori (questo dice nel testo della commedia, poi rivisto nei romanzi), i Bambini Sperduti, quando mostrano segni di crescita.

Appare in tutto il suo fascino ambiguo alla Signora Darling, la stessa notte in cui perde l’ombra -  e perdere l’ombra è un affar serio. Lo sapeva benissimo l’autore che in una delle sue fairy-notes, rapide annotazioni sul taccuino durante la creazione di Peter,  scriveva che l’ombra, come l’essere a cui apparteneva, era capace di provare dolore e altre sensazioni. In una delle puntate della serie a cartoni animati, La principessa Zaffiro, che guardavo con assiduità nei primi anni Ottanta, due enormi lumaconi divoravano le ombre dei bambini. Era terribile: i bambini piangevano disperati come se avessero subito una mutilazione e io spettatrice ne ero scioccata, senza comprendere bene perché: dopotutto l’ombra è solo una proiezione di sé, una sagoma scura che interrompe la sorgente di luce, è immateriale, incostante, svanisce con la sera e il buio, raramente la si considera, se non per giocare alle ombre cinesi, riproducendo animali e altre creature grazie alle mani, una lampada e una parete. Anche la storia più angosciante di H.C. Andersen si intitola L’ombra. Un’ombra gradualmente si sostituisce all’uomo che accompagna, fino a che i ruoli sono completamente scambiati e l’uomo, involuto a ombra, non può più riappropriarsi della sua identità. 

L’ombra non è l’unica cosa impalpabile che ha relazione con il corpo. Invisibile come il bianco dell’osso, un alito di vento che muove il sangue, c’è l’anima. L’anima che non può staccarsi dalla carne – nel momento in cui avviene si muore, si va appunto nella terra delle ombre, dei crepuscoli in cui le ombre si allungano più grandi degli esseri umani, dove l’anima ha solo un vago, ma lancinante, ricordo dell’esistenza trascorsa. Peter può smarrire l’ombra, perché la sua anima non è strettamente legata alla sua persona. Forse non ha l’anima.  È lui stesso un bambino morto, un ragazzo tragico, che non crescerà mai. Non può. Wendy lo trova, svegliandosi nella notte - di notte come i sogni, tornano gli spettri -, che piange cercando di riattaccarsi l’ombra con il sapone. Con la sua saggezza di piccola madre lo consola e gli ricuce addosso la compagna fuggitiva, senza nemmeno ferirlo con l’ago.  Recuperata tutta la sua arroganza e allegria Peter le spiega il motivo delle sue visite a casa Darling - ascoltare le fiabe che la loro mamma racconta ogni sera: per l’appunto ora vorrebbe sapere come va a finire Cenerentola, così da tornare nell’Isola e dirlo agli altri bambini che attendono trepidanti. I vivi soltanto possono raccontare storie, sebbene sia la morte a popolarle, dare sostanza alle sfide, al coraggio e alle avventure. Nelle storie l’Isola di Peter si fa vivida, si arricchisce ogni giorno, ma andarci davvero ha un prezzo molto alto che Wendy intuirà durante il suo soggiorno in quel luogo affascinante e impossibile. Per narrare occorre il ritorno, così come serve la memoria. Nell’Isola tutto si dimentica, compresi gli affetti più intimi. Via! Via! Volano Wendy, John e Michael Darling, incantati da Peter e dalla fatina Trilly, senza darsi troppo pensiero della preoccupazione dei genitori, perché i bambini sono allegri, innocenti e senza cuore. C’è nell’infanzia qualcosa di crudo, un potere che distrugge, perché nuovo, inesperto, deve rifare da capo la lingua. È lo stesso potere di cui beneficia tutt’altro genere di opera letteraria, La trilogia della città di K. di Agota Kristof, in cui i due gemelli protagonisti sono bambini che si fabbricano da sé le proprie armi di difesa, hanno uno temperamento crudele: in loro la costrizione e la difficoltà della guerra si unisce all’indifferenza di chi è ancora immune da vincoli d’amore, osservatore assoluto e recipiente del piccolo universo attorno. Quasi tutto quello che Peter dice è privo di significato profondo, viene fuori portato da un’onda d’entusiasmo, il primo urto della forza rigenerativa di un essere primaverile e dirompente con la vecchia realtà. Ma Peter è la primavera solo per l’Isola, che si scuote dal torpore non appena la figura del bambino riappare nel cielo. È una primavera che non attecchisce nella vita comune, non impara dall’esperienza, si ripete senza giungere alla maturazione. Peter non sa amare. Dunque non sa ricordare. Rifiuta l’amore di Wendy, di Giglio Tigrato, perfino il sentimento di gelosia e possessività di Trilly, rifiuta tutto ciò che fa crescere. Anche Peter soffre, il suo sonno è agitato dagli incubi: soffre del non poter veramente dolersi per qualcosa o qualcuno, dell’accettare che forse è possibile diventare adulti senza diventare Uncino.  L’altra faccia dell’Isola, il feroce e affascinante pirata dagli occhi che variano dall'azzurro al rosso sangue, potrebbe essere un lord, una figura nobile ed è invece il peggiore degli assassini. Ossessionato da Peter, come molti adulti reali sono dalla giovinezza che scompare, non riesce ad abbandonare un territorio che dovrebbe ormai essergli proibito, frequenta un paese fatato, incapace di coltivare un solo pensiero felice, ed ha nella sopraffazione l’unica possibilità per affermarsi. Uncino e Peter sono speculari – l’uno vorrebbe ciò che non è più, l’altro rifiuta la condizione del tempo e dei sentimenti. Si contendono l’Isola, ma un’Isola ben strana – che non c’è -  dove la meraviglia scaturisce dalla sua prossimità a ciò che è morto.  Prendiamo i Bambini Sperduti. Abitano sottoterra, tra le radici dell’albero, come coloro che non si possono più vedere,  che stanno sepolti a tessere la trama dei nostri sogni. Costruiscono attorno a Wendy una casetta con le sue precise misure, proprio come una piccola bara. E indisturbato per la selva si aggira l’enorme coccodrillo, che ha al suo interno lo scandire delle ore, qui ferme per sempre. Nell’Isola non si subisce mutamento: l’esistere, se non coincide con l’avventuroso fine a se stesso - un combattimento con i pirati, una danza tribale con gli indiani -, è un gioco a fare finta, un make-believe. Wendy e Peter allora sono i genitori dei Bambini, quando nella realtà è proprio dalla famiglia che sono fuggiti. Facciamo che … una delle frasi che più ci appartiene da piccoli: è il linguaggio segreto che compie gli incantesimi, fa sì che gli adulti siano come dovrebbero essere, che le cose esistano, è un allenamento all’osservazione dell’universo e anche al suo eventuale sovvertimento. Tuttavia per Peter il fare finta è l’unico vero – non potrebbe essere altrimenti: morire sarà un’avventura meravigliosa!, si dice, mentre aspetta che salga l’acqua della marea su uno scoglio, stremato e incapace a riprendere il volo – è vivere che non si concede. Vivere è lasciare l’Isola. Non c’è un altro lieto fine: quando i fratelli Darling e gli Sperduti torneranno a casa tutto sarà presto sciacquato via come la sabbia dagli occhi; non c’è un ponte tra questa vita e l’Isola, solo una frattura insanabile. Wendy, l’unica che si ricorderà di Peter anche da donna, ha lo sguardo puntato, doloroso, dentro quella frattura. L’Isola è un paese di bambini, ma dove i bambini non possono imparare nemmeno da se stessi: è un paese di gioco e di oscure privazioni, è un’infanzia che si fa lettera morta o indecifrabile astrazione per chi se ne allontana da adulto.

