lunedì 9 luglio 2012

I do believe in fairies (Parte quinta)

Primasecondaterza e quarta parte.


due storie su Pan

Arthur Rackham, Pan

Nei soliti anni della nascita Peter Pan, Edward Morgan Forster scriveva The Story of a Panic, “La storia di un panico”, il primo di una serie di racconti soprannaturali. Durante una vacanza a Ravello alcuni viaggiatori inglesi trascorrono un pomeriggio immersi nei castagneti di una piccola valle arcadica. Ispirata dall’esotismo dell’Italia del sud, la discussione verte presto sull’antico dio Pan, ritenuto ormai morto. Cade il silenzio, la natura è ferma, come in attesa, finché non risuona bruscamente il fischio stridulo del flauto che Eustace, un quattordicenne insofferente e indisciplinato, parte della compagnia, si è costruito al riparo di un albero. Il fastidio degli altri svanisce nuovamente nel silenzio, ma, forse sollevato proprio dal suono, uno strano vento che si avvicina, oscurando il verde dell’erba e delle chiome al suo passaggio, suscita sgomento e agitazione fra i personaggi, che fuggono in preda alla paura, ad un terrore primordiale che appartiene alle bestie più che agli esseri umani. Una volta placati si accorgono di aver lasciato indietro proprio Eustace, che ritrovano disteso con le mani convulsamente aggrovigliate nell’erba e un sorriso estatico sul volto. Nel terreno umido vengono scorte alcune impronte di zoccoli di capra – il Maligno - dice Mr Sandbach, un chierico in pensione - deve essere stato molto vicino ed in una forma visibile. Da quel momento Eustace sembra incontenibile: durante la camminata di ritorno è un selvaggio pellerossa, è un cane festoso, porta tra le braccia una lepre spaventata. La notte non riesce a dormire ed esce dalla casa, incapace di stare nella sua stanza dove abitano solo mura di pietra e dove lui sente che morirebbe senz’altro. Si muove e sembra assumere varie forme naturali, parla della magnificenza della natura e ne è posseduto. Quando infine, tradito da Gennaro, il garzone italiano che è l’unico a capire quello che sta succedendo al ragazzo, viene riportato dentro, riesce, nuovamente aiutato dall’amico pentito, a fuggire dalla finestra. Gennaro, invece, saltato insieme ad Eustace e caduto sull’asfalto, morirà poco dopo per qualche misteriosa ferita interna, mentre il protagonista sta ancora correndo, oltre gli alberi, tra grida e risa a stento riconoscibili come umane.

