lunedì 25 giugno 2012

I do believe in fairies (Parte prima)


Trina Schart Hyman, Peter Pan

un’introduzione

Tutti i bambini crescono, tranne uno. Il bambino più speciale del mondo che forse non è affatto un bambino o almeno non vive come e dove vivono gli altri, resta sempre uguale, senza un’età definibile. Tutti i bambini crescono. Ma per un po’ tutti hanno o dovrebbero avere la possibilità di incontrare il ragazzo favoloso, seguirlo nelle sue scorribande feroci, essere un’infinita avventura. Credo di non aver mai smesso di cercarlo. Nonostante il mio corpo di bambina se ne sia andato, nonostante il sangue a lavare via l’acqua che circonda l’Isola, non ho mai smesso da qualche parte dentro di me di sentirmi come uno dei ragazzi smarriti, nascosti nella casa sotto l’albero, in attesa del suo ritorno a risvegliare la laguna, la foresta, i pirati.

La prima volta che misi piede a Londra avevo ventun anni e un’ossessione dominante: vedere Peter Pan. Andai ai Giardini di Kensington, perché tutto era iniziato là, e lungo la Serpentina c’era la statua con le sue presunte fattezze. Certo, sapevo benissimo che James Matthew Barrie, l’autore, non era esattamente entusiasta dell’opera di Sir Frampton. Non possedeva niente dello spirito demoniaco, della crudeltà propria del suo personaggio. La statua ne è infatti un’interpretazione epurata e gentile - una sorta di pastorello con flauto attorniato da fate vittoriane, scoiattoli e conigli che si arrampicano sotto i suoi piedi. Nessun coltello, nessun tremore notturno o indicibile incubo a sfregiargli il sonno, nessun capriccio o furberia nell’espressione della bocca e degli occhi. Eppure anche lì c’è qualcosa di Peter: come, ad esempio, certi adulti lo avrebbero voluto – un bambino benevolo, un’immagine dell’infanzia intoccabile e idilliaca. Ma Pan è indubbiamente altrove, irrequieto e perfino spaventoso. Chi o cosa sei? Gli chiede un esasperato Uncino: il ragazzo risponde esultando una serie di cose senza senso. Peter Pan è ciò che per un po’ avrei voluto essere perché conosce il volo. Peter Pan è il primo soggetto maschile di cui mi sia innamorata, ma – che infelicità – lui non è in grado di ricambiare. Peter Pan è indifferente alla morte come all’amore. Ha ancora tutti i denti di latte. Parla con le fate e le sirene e come loro è molesto. Non teme il coccodrillo. Ha vissuto per un po’ su un’isola popolata di uccelli nel cuore di Londra. È un bravissimo imitatore di voci. È un dono per gli orfani. È un seduttore. È la finestra aperta nella stanza dei giochi e il cielo vasto del tramonto appena uscita dal cinema, afferrando la mano di mia madre. Sembra non riesca a tenersi la sua ombra. Perciò se un indumento sgualcito spenzola dal cassetto, potrebbe benissimo essere lui, una traccia del suo passaggio. È un libro smilzo con quarantacinque giri in cui puoi voltar pagina ogni volta che suona un campanello. Bene bambini, cominciamo. 