Coccodrillo del Nilo (1910)


Eppure deve situarsi da qualche parte un’Isola in cui siano accolti la memoria e il comprendere accanto  al fantastico, alla bellezza di un bambino volante e senza l’ombra. I libri devono continuare nei loro lettori, fiorire nelle immaginazioni. È così che ci conducono in salvo, che anche la tristezza ha un senso.

un altro inizio

C’è chi ha pensato irritanti quanto deludenti sequel della storia, come Stephen Spielberg in Hook, mostrandoci un Peter Pan cresciuto, di per sé una totale assurdità, che torna alla calzamaglia per liberare i figli rapiti da Uncino, facendo dell’Isola quello che non è - un luogo di formazione. Che Spielberg fosse un fan di Peter era presumibile da E.T., in cui figura come la storia della buonanotte – e così sarebbe dovuta restare. Mettendosi al sicuro dal ragazzo tragico, dalle angosce, dall’insistente sensazione di perdita che nutre le pagine del capolavoro in misura pari alle formidabili avventure, Spielberg rassicura che in fondo Peter è come noi, che come noi deve trarre profitto da ciò che gli succede, ci ha solo impiegato un po’ di più a metter su pancia e famiglia.  Normalizzando la storia il regista abolisce il mistero, producendo una morale alla portata di tutti. E la morale è … andate ed edificatevi: l’Isola è un parco giochi qualsiasi, una giornata a Disneyland - non esiste niente di ipotizzabile che competa con il mondo come lo si conosce senza sforzo, accendendo un televisore o sfogliando un depliant turistico, e i pirati preferiscono il baseball.
Quanto lontani dai corvi e dagli spiritelli del Rackham dei Giardini di Kensington, o dal fanciullo dai lineamenti dolci, le guance arrossate e il cappello a forma di ghianda di Mabel Lucie Attwell, nelle cui illustrazioni si animano lumini da notte in tinte pastello, bambini paffuti in pigiama e pantofole – una pantomima nella stanza dei giochi.