Il ragazzo, appena adolescente, ha in effetti incontrato Pan: la forza che atterrisce gli altri, porta con sé il nuovo, percorrendo i sentieri antichi dell’appartenenza alla natura ai suoi umori cangianti, la sua legge che è insieme vitalità e pericolo mortale. Eustace non è un bambino come Peter, tuttavia come lui sta in una zona d’ombra e vigore: il salto finale dalla costrizione dell’edificio allo spazio aperto, ricorda da vicino il volo dalla finestra della stanza dei giochi, il distacco violento dagli schemi precostituiti degli adulti. È un “volo” che ha in sé la meraviglia e la morte: non tutti riescono a liberarsi, a raggiungere l’autonomia dei desideri, emancipandosi dai condizionamenti sociali. Spostando l’attenzione da Peter su Wendy, colei che è sì affascinata, ma non si smarrisce,  un aspetto dell’opera che ora si fa chiaro è l’indipendenza dei bambini. Il ritorno a casa infatti non è tanto dettato dalla mancanza dei genitori, quanto dal pensiero per le necessità  dei genitori: sono loro che hanno bisogno di lei e degli altri ragazzi. Wendy, che vuole crescere pur amando l’Isola e Peter, è benissimo in grado di muoversi da sola sulla sua propria strada, mostrata dalle impronte di Pan.  Sull’Isola però l’inquietudine misteriosa del personaggio principale e la cesura netta dal mondo hanno la meglio sullo scompiglio rinnovatore che il dio soffia attraverso il suo flauto direttamente nella vita, ed è in buona parte tagliata fuori la prospettiva degli adulti; nel racconto di Foster invece quest’ultima ha un ruolo cruciale, svelando l’aspetto disturbante di Pan nel terrore e poi nell’imbarazzo che seguono l’incontro. Il dio o demone risveglia gli istinti di Eustace e al contempo turba i rappresentanti dell’ordine, delle sane abitudini inglesi, con l’esibizione cruda e potente del diverso, della differenza di cui ognuno è portatore, che proprio nell’adolescenza inizia a  manifestarsi o ad essere repressa. La diversità di Eustace non vola via su isole irraggiungibili: salta nel mezzo di ciò che esiste, sereno e ingovernabile: la forma delle nuvole, il fremere degli alberi, l’odore del terreno, gli animali e gli esseri umani – i più difficili da afferrare. È per questo suo incarnare mutevolezza e ignoto, una seconda nascita dell’individuo a se stesso, che Pan da creatura boschiva si è fatto diavolo nell’immaginario medievale e moderno, caprone lascivo e promiscuo, adorato dalle streghe. Quello che sfugge al controllo merita di essere emarginato e demonizzato, perché suggerisce che i confini non sono mai del tutto stabili, che la morte può irrompere quando vuole, che non c’è difesa da lei, come non c’è difesa dal possibile ribaltamento delle certezze. Che le forze più grandi di cui l’essere umano è in balia non parteggiano per il bene o per il male: si scatenano dentro l’individuo, sono il fluire senza soluzione del vivo nel morto, del dubbio nel credo, di quello che nasce e in sé ci seppellisce, delle paure nel ritmo dei sensi. Pan dunque come l’essenza ribelle sia di Peter che di Eustace, e quale presagio oscuro di trasformazione, da cui non si esce indenni, in cui il rischio è totale.
Pan è tuttavia anche e soprattutto il demone o il dio della vegetazione, che sia il rigoglio dell’Isola o la trama di fili d’erba avvolti ad Eustace, è lo spirito di ciò che, contrariamente a Peter, cresce. Gli alberi crescono e la loro bellezza non si dissolve. Può essere così anche per noi, che ci armonizziamo nei rapporti umani mantenendo la nostra magia?
Ancora nel primo decennio del Novecento, dalla visione della scrittrice Frances Hodgson Burnett, un Pan dodicenne esce incamminandosi la mattina presto nella brughiera dello Yorkshire – con lui un corvo e una volpe, uno scoiattolo gli sta sulla spalla, un altro fa capolino da una tasca, un agnello nato da pochi giorni è tra le sue braccia. Il nome di questo Pan è Dickon: sa tutto degli animali e dei fiori e delle piante, i compagni che lo seguono sono cuccioli rimasti senza madre, che ha salvato da morte certa. Dickon suona il flauto – lepri e fagiani spuntano dalle tane per ascoltarlo. È allegro, mite e affidabile. Nessuno ha paura di lui,  tutti lo rispettano, ne sono attratti,  perché il ragazzino è un incantatore di animali e dunque anche di umani, soprattutto di bambini, proprio come Peter.  Non li rapisce però, li aiuta, piuttosto, ad affrontare l’esistenza, come se questa fosse l’Isola, ricca di sorprese. L’Isola ha la forma di un giardino lungamente negletto, da accudire e far rinascere.
Ne Il giardino segreto, due bambini guidati da Dickon, scoprono la Magia (un intero capitolo va sotto questo titolo), che è una specie di cura, gentilezza, attenzione gioiosa, non più grande, se avesse un corpo, di un pettirosso affabile e temerario. Attuandola in loro imparano senza saperlo anche come trasmetterla agli adulti, da pari a pari.  Mary Lennox, orfana in seguito ad un’epidemia di colera, arriva dall’India nella dimora dello zio: è una bambina viziata, arrogante, scontrosa e non amata. Il cugino Colin Craven, che abita segregato in alcune stanze dell’enorme abitazione è ugualmente viziato, malaticcio, bizzoso, trascurato dal padre immerso in una tristezza inconsolabile dalla morte della moglie. Gli adulti non offrono dunque nessuna protezione, ma i bambini, lo si è visto, hanno abbondanza di risorse e inventiva. Lavorando nel giardino, godendo della reciproca amicizia, della tranquillità speciale che emana Dickon, uniti dall’incantesimo di un luogo soltanto loro e dell’attesa della primavera, come conoscenza delle stagioni, delle piccole cose che si animano, i due cugini guariscono, contagiando anche Lord Craven.

Archibald Thorburn, Una volpe e i suoi cuccioli

I Bambini Sperduti sono a casa, la loro casa ha nel cuore l’infanzia: è il seme che arricchirà tutto il futuro. Dopotutto l’Isola esiste da qualche parte, e le vie non sono affatto chiuse per sempre.

e le fate?