Michael Llewelyn Davies/Peter Pan


raccontami una storia

La mia infanzia è stata fortunata perché sempre immersa nelle storie. C’era una storia per tutto – quella della buonanotte, che veniva fuori da un libro di fiabe classiche se era mia madre o da un’assurda mescolanza di fumetti e vagheggiamenti d’Oriente lontano se era mio padre; quella della merenda; quella per imparare i colori, buona per ogni momento della giornata; quella per smettere di temere il mare; quelle vere fatte di oggetti curiosi nella casa della bisnonna; quella di una nonna fin troppo paziente nell’inutile tentativo di farmi mangiare la carne o il pesce all’ora di pranzo: Buettino e l’Orco. Buettino, il solito ragazzo pestifero e disubbidiente, non crede affatto alla mamma quando gli dice che prima o poi verrà l’orco in paese a prenderselo. E l’Orco arriva sempre. Grosso, ondeggiante, mentre la nonna raccontava, non riuscivo mai a vedergli la faccia. Però sentivo i passi che facevano tremare il pavimento, e vedevo la mano ruvida che reggeva il sacco, dove finivi a testa in giù se ti prendeva. Buettino naturalmente non è a scuola, tanto meno a casa, è in strada a bighellonare, tirar calci ai sassi, fare dispetti, come al solito. Fa appena in tempo ad alzare lo sguardo verso la montagna umana ed eccolo subito nel fondo del sacco, pronto a servir da cena insieme alla patate all’Orco famelico. Ma in un modo o nell’altro riesce a cavarsela. Di solito trova un buco minuscolo nella tela e ci lavora fino a farlo abbastanza grande da uscire e scappare a perdifiato. Buettino corre e si rifugia in cima a un fico. L’Orco non sa arrampicarsi, ma se il bambino si sporge, può riprenderselo con un salto. “Buettino!, comincia supplichevole come una vecchina sciancata, Buttami un fichino!”, “No, no! Tu mi mangi!”. Di nuovo: “Buettino! Buttami un fichino!”, “No, no! Tu mi mangi!”. E continuano così finché non arriva la gente dal paese armata di pietre e bastoni per scacciare il Mangiabambini.   Tenevo mia nonna una buona mezzora a fare il verso all’Orco e Buettino, sotto e sopra il fico. E la morale era che se ci comportiamo da briganti prima o poi si finisce in pasto a uno più brigante e forzuto di noi. Oppure: che il posto più sicuro dove vivere è certamente in cima a un albero. Un po’ più vicino al vento, a cui nessuno fa la predica se gioca per ore nelle strade, scompiglia chiome e piume di passeri. O ancora: c’è un grande ingegno nei bambini, che viene rapidamente liquidato come monelleria. La morale di mia nonna era: Larga la foglia, stretta la via, dici la tua che ho detto la mia!, ma so che si divertiva assai a mangiar fichi in barba all’Orco e ai paesani armati.
Io figuravo senz’altro nella schiera dei bambini buoni per tutti gli adulti che mi circondavano, però appartenevo anche a quell’altra minoranza dei bambini né buoni né cattivi, che hanno una fede incrollabile nel meraviglioso e collezionano le cose più strampalate quali chiavi per un'altra dimensione, parlano con se stessi e con decine di amici immaginari, hanno nascondigli, trasformano tutto ciò che trovano bello in un segreto. Così, non avevo ancora cinque anni, quando al cinema Peter Pan entrò nella stanza dei giochi insieme a una fata impertinente, e insegnò ai tre fratelli Darling a volare, posarsi sulle lancette di un grande orologio (mica sapevo, allora, che era il Big Ben), e via! dove la notte è tutta un lumicino, decisi che anch’io lo avrei aspettato, che gli avrei dato un ditale di mia nonna in cambio di una ghianda e quello sarebbe stato un bacio. E aspettai …
Ma invece di Peter arrivò Pinocchio, nel primo libro letto a scuola. Lo leggevamo in seconda elementare, un’ora alla settimana di Pinocchio per tutto l’anno. La parte che ancora preferisco è l’inizio, quando Pinocchio è solo un pezzo di legno e può permettersi di scatenare una lite furibonda tra Mastro Ciliegia e Geppetto, beatamente impunito. E poi nella capanna di Geppetto, ben distante dalla camera dei bambini Darling, dai bow-window inglesi, dalle cagne premurose che fanno da balia, dai letti che sono delle navi, come scriveva R.L. Stevenson nelle sue splendide poesie per ragazzi, tra cui si salta e si corre, si è pirati o indiani. Lì il fuoco nel caminetto era dipinto e la miglior cosa cui si potesse ambire era un pasto a base di pere. Burattino o bambino, l’esistenza è un luogo inclemente, nemico. Ci sono padri che tentano di proteggere lo sciagurato bimbo di legno, perché l’unica casa possibile è un riparo fatto di casacche scambiate con abbecedari o di cinque monete d’oro zecchino da non piantare mai in nessun Campo dei Miracoli. Per il resto: ti buttano addosso una bacinella d’acqua sudicia invece che un pezzo di pane; ti legano al catenaccio per farti abbaiare ai ladri e devi star sveglio tutta la notte; se credi alla magia ti rubano tutto quello che hai, ma se pensi di spassartela un po’ la magia funziona benissimo e ti ritrovi mutato in ciuchino, azzoppato, per poco spellato per far di te un tamburo; e, orrore degli orrori, ti impiccano nel buio pesto, che nemmeno vedi chi è stato.  Gli animali parlano, ma questo, a eccezione del Tonno, non è un buon segno: sembrano tutti imparentati con la morte, a partire dal Gatto e la Volpe, accattoni manigoldi, mascherati da assassini. E il Grillo-Parlante ucciso da una martellata e poi misteriosamente arzillo nei panni di esperto dottore. Forse è perché Pinocchio non è proprio un bambino vivo, ma non è nemmeno inanimato, che gli animali psicopompi lo circondano con i loro inganni e i loro consigli. Anche l’unica bambina che appare è una bambina morta. O almeno così si presenta a Pinocchio, in fuga disperata dagli assassini:

Allora si affacciò alla finestra una bella Bambina, coi capelli turchini e il viso bianco come un’immagine di cera, gli occhi chiusi e le mani incrociate sul petto, la quale, senza muover punto le labbra, disse con una vocina che pareva venisse dall’altro mondo:
— In questa casa non c’è nessuno. Sono tutti morti.
— Aprimi almeno tu! — gridò Pinocchio piangendo e raccomandandosi.
— Sono morta anch’io.
— Morta? e allora che cosa fai costì alla finestra?
— Aspetto la bara che venga a portarmi via. —
Appena detto così, la Bambina disparve, e la finestra si richiuse senza far rumore.

Casa Vanvitelliana sul Lago Fusaro, La casa della Fata Turchina nel film Le avventure di Pinocchio (1972) di Luigi Comencini

Che in realtà  morta non è, e lo dice solo per contrariare il burattino. Oppure è proprio morta perché è una fata. Una buona fata, una capra dalla lana turchina, la madre perduta. La magia, seppure straordinaria, qui non incanta affatto: punisce o ricompensa, è severa e provvidenziale. Ogni dono, deve imparare il pezzo di legno, ha un suo modo giusto di essere usato, non viene così dal nulla per capriccio o fantasticheria. Per diventare un bambino vero e dire quasi incredulo, guardando il suo vecchio sé ciondoloni e inerte sulla sedia: com’ero buffo quand’ero un burattino, Pinocchio dovrà lavorare sodo, prendersi cura del genitore, entrare direttamente nella terra degli adulti, come in quella dei vivi. La lingua toscana, così vicina a quella parlata dalla bisnonna,  mi trascinava tutta dentro la storia, ogni strada che conoscevo si imparentava con le tribolazioni di Pinocchio, tuttavia ne uscivo sconvolta, come il pomeriggio in cui non sapevo staccar gli occhi dall’illustrazione del pescatore verde col povero burattino finito in padella insieme ai pesci, pronto per la frittura. E in una caverna fredda e putrescente, piena di carcasse di animali marini, vecchie reti, alghe e liquami -  altro che casetta di cioccolato e marzapane, da sgranocchiare almeno un po’ prima di incontrare la   cannibalessa che ci abita. O l’immensa pietà, che provo tutt’oggi rileggendo il libro, per Lucignolo-ciuchino stremato dalla fatica e morente. Non c’è posto in Pinocchio per essere bambini.  Anche se c’è posto per lo spavento davanti al mondo dei grandi – un mondo-orco e gendarme, un mondo coi minuti contati, dove non si può sgarrare. Ma io volevo che la magia fosse magia pura e semplice, che l’incanto perdurasse con tutti i piccoli segreti di cui lo riempivo. Io volevo l’Isola. L’Isola era: sotto il letto o sotto il tappeto accanto alla tigre e al cavallo di carta che lì dimoravano, secondo un’altra storia nel libro di lettura; nell’orto tra la menta e le fragole; nel ripostiglio, accoccolata a leggere giornalini; nella soffitta misteriosa; nella tenda che si fa al mare con gli asciugamani quando pioviggina; nel bosco d’ottobre quando si va per funghi in montagna; nella neve che faceva chiudere la scuola; nelle botteghe dei rigattieri, come quella che aveva il nonno paterno, in cui si ammucchiavano lampade rotonde, letti a baldacchino per le bambole, pianoforti in miniatura dai tasti color dell’arcobaleno. L’Isola era il Segreto – un rifugio dove tutti gli oggetti si sciolgono in sogni che durano un’infanzia, leggeri e inutili.

(continua)

2 commenti:

  1. bello bello bello

    leggere dei libri talismano degli altri mi fa sempre effetto, stavolta particolarmente.

    g.

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  2. ciao Ginevra! dovevo parlare di P.P. e sono andata a finire da un sacco di parti... ma ci siamo quasi alla fine,metto l'ultima parte su lunedì! speriamo continui a piacerti!

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