Mabel Lucie Attwell, Peter Pan


C’è tuttavia anche chi dalla paura non rifugge, chi affonda pienamente negli incubi di Peter, in quello che il suo creatore ha definito “l’enigma della sua esistenza”, per trarne una vicenda ancor più cupa dell’originale. Si tratta del Peter Pan di Regis Loisel, opera a fumetti che racconta, come una sorta di prequel, del primo arrivo di Peter nell’Isola e delle creature che là dimorano eternamente, grazie al potere di un tesoro nascosto, fatto dell’immaginazione umana e infantile. Ma andiamo con ordine. In una Londra ottocentesca e dickensiana Peter ha circa tredici anni, i capelli lunghi e rossicci, si aggira per i sobborghi degradati della città, probabilmente nell’East End, il lato B del benessere vittoriano,  che Jack London ne Il popolo dell’abisso così descriveva: “le oscenità e le volgarità brutali della vita qui sono rampanti. Non esiste l’idea del privato. Il cattivo corrompe il buono ed entrambi suppurano insieme. L’infanzia innocente è dolce e bella, ma nella Londra dell’est l’innocenza è una cosa fugace”.  Per le strade si affollano prostitute, ubriaconi e piccoli delinquenti. Il ragazzo trascorre buona parte  del tempo raccontando fiabe a un gruppo di orfani, che amano più di tutto ascoltare le descrizioni appassionate della madre e del rapporto idilliaco tra quest’ultima e il loro amico affabulatore. Peccato che la verità sia l’opposto: tornato a casa lo attende una madre alcolizzata e abbandonata dal marito, che non perde occasione per picchiare il figlio e inveirgli contro. L’unico adulto positivo è il vecchio signor Kundal, ex assistente di un medico, che ha insegnato al ragazzo a leggere e a far di conto, e tutti i racconti meravigliosi con cui Peter affascina i coetanei. L'uomo è stato amico del presunto padre di Peter, scomparso in mare molti anni prima. Il signor Kundal rappresenta un elemento del tutto assente dalla storia originale (che sia il più grave dei danni o il più auspicabile dei doni lo lascio alla sensibilità di ognuno): la speranza, sia della protezione di un vice-padre, mancando o non essendo idonei i genitori originali, sia di un’esistenza libera dal ghetto e dalle brutture cui il ragazzo sembra destinato;  ma a tirare tutt’altri dadi per la sorte arriva in volo Trilly, la fatina in calze di pelle di vespa, alla ricerca di un salvatore per la sua Isola Chenoncè, che prontamente identifica in Peter. Sull’Isola abitano centauri, fauni, tra cui Pan, sirene e folletti. Il misterioso tesoro che la tiene in vita è ambito dai pirati sotto il comando di un terribile capitano con ancora l’uso di entrambe le mani. A guardia del tesoro sta … il coccodrillo, invincibile divoratore  in un’armatura di scaglie. Particolarità dell'Isola è che i suoi abitanti, per uno strano sortilegio, si dimenticano di tutto, perfino degli amici scomparsi: così finisce nell’oblio il momento in cui l'infelice ragazzo londinese si fonde con la divinità dei boschi, e acquisisce il suo famosissimo nome. E anche le eventuali morti dei bambini, orfani londinesi trasportati da Peter sull’Isola, come gesto, questo sì, di pietà ed empatia, sembrano non lasciare segni durevoli: forse perché ricordare è affrontare in noi la maturazione delle cose belle come della sofferenza, di nuovo comprendere la dimensione temporale, ma i fantasmi, perfino quelli che scaturiscono da portentose fantasie, non hanno tempo – è questa mancanza, o meglio il sentirla, come una parte del corpo d’improvviso assente, che li tormenta.
Durante i brevi soggiorni a Londra il Peter di Loisel incrocia la vicenda di Jack lo Squartatore. “Jack”, mai identificato, si presta bene all’elaborazione di un ulteriore personaggio fittizio, in cui fatti storici e invenzione d'autore si mescolano, come già è successo in tanta letteratura che lo riguarda. E se un individuo così terribile non fosse stato proprio un essere umano come gli altri? Se fosse stato davvero un demone, agitato da un senso storpiato della giustizia, da un atroce e malato bisogno di pulizia sociale. Il presunto odio per le prostitute di Jack si fonde al rancore di Peter verso tutte le donne adulte in cui riconoscere una madre deviata, e le tracce della realtà si dileguano nei vicoli bui, esattamente come dentro la memoria fallace del ragazzo che non abita più questa terra.

Regis Loisel, Trilly

Il Peter Pan originale è un’opera di tabù. Non si può crescere, non si può indagare a fondo il problematico valore delle madri, di una madre, quella di Peter, osteggiata quanto desiderata, non si possono vedere i sogni del ragazzo, non si può visitare l’Isola da adulti, e infine il tempo è insieme così estraneo e minaccioso da assumere le fattezze di un animale certo esistente, ma esotico, distante e antico, quale il coccodrillo. Il pregio del fumetto è quello di affondare pienamente in questi tabù, nell’aspetto demoniaco sia dei legami familiari, presenze spettrali nel percorso di chi non riesce a superarli, che delle splendide creature dell’Isola, che pagano con l’oblio il beneficio di esistere. Ma Peter non è originario dell’Isola – ce lo ricorda bene Loisel. È ancora un mezzo e mezzo, un mortale che non ricorda la morte da cui proviene, di cui egli stesso è un inconsapevole dispensatore.

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