venerdì 29 giugno 2012

I do believe in fairies (Parte seconda)

Qui, la prima parte


vivere per sempre nei giardini

Non lessi il libro Peter Pan fino ai quindici anni, nel Natale del 1990. Un volume viola con copertina rigida, l’odore tipico della carta spessa dei libri per ragazzi, conteneva tutto, tranne la commedia originale: Peter Pan nei Giardini di Kensington e Peter Pan e Wendy.
Dunque Peter Pan ha vissuto in questo mondo, prima di emigrarsene nell’Isola Chenoncè – è stato ospite e guardiano di un parco molto vasto e frequentato, che si popola di altre, fantastiche vite dopo il tramonto. Non si può restare nei Giardini quando i cancelli si chiudono. Allora il bambino suona il flauto per il ballo delle fate. È scappato via, dalla finestra aperta della sua stanza, quando aveva appena sette giorni. Prima di nascere tutti i bambini sono uccelli: per un po’ se lo ricordano e se vogliono riescono ancora a volare – perdono questa capacità con la comprensione, quando avvertono dentro di loro di non appartenere più alla specie alata. E cos’è Peter Pan, non più tordo o allodola, ma nemmeno bambino accudito dalla madre? Un essere a metà tra due diverse nature, come gli spiega il Corvo Salomon, il più saggio degli uccelli dell’isola che si trova sulla Serpentina. Un rimpianto, un desiderio.
Arthur Rackham, Peter Pan nei Giardini di Kensington (Solomon)



- Guarda la tua camicia da notte, se non mi credi – disse.
Peter guardò sbalordito la sua camicina, poi gli uccelli addormentati, nessuno dei quali era vestito.
- Quanti unghioli hai? – insistette Salomon, con un po’ di crudeltà.
 Peter si accorse con terrore di avere solo delle dita. L’emozione fu così grande che gli fece passare di colpo il raffreddore. Ma il vecchio Salomon continuò con severità:
- Arruffa le piume. – E Peter provò e riprovò disperatamente ad arruffare le piume, ma non ne aveva neanche una. Allora si alzò, tremando e per la prima volta da quando aveva indugiato sul davanzale della finestra a guardare i lontani Giardini di Kensington, oltre i tetti delle case, si ricordò di una donna che gli aveva voluto tanto bene.
- Penso che dovrei tornare dalla mia mamma – disse timidamente.
- Bene, addio! – rispose il Corvo Salomon lanciandogli una strana occhiata.
Ma Peter esitava.
- Perché non vai? – gli chiese il vecchio gentilmente.
- Credi – sussurrò Peter con voce roca. – Credi io possa ancora volare?
Ecco aveva perso la fiducia.
- Povero piccolo metà uomo e metà uccello! – sospirò Salomon, che in realtà non era duro di cuore. Tu non sarai mai capace di volare, neppure nei giorni di vento; dovrai vivere qui sull’isola per sempre. 
- E non potrò nemmeno più andare nei Giardini di Kensington? – domandò Peter sconsolato.
- Non saresti certo capace di attraversare il lago – rispose Salomon. – Ad ogni modo fu molto gentile e gli promise di insegnargli come vivono gli uccelli, almeno per quanto potesse imparare un tipo fatto in modo così buffo.
- Dunque non sarò proprio un essere umano? – Domandò ancora Peter.
- No – rispose il vecchio Salomon.
- E nemmeno un uccello?
- Nemmeno.
- E che cosa sarò?
- Sarai un “mezzo e mezzo” – rispose Salomon.