Ballivaughan, County Clare, Irlanda, agosto 2010. Isole e spiriti: quale posto migliore dell’Irlanda occidentale? Cammino lungo una strada asfaltata che si addentra nel Burren, grande distesa calcarea, una tavola di roccia percorsa dalle fessure dei grikes, colme di piccole piante, da acquitrini che appaiono e scompaiono imprevedibilmente, e da cumuli antichi di pietre, siti archeologici o dimore di stirpi estinte. Un uomo si ferma e mi chiede se ho bisogno di un passaggio fino in cima alla collina – accetto. Lungo la strada, Sean, così si chiama, mi indica piccoli dolmen nascosti ed altri falsi, imitazioni ricreate da simpatici turisti di passaggio. Non è molto più vecchio di me, dopo un po’ mi decido e gli chiedo delle fate.
Se intendi quelle minuscole con ali di mosca e volti infantili, qua certo non ne trovi, sono solo idiozie. Ma se vuoi davvero sapere di “quegli altri”, l’altra “gente”, ci sono cose da queste parti che non hanno nulla di amichevole e carino. Meglio non incontrarle mai. E loro esistono, questo è sicuro.
Come la banshee? Provo a intervenire con un po’ di soggezione.
La banshee, esatto … ma non è una fata. Non in “quel” senso almeno. Io l’ho incontrata, prima che morisse mio zio – un’immagine sfocata nella notte, ti viene addosso e scorgi appena un essere pallido sotto un mantello, un drappo. E grida. E non è il vento, non è la suggestione delle leggende. Io non sono un tipo superstizioso, ma “lei” è là.
“Là” è ovunque nel paesaggio e nel tempo, perché la banshee appare solo agli irlandesi da generazioni, quindi io non ho nulla da temere. Sono piuttosto entusiasta del frammento di storia che Sean mi ha dato –banshee, spiriti-folletti, sono la terra non segnata, non mappabile in un globo già percorso in lungo e in largo da linee e calcoli. Certo le “vere fate” hanno poco in comune con quelle descritte nella letteratura, e non sono affatto nate dalla prima risata del primo bambino, infranta in miriadi di pezzetti, come racconta Barrie in Peter Pan. Sono forti come gli elementi, capricciose come l’ora della morte. Non svaniscono se i bambini smettono di credere in loro. Ma se non sono loro a morire qualcosa d’altro viene meno – la capacità di stupirsi, immaginando ciò che non si vede, ciò che potrebbe essere e che ancora non c’è – esattamente come i giorni a venire. Questa è infine la parte più felice di Peter Pan – il credere.

Burren, Ballyvaughan, County Clare
                                                                                  
Ogni tanto mi capita di leggere o raccontare fiabe a gruppi di bambini di varie età. In libreria oppure nel bosco, per le feste di Natale o a qualche compleanno. Il salvataggio di Trilly da parte dei ragazzi di tutto il mondo, è una delle storie che preferisco per queste occasioni, perché richiede un pubblico non solo attento, ma partecipativo. La trama è arcinota. Wendy, i fratelli e gli Sperduti lasciano l’albero per tornare a casa dai signori Darling. Non sanno che ad attenderli fuori ci sono i pirati, che li legano e impacchettano per portarli dritti dritti sul loro vascello. Uncino, deciso ad uccidere Peter, scende giù per il tronco del bambino più grasso della comitiva, ma una piccola porta gli sbarra l’entrata nella tana: riesce tuttavia a versare alcune gocce di un veleno micidiale nella ciotola della medicina (nient’altro che acqua, un ennesimo fare finta), preparata da Wendy. Quando Peter si sveglia pensa a qualcosa che renderebbe contenta Wendy, pentito per essere stato sgarbato con lei - ecco, bere ad esempio, la medicina! Ma Trilly, che ha seguito Uncino, si getta trafelata tra le labbra del ragazzo e la bevanda e trangugia d’un fiato la pozione. La sua piccola luce comincia a svanire – un Peter disperato chiama in soccorso tutti i bambini addormentati, che raggiunge in sogno: Credete nelle fate? Se credete nelle fate, battete le mani! Solo questo può soccorrere la fatina.
Battete le mani.
Mi fermo. Guardo i bambini che mi circondano, trepidante e assai emozionata. Crederanno? Batteranno le mani? Su avanti, non lasciate morire Trilly! E succede sempre - ridono, i più grandi fanno, proprio come Peter, i galletti, si danno qualche spinta, e battono fragorosamente le mani. Magia. In pochi minuti finirò la mia fiaba, e i bambini commenteranno, si muoveranno irrequieti, qualcuno protesterà che la storia è diversa, che ci sono anche una piovra e una bomba, avendo in mente le ultime versioni della Disney, e che me li sono dimenticati.  Ma per il momento sono di nuovo nell’Isola – la loro. 

John Bauer,  The Four Big Trolls and Little Peter Pastureman

FINE

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