Peter trova presto il modo di raggiungere ancora i Giardini, spostandosi grazie a una barca-nido, su cui rema ogni notte dall’isoletta alle radure erbose. La barca è stata costruita dagli uccelli, remunerati con i frammenti di una banconota che il poeta Percy Bisshe Shelley ha lasciato a navigare sul torrente. Ebbi un sussulto. Non era per me il nome di un poeta qualsiasi: portavo le poesie scelte di Shelley nella borsa o nello zaino di scuola come un potente amuleto – lui era l’incantatore del vento occidentale. Mi parve un segno di riconoscimento, per quella piacevole e particolare sensazione, che si prova quando si legge qualcosa che ci appassiona, che il libro sia stato scritto proprio e solo per noi, che risponda ai nostri pensieri intimi, come succede a Bastian ne La storia infinita di Michael Ende. Certo, un segno con un risvolto macabro: la prima moglie di Shelley si era uccisa proprio gettandosi nella Serpentina. Non avendo mai visto un suo ritratto, la immaginavo bizzarramente come una giunchiglia pallida. Un piccolo Pan della natura selvaggia, anche lì, nella grande Londra, doveva essersi chinato su di lei, spezzata nell’acqua. Un Pan malinconico, che vaga per i sentieri del parco a scavare tombe per i bambini che si sono attardati oltre l’ora di chiusura e sono morti di freddo. A volte arriva in tempo, come succede con la piccola Maimie, che trascorre con lui tutta la notte in giro per l’intrico dei rami, delle radici, dei cerchi di funghi, e si addormenta al caldo in una casetta minuscola costruita dagli spiriti fatati. Nei giardini è sempre autunno o inverno: nelle illustrazioni che Arthur Rackham preparò per il libro, fate e foglie si mescolano nelle raffiche ventose; strani omini dai nasi adunchi e le membra sproporzionate si muovono tra i cespugli color delle zolle, quando i semi sono nel profondo, lontani dalla fioritura; da un momento all’altro potrebbe arrivare la pioggia o farsi tutto innevato, l’acqua ghiacciare in una pista di pattinaggio.

Arthur Rackham, Peter Pan nei Giardini di Kensington


È la morte che accompagna la magia – bisogna in qualche modo esserne intrisi per farsi magici. Quando l’anima soffia nel corpo ha le ali, ha appena rotto il suo guscio. Questo ci dicono tradizioni folkloriche e sciamaniche. È un pettirosso da un uovo turchese, un cuculo da un nido rubato,  un’averla, le prede infilzate sulle spine. È un momento di transizione tra la vita che non c’era e quella che deve avverarsi fino a estinguersi nuovamente nello spirito che sta nella terra. Peter Pan è una contraddizione: come l’anima dell’origine riesce ad alzarsi in volo, eppure non è sottoposto al divenire e lui non potrà mai tornare da sua madre, la finestra è sbarrata dalle inferriate, un altro bambino dorme nella culla. Vive insieme alle fate, che gli insegneranno di nuovo a volare, dà sepoltura ai bambini: e nel folklore i luoghi dove vengono sepolti i bambini e coloro che muoiono anzitempo, prima del battesimo secondo l’influenza cristiana, appartengono talvolta alle fate. Poiché estraniato dalla vita Peter può vederle, essere quasi come loro. È un’immagine dell’anima che nasce, così come lo è dell’anima che non ha più il suo corpo. È così diverso dal ragazzo sfrontato, sicuro di sé della commedia e del romanzo.
Per quanto non avessi più da un pezzo denti di latte io pure mi vedevo come un mezzo e mezzo: la malinconia di Peter mi somigliava. C’era il tempo presente dentro di me dove le mie promesse infantili avevano sempre senso, e il tempo esteriore, rapido, fatto degli altri, dell’infelicità che viene dal non riuscire ad adeguarsi. Stavo nel mezzo, adolescente inquieta. Avrei voluto adeguarmi, ma non potevo tradire le fate. Il fato che si scrive con la propria singolarità. Sì, tutta la tristezza valeva una notte in mezzo alle fate, ai folletti concitati nel fogliame, alla polvere che rimane sui polpastrelli e sulle scarpe dopo aver danzato. E sono proprio le fate che insegnano di nuovo a Peter il volo, oltre le stelle e i mari, fino a Never Never Never Land, l’Isola Chenoncé.

Siedo su una panchina lungo il torrente, appena passato il confine tra Hyde Park e i Giardini di Kensington. Sull’altra riva, poco più avanti c’è la statua. È un pomeriggio di una fine di ottobre, piove leggermente dalla tarda mattinata. Ho appena visto: due gazze, uno scoiattolo furioso, affaccendato nel distruggere un tronco per mangiarsi un po’ di midollo, un pettirosso, un airone grigio - i suoi occhi d’ambra a ipnotizzare le rane. Anatre, oche e folaghe si avvicinano a nuoto sperando in qualcosa da mangiare, ma non ho niente con me.
Che cosa ci fai qui, sotto la pioggia?
Mi chiede un anziano a passeggio, ed è lui quello senza l’ombrello.
È bello.
Rispondo.
Parli con le anatre e  i cigni?
Mi piacerebbe – ma li guardo e basta.
Avanti e indietro nelle increspature dell’acqua, tuffandosi per un pesciolino o una crosta di pane, portando, quando nessuno li osserva,  pezzi di giunchi e rami per rinforzare il nido, che è soprattutto una barca silenziosa, sospinta nella notte.

(continua)

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